Abbazia Santa Maria di Pulsano,#LectioDivina“della parabola della vedova importuna e del giudice iniquo

Domenica 
“della parabola della vedova importuna e del giudice iniquo”
XXIX Dom. Tempo Ordinario, Anno C
Lc 18,1-8;  Es 17,8-13 (leggi 17,8-15);  Sal 120;  2 Tm 3,14-4,2

Antifona d’Ingresso Sal 16,6.8
Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta,
rivolgi a me l’orecchio e ascolta la mia preghiera.
Custodiscimi, o Signore, come la pupilla degli occhi,
proteggimi all’ombra delle tue ali.

Con l’antifona d’ingresso iniziamo la divina liturgia nella consapevolezza che il Signore ascolta sempre i suoi servi che gridano a Lui e a cui dona la Parola della sua Legge santa e il convito di comunione. L'assemblea con l'Orante del salmo 16 SI (= supplica individuale) nella fiducia invoca epicleticamente il Signore affinché si tenda all'ascolto (30,3; 37,3) ed esaudisca ancora una volta le suppliche dei suoi fedeli (v. 6). L'Orante incalza con le richieste epicletiche, e chiede che il Signore lo custodisca come la «pupilla degli occhi» (v. 8), la parte più cara, proprio come il fedele deve custodire i precetti del Signore (Pr 7,2). Il Signore stesso ha avvertito che chi tocca il popolo suo, tocca la pupilla dell'occhio suo (Zacc 2,8, Volgata). La situazione ideale di tale custodia è la protezione all'ombra delle ali del Signore, nel santuario dove i Cherubini fanno la guardia adorante all'arca, e dove si ricevono le mirabili grazie del Signore (35,8; 56,2; 60,5; 62,7; 90,4; Dt 32,11), ossia la Parola della sua Legge santa, e il convito di comunione.

Canto all’Evangelo Ebr 4,12
Alleluia, alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Alleluia.

Il canto all’evangelo ci ricorda, con l’Autore dell’epistola agli Ebrei, che anche noi abbiamo ricevuto in dono irreversibile la Parola di Dio, e siamo dunque esortati alla costanza nella fede sotto le prove a cui siamo sottoposti. Essa è vivente, è onnipotente, è una spada terribile che penetra dentro il cuore per scrutare i pensieri e le intenzioni, e distinguere così quelli buoni e quelli perversi.
Nel contesto della ‘"salita", dalla Domenica XIII alla Domenica XXXI si proclama infatti il grande testo, proprio solo di Luca, dell’«esodo a Gerusalemme» che si attua nella «salita a Gerusalemme» (Lc 9,51 - 19,28), dove il Signore con la Croce e con la Resurrezione torna al Padre nella gloria dello Spirito Santo, viene dunque in questione nella pericope di oggi un’altra delle continue catechesi del Signore sulla preghiera e sulla sua necessaria assiduità pertinace. Infatti, in questo lungo itinerario verso Gerusalemme, che ormai volge quasi al suo termine, in fondo Gesù senza avvertirlo insegna ai suoi discepoli quanto Egli stesso fa, da sempre, una vita silenziosa e intensa di preghiera unitiva con il Padre nello Spirito Santo, e senza interruzione.
Durante questo Tempo liturgico, Gesù battezzato dallo Spirito Santo e inviato in missione dal Padre suo per annunciare l’Evangelo e per compiere le prodigiose opere del Regno, appare come la chiave di comprensione della proclamazione evangelica continua.
La parabola di questa domenica è centrata sulla figura di una vedova tenace, la quale riesce ad espugnare l’indolenza di un giudice che si disinteressa alla sua causa. Un’ennesima catechesi sulla preghiera e sulla sua dovuta assiduità; in fondo Gesù senza dirlo indica ai discepoli quanto egli stesso fa: una vita di preghiera unitiva con il Padre nello Spirito, senza interruzione. È un tratto centrale del N.T.: cf Lc 11,5-10; 21,36; Rom 12,12; Ef 6,18; Col 4,2; non meno nell’A.T.: Es 17,8-16 (I lettura); Sir 18,22; il Salmista nei Salmi. 
Il venire meno della preghiera è un fatto constatabile, il primo segno della «crisi» che assale così facilmente noi cristiani dell’età moderna. E proprio la vita di preghiera poco seguita, la sua rarefazione, poi il definitivo abbandono che segna l’oscuramento del cuore e la rovina chi sa per quanto tempo.

