Don Marco Ceccarelli, "Dieci guariti, un salvato"

XXVIII Domenica Tempo Ordinario “C” – 9 Ottobre 2016
I Lettura: 2Re 5,14-17
II Lettura: 2Tm 2,8-13
Vangelo: Lc 17,11-19
- Testi di riferimento: Lv 13,45-46.49; 14,8ss.; Nm 5,2-3; 2Cro 32,24-26; Is 38,19-20; Sal 50,14-
15.23; 107,20-22; 116,12-13.17; Lc 7,48-50; 8,45-48; Gv 5,14; 13,10-11; 1Ts 5,16-18; Eb 13,15
1. Prima lettura. Per capire questo breve brano occorre inquadrarlo nel suo contesto. Il lebbroso

Naaman viene guarito dopo essersi immerso sette volte nel Giordano. Tale azione, che gli sembrava
ridicola, l’aveva eseguita perché gli era stata comandata da “l’uomo di Dio”, cioè da Eliseo.
Naaman obbedisce, non senza una certa indignazione per una “cura” così banale. A questo punto
però, nel momento cioè in cui si scopre guarito, egli riconosce in Eliseo e, soprattutto, nel Dio di
Eliseo, l’autore della sua guarigione. E lo fa da un lato con il gesto di ritornare dal profeta per mostrare
la propria gratitudine con l’offerta di doni (v. 15) e dall’altro con la volontà di offrire da ora
in poi sacrifici al solo Jahvè. In questo comportamento troviamo una chiave di lettura per il Vangelo
odierno.
2. Il Vangelo.
- Nel brano di Vangelo odierno appare ancora una volta il tipico contrasto lucano fra il saggio e lo
stolto, fra chi ha capito dove sta la vita e la salvezza vera e chi no. I dieci lebbrosi che si presentano
a Gesù soffrono tutti della stessa malattia, si rivolgono tutti a lui, fanno tutti quello che egli dice,
vengono tutti guariti perché obbediscono al comando di Gesù. Ma solo uno viene salvato. La malattia
della lebbra, con la conseguente esclusione dalla società umana, è l’immagine più significativa
del peccato giacché esso ha come risultato la separazione da Dio e dagli altri. Il dramma della lebbra,
come quello del peccato, è la solitudine; e la solitudine significa il non amore. Che cosa salva
da questa condizione di solitudine?
- Abbiamo visto nelle domeniche precedenti che il Gesù lucano rimanda continuamente alla Torah,
alla Sacra Scrittura (10,26; 16,29.31). Anche nella pericope odierna Gesù indica ai dieci lebbrosi ciò
che prescrive la legge, cioè di presentarsi ai sacerdoti per adempiere i sacrifici rituali. Gesù non fa e
non dice nulla che sia estraneo alla Parola di Dio; perché di fatto quella parola è la sua parola. E
come aveva annunciato all’inizio del suo ministero in lui si compie la parola di Dio (4,21). Chi è veramente
in ascolto e in obbedienza alla Scrittura non potrà non riconoscere che le Scritture si riferiscono
a Cristo (24,27.44) e in lui trovano compimento. «La Legge e i Profeti fino a Giovanni»; ma
da Gesù in poi è iniziato il regno di Dio (16,16). Adempie perciò veramente le Scritture chi accoglie
colui che le Scritture annunciano come l’inviato di Dio per salvare gli uomini.
- Il ritorno. Il punto centrale dell’episodio sta nel “ritorno” (vv. 15.18). Perché alcuni non ritornano
ringraziando Dio? L’affermazione di Gesù al v. 18 lascia intendere che gli altri nove non hanno dato
lode a Dio, anche se probabilmente hanno fatto quello che Gesù aveva detto, cioè di presentarsi
al sacerdote, con i relativi sacrifici in caso di guarigione, come prescrive Lv 14,10ss. Probabilmente
questo è considerato da loro come sufficiente. E lo è, se si ritiene che Dio sia qualcuno a cui chiedere
dei favori ai quali ricambiamo con qualche offerta, e poi siamo liberi di fare quello che ci pare.
