CIPRIANI SETTIMIO SDB, "Non sono stati guariti tutti e dieci?"

9 ottobre 2016 | 28a Domenica T. Ordinario - Anno C | Appunti per la Lectio
"Non sono stati guariti tutti e dieci?"
Il rapporto fra la prima e la terza lettura è, questa Domenica, molto chiaro. E ciò per diverse ragioni.

La prima è data dal fatto che in ambedue i casi siamo davanti a un miracolo di guarigione dalla lebbra: il generale Naaman, di Damasco, e i dieci lebbrosi di cui ci parla Luca. In secondo luogo, in ambedue i casi i protagonisti, che riconoscono l'agire di Dio in se stessi, sono due stranieri: un Siro, appunto, e un Samaritano. Infine, tutti e due esprimono un profondo sentimento di gratitudine per quanto il Signore ha fatto per loro. Nello sfondo, poi, è evidente che si presuppone una intensa animazione di fede.

Naaman "scese e si lavò nel Giordano sette volte"

La prima lettura contiene la parte conclusiva del racconto di Naaman, "capo dell'esercito del re di Aram" (2 Re 5,11), il quale, colpito dalla lebbra e avendo sentito dire da una sua schiava ebrea che in Israele c'era il profeta Eliseo che guariva anche da siffatti mali, se ne era andato con ricchi doni dall'uomo di Dio.
Avendogli però il Profeta imposto di bagnarsi per sette volte nel Giordano, si era ribellato e se ne stava ritornando in patria, parendogli questa una grave umiliazione per un uomo del suo rango. Consigliato tutta via dai suoi servi di obbedire, "scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell'uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito" (2 Re 5,14).
È evidente che il miracolo non è legato alla "potenza" terapeutica delle acque del Giordano, ma alla fede nella "parola dell'uomo di Dio": la fede fa irrompere nello spazio vitale dell'uomo delle energie che lo trascendono all'infinito. Essa provoca Dio a rivelare qualcosa della sua onnipotenza e del suo mistero!
Anche il seguito del racconto è interessante, perché ci manifesta altri risvolti sia del cuore umano che dell'agire di Dio. "Tornò con il seguito dall'uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: "Ebbene, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo". Quegli disse: "Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò!". Naaman insistette perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naaman disse: "Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore"" (vv. 15-17).
Le ultime parole dimostrano la fede ormai piena di Naaman nel Dio "unico" d'Israele. E siccome, secondo gli antichi, la divinità aveva un rapporto tutto particolare con il popolo e con il paese che l'adorava, il generale straniero chiede di portare con sé una certa quantità della "terra" d'Israele per poter adorare in quello "spazio sacro" Jahvèh anche in terra pagana.
Siamo indubbiamente davanti a una "materializzazione" del sacro, ma solo come espressione di una fede profonda, che afferra ormai tutto l'uomo.
E anche la gratitudine, che Naaman vuole esprimere al Profeta offrendogli dei doni, è segno della sua fede: "Ebbene, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo" (v. 15). Se non che il Profeta non accetta il dono, proprio per dimostrare la "gratuità" dell'amore di Dio: quello che egli vuole è il "riconoscimento" della sua potenza e della sua benevolenza mediante la fede.
In tal modo l'uomo è sottratto alla tentazione di manipolare il "sacro" e di farne un'immagine di se stesso, dei suoi bisogni, dei suoi desideri e delle sue frustrazioni. Con la fede invece egli si affida alla esclusiva iniziativa di Dio, riconoscendo che egli è "più grande del nostro cuore" (1 Gv 3,20) e della nostra intelligenza. La "gratitudine" più vera verso Dio la esprimiamo con la nostra vita e con il nostro amore.

"Uno di loro, vedendosi guarito,
tornò indietro lodando Dio a gran voce"