I Lettura
Nell’A.T. Mosè, con Abramo, David, Geremia, il Salmista, il Servo del Signore, rappresenta la sublime figura dell'orante, l'intercessore potente presso il Signore.
L'esempio di Mosè come orante assiduo è narrato nel contesto di una situazione limite. Israele è appena reduce dalla crisi della fame e della sete (cap. 16, e 17-1-7), ed ecco che è assalito dai temibili Amaleciti, che diventeranno poi nemici tradizionali (Dt 25,17; 1 Sam 15,2) (v. 8). Mosè opera da accorto stratega, invia come tattico Giosuè, che guida l'esercito contro il nemico, mentre lui starà su un colle che domina il campo di battaglia con il «bastone di Dio» in mano (v. 9). Si tratta qui del bastone dei prodigi che Mosè compì davanti al faraone (Es 4,20), quello con cui aprì il Mar Rosso (14,16.21), quello con cui frantumò la roccia per avere l'acqua della salvezza (17,6). Così Giosuè va alla battaglia. Invece Mosè con Aronne e il fido compagno Hur salgono sul colle (v. 10).
Mose reggeva il suo bastone in alto, e allora Israele vinceva. Ma essendo anziano, si stancava, e abbassava le mani e il bastone, e allora vinceva Amalec (v. 11). Mosè infatti pregava così a lungo, che le sue mani si erano indebolite. Ma Aronne, da buon sacerdote, è esperto di preghiera, e sa come si possa pregare a lungo: solo se si sta comodi. Perciò fa sedere il fratello Mosè, e con Hur dall'altra parte gli regge le mani che innalzano il bastone, fino al tramonto del sole (v. 12), così che Giosuè fa a pezzi Amalec (v. 13).
Il Signore allora prescrive a Mosè di fissare la memoria del fatto su un libro, da insegnare a Giosuè, poiché vuole far scomparire «la memoria di Amalec», «il nemico» per eccellenza (Num 24,20; Dt 25,19; 1 Sam 15,3.7; 30,1.17; 2 Sam 8,12). Nella tradizione, il diavolo non a caso sarà soprannominato anche Amalec. Poi Mosè costruisce un altare, che chiama «il Signore Vessillo mio» (v. 15). Bisognava analizzare anche questi due versetti per comprendere la pericope.
L'episodio è talmente carico di significato, che i Padri lo trattano ripetutamente, e bene, trovandovi una tipologia molto densa. Anzitutto, naturalmente, Mosè, figura che rappresenta tutto il suo popolo; egli prega, ma non da solo, e anzi l'aiuto decisivo nella preghiera gli viene da Aronne, suo sommo sacerdote, oltre che da Hur, che rappresenta le tribù d'Israele. Prega bene, insomma, solo un popolo compatto, dove il sacerdozio, come deve essere, in un certo senso esercita la funzione indispensabile di «motorino d'avviamento» del motore generale, che poi trasporta anche il suo motorino. La preghiera comunitaria, continua, insistente, è efficace. Il popolo santo del Dio Vivente, quando prega, è invincibile.
Poi viene il bastone, il segno del comando, il segno della potenza divina operativa. In ebraico si può chiamare in vari modi, matteh, o anche nes, il palo. Ora, l'altare che Mosè costruisce dopo la vittoria è chiamato Adônaj nissî, «il Signore Vessillo mio», dove si manifesta il popolo che regge il vessillo della vittoria. L'altare del sacrificio è questo Vessillo, luogo della vittoria del popolo che prega sempre. Perciò i Padri precisamente videro nel bastone vessillo di Mosè la Croce del Signore, l'altare della Vittoria divina, l'altare permanente intorno al quale si raduna il popolo santo per pregare ininterrottamente il Padre del Crocifisso Risorto, il loro divino Vessillo.