Tutti e dieci sono certamente stati guariti (v. 17). E per ognuno di quei tali la guarigione significava
la possibilità di riprendere il controllo della propria vita e fare ciò che più desiderava. Certo, vanno
a rendere un sacrificio a Dio. Ma poi si sentono liberi, autonomi. A che serve la guarigione? Appunto
a questo, a fare ciò che vogliamo. A che servono Dio, Cristo, i santi, ecc.? A chiedere miracoli,
ad aiutarci perché possiamo realizzare i nostri progetti. È l’atteggiamento della persona religiosa,
come vedevamo già la domenica precedente.
- Dieci guariti, un salvato. Il fatto è che mentre tutti e dieci sono stati guariti, soltanto uno è stato
salvato. Si può ricevere una guarigione, ma non essere salvati per niente. I nove lebbrosi non tornano
perché hanno già ottenuto quello che volevano; pensano di non aver bisogno di altro. Pensano
che quella guarigione sia tutto ciò che serve loro per la salvezza, per essere felici. Non rimane altro
da fare che compiere il sacrificio prescritto per essere a posto con Dio. In realtà c’è qualcosa di
peggio che la malattia. Dopo aver guarito un tale che era paralitico da trent’otto anni, Gesù gli dice:
“Non peccare più perché non ti abbia ad accadere di peggio” (Gv 5,14). Cristo offre la salvezza da
questo “qualcosa di peggio”. Dare lode a Dio significa riconoscere che non siamo in grado di salvarci
da soli, di darci la felicità da soli – perché la felicità non è data dalle realtà di questo mondo,
nemmeno se siamo in piena salute – e che dobbiamo accogliere la salvezza gratuita di Dio, che ci
viene attraverso Cristo, come un puro atto di amore. Con il suo prostrarsi a terra e ringraziare Gesù
il samaritano riconosce in lui il Dio che lo ha guarito. Questa è la fede che lo salva. La salvezza viene
solo da Dio, ed Egli l’ha resa accessibile in Cristo.
- Il “ritorno” sta a significare un cambio profondo, potremmo dire “esistenziale”, nella vita di una
persona. È quella svolta radicale che si chiama conversione (in ebraico, appunto, “ritorno”). Una
conversione che si manifesta innanzitutto con un cambio di mentalità. Il ritorno del samaritano indica
che egli ha trovato non soltanto la guarigione, ma anche colui che dà la salvezza, cioè la vita
eterna. A che serve guarire se rimaniamo schiavi del peccato? O se usiamo la salute per il nostro
egoismo? A che serve poi guarire se comunque si muore lo stesso? La sapienza sta nell’aver trovato
colui che opera la guarigione da quella vera lebbra che è il peccato. E il peccato fondamentale è
pensare che in fondo noi siamo dio della nostra vita e possiamo fare quello che ci pare. La svolta, il
“ritorno” sta nell’aver capito che tutta la nostra vita è di Dio e che il ringraziamento che Dio vuole è
il sacrificio di lode (Sal 50,14.23), che consiste nel culto con la propria vita (Rm 12,1). Per questo,
mentre gli altri nove avranno ritornato “qualcosa”, nel caso del samaritano chi ritorna è lui stesso.
Chi ha un atteggiamento di gratitudine non dà semplicemente per ripagare qualcosa, ma dà per amore,
un amore grato per qualcuno da cui si è sentito amato. E la lode esprime quella felicità che
l’uomo ha trovato incontrando la salvezza, quella felicità che Dio vuole per ogni uomo.
- Dio non ha bisogno dei nostri sacrifici (Sal 50,9-13). Se Egli chiede qualcosa non è per se stesso,
ma per il bene dell’uomo. Se chiede la lode e il ringraziamento è per indicare che tale atteggiamento
è ciò che serve all’uomo. L’unica cosa di cui l’uomo ha bisogno per essere felice è la gratitudine,
avere un cuore grato. Chi è grato, chi sa di non avere diritto a nulla, è sempre felice. Il “sacrificio di
ringraziamento” esprime l’atteggiamento di chi riconosce che il dono di Dio è infinitamente superiore
a qualsiasi mio merito o diritto. Dio dà gratuitamente e suscita nell’uomo di fede lo stesso atteggiamento
di gratuità verso Dio e gli altri. L’atteggiamento di gratitudine e di ringraziamento porta
a donare tutta la vita a Dio; porta a capire che la nostra vita non ci appartiene, ma è fatta per essere
donata.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/