Mi sembra che questo sia anche l'ammaestramento che scaturisce dal racconto evangelico, esclusivo di Luca (17,11-19). Egli, che anche altrove ha dimostrato la sua simpatia verso i Samaritani, soprattutto con la notissima parabola del buon Samaritano, ci presenta qui di nuovo come protagonista un Samaritano che, a differenza degli altri nove, tutti Giudei, sa "riconoscere" la presenza di Dio in Cristo.
Si noti come il miracolo avvenga durante il viaggio di Gesù "verso Gerusalemme", mentre egli stava attraversando "la Samaria e la Galilea" (v. 11). Il che significa che esso assume rilievo da questo "tendere" di Gesù verso il luogo della sua passione e della sua glorificazione: infatti il miracolo, di cui si parla, è un gesto salvifico che anticipa, per un verso, la gloria e, per un altro, il futuro misconoscimento di Gesù.
Or dunque, mentre Gesù stava entrando in un villaggio, "gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzavano la voce dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi dai sacerdoti". E mentre essi andavano furono sanati" (vv. 12-14). Fino ad ora soltanto gli Apostoli lo avevano chiamato con l'appellativo di "maestro", per esprimere diversi sentimenti del loro cuore. Il fatto che anche i lebbrosi lo chiamino così sta a dire una certa loro disponibilità verso il suo messaggio, che essi riconoscono come messaggio di liberazione: "Gesù maestro, abbi pietà di noi".
La variazione più notevole, di fronte ad altre guarigioni di lebbra, sta nell'ordine impartito da Gesù, prima ancora di averli mondati, di "presentarsi ai sacerdoti" (v. 14). Difatti la Legge mosaica prescriveva di presentarsi al sacerdote per la verifica di una eventuale purificazione dalla lebbra. Probabilmente però, nell'obbedienza alle parole di Gesù, prima ancora che la guarigione fosse avvenuta, sta il segreto del miracolo: "E mentre essi andavano, furono guariti" (v. 14). Perciò in tutti loro ci deve essere stata una fede, almeno iniziale.
Come mai Gesù, al termine del racconto, sembra attribuire la fede soltanto al Samaritano? "Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Sa maritano. Ma Gesù osservò: "Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all'infuori di questo straniero?". E gli disse: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato"" (vv. 15-19).
È indubbio che da tutto il brano emerge un particolare apprezzamento per il sentimento di "gratitudine" del Samaritano: è un tratto umano, questo, che è da valorizzare oggi soprattutto che si insiste tanto sui "diritti", quasi che tutto ci fosse dovuto.
Invece tutto è dono, anche nel campo della vita naturale: a incominciare dal sole che ci brilla sopra la testa, dalla salute che Dio ci rinnova giorno per giorno, al pezzo di pane che mangiamo, al sorriso di un bimbo che ci incanta, al gesto di amicizia e di gentilezza che ci fa uno sconosciuto, al linguaggio stesso che parliamo e che altri ci hanno insegnato con infinita pazienza.
Però il "ringraziamento" del Samaritano è qualcosa di più che un gesto di finezza e di sensibilità: è un autentico "atto di fede" nella potenza di Dio che si è manifestata in Cristo in maniera del tutto gratuita, soprattutto verso di lui che era uno straniero. Più che per ringraziare, egli è tornato indietro per "rendere gloria" a Dio, come si dice per ben due volte nel testo (vv. 15 e 18).
È questa un'espressione tecnica (doxàzein) del Vangelo di Luca per indicare la celebrazione dell'intervento salvifico di Dio: "Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?", commenta amaramente Gesù (v. 18). Non è la mancanza di riguardo verso di lui che l'amareggia, quanto il fatto che gli altri beneficati non hanno avvertito che era Dio che operava per mezzo suo il segno della benevolenza.
Forse hanno pensato che per il semplice fatto di essere Giudei tutto era loro dovuto? Può darsi; ma proprio per questo la loro fede appare in tutta la sua rozzezza e perfino nella sua distorsione. Pensare di avere dei "privilegi" davanti a Dio significa non aver scoperto che egli è pura gratuità, e perciò e imprevedibile nel suo agire; significa che la religione viene intesa più come una sicurezza che come un "rischioso" protendersi verso il mistero che ci deve trovare sempre umili, immeritevoli come siamo di ogni gesto di benevolenza.

"Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato"

Pur essendo stati tutti "guariti" dalla lebbra, solo il Samaritano fu "salvato" in senso totale, come dichiara solennemente Gesù: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato" (v. 19). Una fede come quella del Samaritano, infatti, riconosce che Dio ha spazi infiniti per il suo agire, non ha vie prefissate, dona il suo amore a tutti senza alcuna distinzione.
In tal modo il "miracolo" viene colto come irruzione del regno di Dio in mezzo agli uomini e non come un privilegio o un riconoscimento di meriti. "Per mezzo del miracolo, la potenza vivificatrice di Dio fa irruzione nel tempo. Essa si inserisce in un mondo che declina verso la morte. Il miracolo è una rottura nell'orientamento normale delle cose, e questa rottura ci tocca come il segno di una trascendenza. I miracoli, nel tempo intermedio, sono i segni della realtà futura. Essi sottolineano concretamente l'efficacia invisibile della Parola di salvezza" (Ch. Duquoc).
Proprio per questo, la fede diventa anche una esplosione di "gratitudine" verso Dio che, in Cristo, ci si è fatto vicino e ci ha garantito per sempre il suo amore. Non è un caso, pertanto, che la nostra fede trovi la massima espressione nel mistero della Eucaristia, che proprio nel suo nome esprime il "rendimento di grazie": un rendimento di grazie che gli uomini sembrano impari a realizzare e che Cristo solo realizza e innalza a Dio al posto nostro. L'Eucaristia infatti è Lui!
Non solo la fede, allora, ma anche la capacità di "rendere grazie" a Dio, come espressione di questa medesima fede, sono un "dono" gratuito del suo amore. In questa maniera davvero il regno di Dio è solo quello che egli costruisce in noi, al di là dei nostri piccoli progetti.
I nove Giudei, invece, pur guariti dalla lebbra, forse hanno continuato a credere di essere loro a costruire il regno di Dio, secondo gli insegnamenti della loro tradizione e osservanza religiosa: per questo non sembra che siano entrati nel regno!
È quello che può capitare a certi cristiani che pensano di possedere già la salvezza perché fanno tante opere buone; e non si ricordano che tutto è grazia, e perciò bisogna avere sempre uno spirito umile e in continuo atteggiamento di gratitudine verso Dio per il poco che facciamo, senza ritenerci "dovuto" nulla, come ci ha ricordato il Vangelo della passata Domenica.
A questa fede incrollabile e gratuita, basata sui doni che sono venuti a noi in Cristo, ci rimanda anche la seconda lettura, ripresa dalla 2ª lettera a Timoteo: "Carissimo, ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio Vangelo... Se moriamo con lui, vivremo anche con lui... Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2 Tm 2,8.11.13).

Settimio CIPRIANI
Fonte:http://www.donbosco-torino.it/

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