II Salmo responsoriale 120,1-2.3-4.5-6.7-8, SFI e Versetto responsorio: Il mio aiuto viene dal Signore. Col v. 2 (adattato) l'assemblea canta come ritornello la sua fiducia al Signore, l'unico suo Aiuto, poiché nel Nome suo sta ogni sua speranza.
L'Orante esprime la sua fiducia al passato e al presente. Allora fissò (Sal 122,1) gli occhi suoi sui Monti di Dio (Sal 86,1; 132,3; Ger 3,23, e Sal 47,2), da dove gli viene l'unico aiuto di cui dispone, il Signore (v. 1). E ripete la fiducia al presente, poiché l'Aiuto unico viene a lui dal Signore, il Creatore e Sovrano di tutto (v. 2; Sal 123,8; 19,3).
Quindi si rivolge a se stesso, che rappresenta tutta l'assemblea orante, nella fiducia rinnovata che il Signore non fa vacillare mai il suo fedele, perché sta sempre all'erta, in veglia continua, essendo il Custode d'Israele (v. 3; Sal 40,3; 126,1; Num 6,14; Is 27,3; Sal 96,10), manifestando così l'amore assiduo che ha la madre che veglia sul figlio di notte (v. 4). E lo ripete con convinzione, il Signore protegge il suo popolo, e si pone come segno alla sua destra, in modo che il suo popolo non se Lo dimentichi mai (v. 5; Sal 90,1). E come nell'esodo il Signore seguì da Protettore il popolo suo, sotto il segno della Nube che riparava dal sole, e del Fuoco che illuminava la notte e riscaldava (Es 13,21), e questo in modo permanente (Es 13,22), così anche adesso, per il ritorno dall'esilio, per la sua protezione il sole non brucia (Is 40,10; Ap 7,16), né dà le vertigini, come allora si credeva, la luna di notte (v. 6).
Per questa fiducia, l'Orante fa seguire adesso una serie di voti augurali, sotto forma di epiclesi. Anzitutto chiede che il Signore custodisca da tutto il male il suo popolo, custodisca la sua "anima", la sua esistenza (v. 7). Poi che avvenga così che custodisca «il suo entrare ed il suo uscire» per sempre; l'espressione, con le due estremità, indica come inclusione letteraria la totalità. Il Salmista chiede così che il Signore custodisca tutte le sue azioni, formula che viene da Dt 28,6, nelle benedizioni finali di Mosè (Num 27,17; At 1,21) (v. 3).
Il contesto della pericope evangelica è noto (cf ultime Dom.); nella composizione del testo distinguiamo: 
1. il v. 1 è una didascalia dell’evangelista; 
2. i vv. 2-5 contengono la parabola dell’insistenza esaudita; 
3. i vv. 6-8 sono l’applicazione di Gesù.
Gli esegeti sono concordi nel mettere in luce il carattere redazionale del primo versetto del c. 18; esso introduce una parabola che appartiene esclusivamente a Luca, ma con un vocabolario che lascia indovinare un substrato aramaico. Dopo il discorso che precede, questo versetto indica la prospettiva in cui dobbiamo leggere il racconto parabolico: a causa della tribolazione che mette radicalmente in pericolo la fede, il discepolo non deve abbandonare mai la preghiera.
L’analisi del testo suggerisce che la parabola, in origine, metteva l’accento sulla certezza della salvezza finale. Completandola con un’ultima domanda (18,8b), l’evangelista Luca richiama l’attenzione sulla prova della fede: come vivere nella fedeltà a una salvezza donata in modo così sconcertante? Dove attingere la forza di rendere grazie come il lebbroso samaritano (17,15)? Sapremo pregare abbastanza da riconoscere «il regno che viene» (17,20-21), «il giorno in cui il figlio dell’uomo è rivelato» (17,30)?
I due personaggi della parabola rappresentano, nel contesto della letteratura biblica, le figure tipiche dell’oppressore e dell’oppresso, nel campo della giustizia sociale.
Gesù avrebbe potuto servirsi di molteplici immagini per parlare della perseveranza nella preghiera, ad es. un nido in un giorno di primavera: al suo interno, alcuni uccellini ancora implumi e col becco spalancato verso il cielo: lanciano continuamente un richiamo inarticolato... e il cibo non si fa attendere.
Ha preferito invece presentarci, sotto forma di parabola, una scena colta dal vivo; una vedova ostinata, con la sua insistenza, riesce a costringere un giudice “incurante dei precetti divini e insensibile al rispetto degli uomini” a farle giustizia. Da questo racconto non dobbiamo dedurre che il modo migliore per pregare Dio sia quello di ripetere fino all'esasperazione le nostre domande: soltanto i pagani pensano che a forza di parole finiranno con l'essere esauditi (Mt 6,7). 
D'altra parte, Dio non è un giudice che trascura di rendere giustizia; tuttavia vuole che gli esprimiamo senza stancarci i nostri bisogni. La cattiva volontà del giudice della parabola viene sottolineata per farci comprendere che è evidente che Dio darà soddisfazione a coloro che lo implorano, e, a differenza di quell'uomo iniquo, non tarderà a fare giustizia.
È proprio questo il problema dei destinatari della parabola. Dio sembra non rispondere e non voler intervenire: a cosa serve pregare? Incoraggiando i suoi a perseverare nonostante tutto nelle loro domande, Gesù suggerisce il rapporto che collega la preghiera alla fede. Indubbiamente non si fa delle illusioni: «Il figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». L'interrogativo è grave, ma ciò che conta, per il Cristo, è farci comprendere che la fede, per non indebolirsi e scomparire, per fiorire nelle opere e rimanere vigilante ha bisogno del pane, come una pianta ha bisogno di acqua. Proprio perché la fede è una realtà viva, che sussiste soltanto se viene vissuta, dobbiamo «pregare sempre, senza stancarci». Pregare senza stancarsi vuol dire accettare le lentezze della crescita del regno, poiché Dio stesso le accetta; vuol dire riconoscere le lentezze della conversione dei peccatori (e innanzitutto le proprie), poiché Dio le sopporta. La preghiera diventa cosi un mezzo per manifestare chi è Dio e come egli si comporti riguardo all'uomo. Dio ci attende senza pretendere di trovare ancora della fede nell'uomo. Anche il cristiano che prega è in attesa, senza esser certo di raggiungere il suo scopo. Poco importa: la preghiera afferma un'esigenza di giustizia, ma condivide anche la pazienza di Dio, che attende dall'uomo la conversione.

