Chiesa del Gesù - Roma, "Rendere grazie per la salvezza "

2Re 5,14-17; Sal 97; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
La Parola di Dio di domenica scorsa ci ha invitato a chiedere al Signore di accrescere la nostra fede,
per poterlo seguire e così servire il Regno di Dio come servi senza utile, cioè nella gratuità e nella libertà.

Oggi ci chiama a entrare sempre più nella logica del dono, imparando a rendere grazie per la salvezza che ci è stata offerta, riconoscendo l’agire del Signore nella nostra vita.

Inizia con questa pericope di Luca la terza tappa del viaggio di Gesù verso Gerusalemme.

Un viaggio che ha intrapreso con fermezza – Luca usa un’espressione forte: “indurì il suo volto” – una via che lo condurrà nel luogo della sua Passione, Morte e Risurrezione.

Un viaggio che diventa anche il cammino di crescita del discepolo, quindi modello del nostro itinerario spirituale.

Siamo alle soglie di Gerico, un luogo simbolico, perché è la porta di ingresso nella terra della promessa.

Nel vangelo di Giovanni Gesù stesso si definirà la porta che introduce nel Regno.

Luca qui sottolinea che il cammino del Signore passa per la Samaria e la Galilea.

In realtà si tratta di un errore geografico, perché per andare a Gerusalemme bisogna passare dalla Galilea alla Samaria e non il contrario.

Luca vuole così indicare che il peccato e l’infedeltà – rappresentato dalla Samaria – inficia tutto il tessuto della nostra vita, nella sua quotidianità, nei suoi scambi, nel rapporto con il mondo e con gli altri – raffigurato dalla Galilea delle Genti.

Mentre comincia la salita verso la Città Santa, vengono incontro a Gesù dieci lebbrosi.

Anche qui è offerto un numero simbolico: dieci è il numero di adulti richiesto per la validità dell’assemblea sinagogale.

Questi dieci rappresentano tutta l’umanità chiamata dal peccato e dalla malattia a far parte della comunità dei figli che ascoltano e mettono in pratica la parola del Padre.

La lebbra è una malattia che consuma la carne; qui diventa simbolo del peccato che divora l’uomo fino a portarlo alla morte.

Una malattia ritenuta contagiosa, così come il peccato, che dal male genera altro male.

Le letture sottolineano che l’uomo, da solo, non può guarire dalla lebbra.

Per questo i dieci lebbrosi si rivolgono al Signore con un grido, perché sanno che Dio ascolta la voce del misero e opera la salvezza di coloro che gridano a lui.

Gesù stesso sulla croce emetterà quel grido finale, che è la sintesi di tutti i gridi dell’umanità, capace di squarciare il cielo e di colmare la distanza tra Dio e l’uomo scavata dal peccato.

Questi lebbrosi sono i primi a chiamare il Signore per nome, perché capaci di riconoscere in Gesù colui in cui è posta tutta la loro speranza di salvezza.

E proprio la lebbra, la loro malattia, il loro peccato riconosciuto, che li allontana dalla Vita, consegnato nelle mani del Signore, diventa il titolo di diritto ad essere amici di Dio; “perché il Figlio dell’uomo non è venuto per i giusti, ma per i peccatori” – come ci ricorda Gesù stesso.

Questi lebbrosi sono guariti dall’ascolto e dall’obbedienza alla Parola del Signore, che li esorta a compiere anche loro il viaggio verso Gerusalemme.

Luca nota che non guariscono e poi fanno il cammino; piuttosto, mentre compiono la salita verso la Città Santa sono mondati dal loro peccato.

La guarigione non è una magia, ma un cammino di conversione sostenuto dalla fede; una ubbidienza che diventa con stupore constatazione di ciò che Dio opera.

Sebbene peccatori, anche noi possiamo percorrere il cammino di Gesù e nell’ascolto e nell’obbedienza della sua Parola, mentre la operiamo siamo guariti dal nostro male, entrando nella libertà e nella gratuità.

Luca evidenzia che dei dieci lebbrosi guariti, uno solo è tornato dal Signore per rendere grazie e glorificare la misericordia di Dio; cioè per fare eucaristia.

Quest’uomo – ci viene detto – era un samaritano, un uomo doppiamente peccatore perché ritenuto anche scismatico e infedele.

Se ascoltiamo attentamente il vangelo, ci accorgiamo che per il Signore la guarigione non è ipso facto la salvezza: possiamo essere guariti ma non necessariamente essere salvi.

Per questo ci è chiesto un piccolo passo ulteriore che solo uno dei dieci lebbrosi sa fare: entrare nella consapevolezza dell’operare di Dio nella nostra vita.

Questa sapienza nuova si esprime nella capacità di rendere grazie per quella salvezza gratuita che ci è stata donata.

Luca ci mette in guardia: spesso non sono coloro che si ritengono fedeli, ad accorgersi dell’operare di Dio nella loro vita, ma piuttosto i lontani, quelli considerati pagani al di fuori della salvezza.

Questo samaritano, che già prima era stato raggiunto dalla potenza di Dio e guarito insieme agli altri nove: solo dopo il suo rendimento di grazie è dichiarato “risorto” e “salvato”, cioè introdotto nella terra della promessa.

Solo attraverso questo suo atto eucaristico, si è lasciato innestare in quel circuito di gratuità che lo rende simile a Dio e perciò salvo.

La guarigione dalla lebbra non era la salvezza, bensì il segno che avrebbe dovuto aprire il cuore alla fede, cioè a capire la gratuità dell’azione di Dio, fattasi a noi presente in Gesù.

Questa comprensione – e non semplicemente la fiduciosa speranza nel miracolo della propria guarigione – è la fede che salva.

E Gesù, all’unico fedele che fa eucaristia, chiede conto degli altri nove.

Sono quelli incapaci di rendere grazie, e per questo incapaci di sedere alla mensa del Signore.

Anche noi dobbiamo entrare nella consapevolezza che celebriamo veramente l’Eucaristia, solo se sappiamo sinceramente rendere grazie, accongendoci dell’operare di Dio in mezzo a noi.

E l’Eucaristia che celebriamo, ci rende responsabili di coloro che, pur amati da Dio e purificati dal sangue della nuova alleanza sparso per tutti, ancora non si sono convertiti per incontrare il Signore della vita e dar gloria a Dio, che è il fine dell’uomo.

L’Eucaristia, quindi, ci invia tutti in missione: ci invita a desiderare che anche gli altri vedano, ritornino, glorifichino Dio, adorino il Signore e rendano grazie con noi!

Il circuito di gratuità in cui siamo stati innestati, ci deve portare naturalmente a preoccuparci degli altri nove, cioè di quel 90% degli uomini che non conoscono o non amano il Signore, e che perciò non raggiungono il loro fine: vivere nella gratuità e nella libertà.

In questo ci aiuti l’intercessione di Maria, la donna eucaristica che ha fatto della sua vita un continuo rendimento di grazie e che per la sua fede nell’agire di Dio è stata introdotta nella terra promessa della salvezza.

MM

Fonte:http://www.chiesadelgesu.org/