Carla Sprinzeles " E' necessario imparare a ringraziare"

Commento su 2Re 5,14-17; Luca 17,11-19
Carla Sprinzeles  
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (09/10/2016)
Vangelo: Lc 17,11-19 
Oggi la liturgia ci manda un messaggio: è necessario imparare a ringraziare, ricordarsi di ringraziare,
non solo per il dono iniziale della vita, il fatto che siamo venuti al mondo, perché veniamo creati continuamente.
L'azione di Dio ci perviene in modo inadeguato, imperfetto, perché passa attraverso le creature create, ma occorre accogliere il dono continuo della sua forza creatrice, che ci conduce a diventare figli: questo è il nostro traguardo.
Riconoscere che nulla ci è dovuto, tutto ci è donato: la capacità di pensare, di parlare, di amare, di mangiare e così via..riteniamo che tutto ci appartenga e non pensiamo a ringraziare.
2 RE 5, 14-17
Il secondo libro dei Re, dal quale è tratta la prima lettura, narra le vicende parallele dei due regni, quello di Giuda al sud e quello di Israele al nord.
Un aspetto importante è un insegnamento sul senso della storia, tutto ricondotto alla fedeltà-infedeltà al patto dell'alleanza.
Qui in particolare viene descritto l'episodio della visita che Naaman, generale dell'esercito arameo, pagano proveniente da un ambiente politeistico, fece ad Eliseo "uomo di Dio": un incontro che per il generale comporterà la guarigione fisica e la conversione al Signore.
Il generale arameo è colpito dalla lebbra, male di una gravità unica, in quanto considerato impurità contagiosa, equivalente a una morte fisica e sociale, per di più ritenuto un castigo divino.
Il brano inizia con il racconto delle sette immersioni nel Giordano.
Il generale si è rivolto al re d'Israele, poi al profeta, da questi al suo servo e mentre si aspettava grandi rituali magici gli viene chiesto di immergersi sette volte nel fangoso fiume Giordano, quando nella sua terra c'erano limpidi fiumi.
La guarigione per la quale "il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo" corrisponde alla resurrezione dai morti che solo il Signore può operare.
Nella seconda parte si narra il ritorno di Naaman dal Giordano alla casa del profeta, insieme con "tutto il seguito" evidentemente per dare al doveroso ringraziamento anche i contorni di un atto pubblico.
All'uomo di Dio, individuato come operatore della guarigione miracolosa, egli vuole donare una vera fortuna precedentemente descritta nei dettagli: "dieci talenti d'oro, seimila sicli d'oro, e dieci mute di abito".
Il netto rifiuto del profeta Eliseo ad accettare il dono, dimostra la consapevolezza che accettandoli avrebbe perso la sua libertà, ma soprattutto che la parola e l'opera di Dio non si possono comperare.
Questo profeta testimonia la potenza della Parola a lui affidata: ad essa va attribuita anche questa guarigione e dunque al Signore solo spetta il ringraziamento.
Il funzionario pagano guarito prorompe in una solenne confessione di fede:"Ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele". Come ogni uomo antico, Naaman credeva che ogni terra avesse il suo Dio, ma ora ha la certezza che c'è un Signore unico per tutti gli uomini.
Questa guarigione assumerà un carattere programmatico, quando nella sinagoga di Nazareth proporrà il suo programma rivolto ai bisognosi di salvezza.
Gli stranieri, i pagani, ritenuti esclusi, mostrano una migliore predisposizione all'accoglienza, come era avvenuto al tempo del profeta Eliseo, anche il Vangelo di oggi ci presenterà uno straniero samaritano, che ritornerà a ringraziare il Signore per la guarigione.
LUCA 17, 11-19
Nell'episodio che leggiamo oggi dei dieci lebbrosi guariti, occorre qualche accenno per capirlo meglio.
La lebbra era espressione del peccato nel corpo. Erano considerati "impuri", dovevano tenersi lontano dagli altri, non solo per il pericolo del contagio, ma perché era scritto nella legge, non solo i lebbrosi ma anche i malati, gli handicappati, i ciechi, gli storpi non potevano entrare nel tempio, perché erano impuri.
Gesù, li manda dai sacerdoti perché questi dovevano certificare la guarigione avvenuta e poter rientrare nelle loro case e nei villaggi.
I Samaritani al tempo di Gesù, erano degli eretici da evitare, Samaria nel tempo dell'esilio aveva acquistato un certo potere e si era contrapposta a Gerusalemme, poi c'erano state delle diversità di posizioni su alcune leggi, per cui era nata un'ostilità profonda contro i samaritani.
Gesù guarisce tutti e dieci i lebbrosi, ritorna a ringraziarlo solo il samaritano e Gesù gli dice: "La tua fede ti ha salvato!".
La guarigione è stata l'occasione per una ricchezza ulteriore, per una crescita nella dimensione spirituale.
Noi siamo restii a ringraziare perché riteniamo che tutto ci appartenga, non ci sentiamo dipendenti, per cui non ci sentiamo in dovere di ringraziare.
Quando entriamo nella consapevolezza che continuamente tutto ci è donato, cadono le nostre presunzioni, i sentimenti di superiorità, per cui dominiamo gli altri.
Un miracolo di guarigione è un processo affrettato delle dinamiche di vita di una persona nella quale le forze di morte o le aggressioni esterne hanno distrutto l'equilibrio fisico.
Il Signore può allora in un cuore aperto, risvegliare le energie di vita, più forti del malessere.
In senso biblico, la salute e la malattia simboleggiano la vicinanza o la distanza che esistono fra lo Spirito e la lettera, fra l'osservanza della legge e la fedeltà alla Vita.
Riconoscersi bisognosi di guarigione, desiderare di essere accolti dalla misericordia è già un passo verso la liberazione.
I lebbrosi alzano la voce per gridare il loro malessere.
E' necessario riconoscere di fronte a se stessi, e quindi di fronte agli altri il proprio disagio.
Tuttavia non basta ancora. Occorre anche avere l'umiltà di capire che non siamo mai all'origine delle nostre guarigioni, che le nostre piaghe non possono essere sanate dalla sola buona volontà o dai meriti. Dobbiamo imparare ad alzare la voce, ossia vincere la vergogna di fronte a noi stessi e agli altri, e poi alzare la stessa voce per affermare che il Bene che in noi si manifesta non viene da noi, che siamo solo beneficiari di un dono risanante, non solo per noi, ma perché il Bene si manifesti nel mondo attraverso il nostro miglioramento.
"Rendere gloria a Dio" è riconoscere il suo "peso" nella nostra vita -gloria e peso sono la stessa parola in ebraico-.
Ci confessiamo per essere in regola, come i lebbrosi che volevano essere guariti per essere reintegrati nella vita normale, ma forse senza riconoscere la nostra incapacità, con le nostre sole forze, di fidarci della Vita che è in noi.
Occorre che nella Riconciliazione ci affidiamo all'abbraccio tenero di Dio, che vuole far sgorgare dalla nostra debolezza riconosciuta fiumi d'acqua viva per noi e per gli altri, allora il nostro cuore si apre all'altro e diventa capace di compassione, somigliante al Padre, testimone della sua misericordia: questa è vera lode!
Amici, non ci rimane che imparare a ringraziare, a riconoscere la nostra debolezza, senza che questo ci porti alla depressione, perché il Signore non aspetta altro che donarci la sua Vita in ogni momento e in ogni situazione.

Fonte:http://www.qumran2.net/

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