Esaminiamo il brano

v. l «pregare sempre»: Per non entrare in tentazione, per non dubitare della venuta del regno, per non mancare di fede, bisogna «pregare sempre» (pántote proseúchesthai: cf. l Ts 1,2; Col 1,3). Si deve pregare sempre perché ogni momento è quello della sua venuta. La salvezza avviene in questo nostro tempo profano, in cui si mangia, si beve, ci si sposa, ecc. Per questo Paolo dice «Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio». (1 Cor 10,31) Si può pregare sempre perché la preghiera non si sovrappone a nessuna azione (cf Detti dei Padri del deserto). Le illumina tutte e le indirizza al loro fine.
La preghiera è importante perché è desiderio di Dio.
«Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle». Così affermava lo scrittore inglese dell’Ottocento Oscar Wilde, intuendo nella creatura umana la capacità di ascendere al trascendente. Ora, una delle espressioni più alte del nostro anelito verso le stelle è indubbiamente la preghiera, che è il respiro della fede, un dialogo tra Dio e uomo in cui ci si dà del «tu». Se questa è la preghiera, allora essa prevede innanzitutto l’ascolto di ciò che il Signore dice al nostro cuore. Nella vita del credente, questo dialogo diventa così naturale e indispensabile da poter essere paragonato al respiro. E dal respirare non ci si stanca!
«senza stancarsi»: senza «scoraggiarsi» (non lasciar cadere le braccia mḕ enkakeîn: cf. 2Ts 3,13; Gal 6,9; 2 Cor 4,1.16; Ef 3,13): si tratta di espressioni tipicamente paoline. Ritroviamo anche il «bisogna» lucano, che indica abitualmente la passione come passaggio obbligato verso la risurrezione (9,22; 13,33; 17,25; 24,26; cf. 15,32). L’espressione “deî = bisogna, è necessario” ricorre spesso in Luca e nella sua opera è usata 41 volte su 102 in tutto il N.T. La preghiera sembra tempo perso! Un puro desiderio, povero e in grado di fare nulla. Quando si prega si lotta con leoni e draghi; la preghiera è lotta: cfr. Rm 15,30; Col4,12; Es 17,8ss; Gen 32,23ss).
v. 2  È presentato il primo dei due personaggi: la prima impressione è di antipatia: crudele, empio, senza religione e senza umana comprensione; in una parola: «ingiusto»,che è il colmo per un magistrato.
v. 3  Le vedove, insieme con gli orfani, gli stranieri e i pellegrini, godevano di una speciale protezione di Dio e della legge di Mosè, in quanto erano gli emarginati per eccellenza. 
La situazione di miseria delle vedove diventa simbolo della povertà; ma alcuni miracoli le predispongono già all’abbondanza messianica: cf 1 Re 17,8-15; 2 Re 4,1-7; Sal 145,9. Le vedove fanno parte dei poveri protetti dalla legislazione: cf Es 22,21-23; Dt 10,18; 24,17-21; 26,12-13; 27,19; Is 1,17.23 Da questo fondo biblico emergono i due personaggi della parabola, ai quali gli ascoltatori di Gesù erano perciò particolarmente sensibili.
La donna assume l’atteggiamento dei «pii» che presentano a Dio il loro lamento [cf. Sal 7,11; 86(85),3; 88(87),2], e supplica: «Vendicami (ekdíkēsón me) del mio avversario!» [cf. Gb 36,6; Sal 94(93); 140(139),13; 146(145),7], e quindi «sostieni la mia causa!» (cf. Ger 50,34; 51,36).
 “Sai chi ha revocato il decreto celeste che doveva scatenare una catastrofe sul nostro popolo? domandò il Baal-Shem a Rabbi Nahman di Horodenko. Te lo dirò io. Né tu né io, né i sapienti né i grandi capi spirituali. Le nostre litanie, i nostri digiuni non hanno avuto nessun effetto. È una donna, una donna del popolo che ci ha salvati. Ed ecco come. È venuta alla sinagoga e si è messa a piangere cantilenando: «Signore dell'universo, non sei forse nostro padre? Perché non ascolti i tuoi figli che ti implorano? Vedi, io sono madre. Ho cinque bambini. E quando li vedo versare una lacrima, mi si spezza il cuore. Ma tu, padre, hai molti figli. Tutti gli uomini sono figli tuoi. E tutti piangono. Anche se il tuo cuore è di pietra, come puoi restare indifferente?». E Dio le ha dato ragione” (E. Wiesel, Celebrazioni hassidiche).
vv. 4-5 Il magistrato della parabola non ha intenzione di far giustizia, ma la vedova lo mette alle corde: va e viene con querula insistenza. Dopo essersi ripetutamente rifiutato, il giudice decide finalmente di togliersela d’attorno, con una giustificazione che non gli fa onore, neppure «in extremis». Infatti, egli si preoccupa solo della propria quiete: «poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga a «importunarmi». Per «importunare» il testo greco dell’evangelo usa hupopiazêi un termine tecnico del pugilato che si ritrova in Paolo (1 Cor 9,27) ed indicava un colpo portato in pieno viso, sotto gli occhi (rammenta il "cesto" dei pugili greci e romani). Chiaramente il vocabolo usato non intendere esprimere una volontà di violenza da parte della vedova (ne era incapace del resto), ma è solo un modo, pittoresco forse, di esprimere un’insistenza terrificante come un colpo da knock-out (da KO).
vv. 6-7 La parabola non è del tutto logica. Il giudice avrebbe potuto avere una reazione diversa: punire la donna per la sua importunità e vietarle di tornare in tribunale. L’immagine di questo giudice non è una rappresentazione di Dio, come abbiamo visto in altre occasioni, ma solo un termine di paragone per mettere in luce il comportamento del Signore. Sempre a proposito della preghiera, Gesù altrove dice: «Se voi, pur essendo cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito Santo (ciò che è buono) a coloro che glielo domandano?»(Lc 11,13). La conclusione, con il solito metodo «dal minore al maggiore» o «a fortiori», è la con considerazione che se un piccolo, insignificante giudice della terra operò così, quanto più «il Giudice supremo!».
Questa conclusione è analoga a quella della parabola dell’amico disturbato in piena notte (11,5-8), e si riallaccia alla letteratura sapienziale che presenta la giustizia divina in termini molto vicini a quelli della parabola: «Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento... La preghiera dell’umile penetra le nubi ... non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità. Il Signore non tarderà e non temporeggerà con loro» (Sir 35,11-24). Questo brano del Siracide, del resto, si conclude con un elogio della misericordia divina: «Bella è la misericordia al tempo dell’afflizione, come le nubi apportatrici di pioggia in tempo di siccità» (Sir 35,24). Non solo ristabilirà la giustizia, ma si dimostrerà paziente e subito li vendicherà!
Il ritardo di Dio in nessun caso è, secondo la Bibbia, segno di indifferenza o di inerzia, ma risulta ispirato a una volontà di misericordia, che concede ai cattivi il tempo di pentirsi invece di colpirli appena essi si ribellano a Dio o ne ostacolano i piani (illuminante il testo di 2 Pietro 3,9-15 e Ap 6,9-11). Nessuno ha il diritto di pensare ad un Dio indifferente o ha il diritto di pretendere che obbedisca ai suoi desideri stabilendo i tempi e le forme di esaudimento.
Dio non è una macchina dove si introduce un gettone (la preghiera) per farla funzionare.
v. 8 - «farà giustizia»: ekdíkēsin in greco e vindictam in latino = vendicherà, nel senso biblico di far trionfare la causa dell’innocente. Tuttavia l’ultima parola di Gesù è sconcertante.  Il Figlio dell’uomo verrà, è certo, ma «troverà la fede?». Dunque si dubita che perfino i suoi discepoli mancheranno della fede, a causa della mancanza della vita di preghiera. La constatazione, basata sui fatti – una statistica oggi, che direbbe su questo? – deve essere presa come una forte esortazione ad avere fede fino alla sua Venuta. A pregare affinché venga.
La parabola si presenta dunque come un invito a credere che il giorno del figlio dell’uomo rappresenta un giudizio di salvezza. Si tratta dell’affermazione di un avvicinarsi liberatorio del regno di Dio. 
Con la sola potenza della sua Parola, con la "forza d’urto" della parabola, Gesù cerca di convincere degli ascoltatori riluttanti, chiamandoli a fare propria la sua certezza che il regno si sta avvicinando anche per loro. Il problema è se il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà «la fede» sulla terra. Si tratta dell’adesione di fede, vissuta (cf. Mt 23,23) nella fedeltà della testimonianza resa attraverso la parola e l’azione, e sorretta dalla risoluzione nella preghiera. In mezzo alle prove di una comunità perseguitata (cf. At 4,23-31) o preoccupata per il ritardo della parusia (cf. 2Pt 3,9; Ap 6,9-11), la fede è l’accoglienza della salvezza in cui si gioca il destino dell’uomo. E questa fede passa attraverso iniziative concrete, come quella della vedova che non teme di assillare un giudice iniquo fino a fargli cambiare atteggiamento.
È ancora oggi la preghiera della Chiesa e aveva ragione la tradizione cristiana quando parlava del pregare comparandolo al respiro. Non ci si chiede né si comanda ai nostri polmoni di respirare: lo si fa spontaneamente, altrimenti si morirebbe. La stessa cosa dovrebbe accadere per l’anima e per la fede. Se si deve pianificare artificiosamente la preghiera, è segno che lo spirito è intisichito e ha bisogno di un trattamento terapeutico. Tuttavia, a differenza del moto primo e naturale del respiro, il pregare è anche un’arte ed esige esercizio, proprio come l’atleta che regola i moti fisiologici, calibrandoli sull’attività agonistica: non per nulla in greco àskesis, da cui «ascesi», significa «esercizio».
Concludo con una seconda testimonianza : una stupenda confessione autobiografica di Gandhi: «Non sono un letterato né uno scienziato. Cerco soltanto di essere un uomo di preghiera. Senza la preghiera avrei perso la ragione. Se non ho perso la pace dell’anima, malgrado le prove, è perché questa pace mi viene dalla preghiera. Si può vivere alcuni giorni senza mangiare, ma non senza pregare. La preghiera è la chiave del mattino e il chiavistello della sera». 
È bello infatti - quando cala la sera e tu sei più quieto nella tua casa, spento il televisore - chiudere la tua giornata col suggello di una pausa orante. Oppure, uscito dal grembo del sonno e della notte, aprire le porte del giorno con la chiave della preghiera che ti spalanca davanti la vita illuminandola, anche se le ore che seguiranno saranno pesanti e forse tenebrose. E sarà proprio con questo esercizio costante del chiudere e aprire la casa dell’anima, così come si fa per quella di pietra ove abitiamo, che ci accadrà ciò che diceva il filosofo Jacques Maritain: «Il credente perfetto prega così bene che ignora di pregare».

II Colletta
O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè 
hai dato la vittoria al tuo popolo, 
guarda la tua Chiesa raccolta in preghiera; 
fa’ che il nuovo Israele 
cresca nel servizio del bene 
e vinca il male che minaccia il mondo, 
nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti, 
che gridano giorno e notte verso di te. 
Per il nostro Signore Gesù Cristo…


Abbazia Santa Maria di Pulsano
Fonte:http://www.abbaziadipulsano.org/