Don Marco Ceccarelli, " La giustizia di Dio è gratuita"

XXX Domenica Tempo Ordinario “C” – 23 Ottobre 2016
I Lettura: Sir 35,12-14.16-18
II Lettura: 2Tm 4,6-8.16-18
Vangelo: Lc 18,9-14
- Testi di riferimento: Gb 14,4; 15,14; 25,4; Pr 30,12; Is 57,12; 64,5; 65,5; Ez 21,31; 33,13; Mt 6,1;
21,32; 23,28; Lc 1,51-52; 3,8; 5,32; 7,30; 15,7.29; 16,15; 18,18-23; Rm 3,20-26; 4,22-25; 10,3-4;
14,10; 1Cor 4,5; Ef 2,3; Fil 3,3-7; Gc 5,9
1. La prima lettura. La tematica di questa domenica continua quella della domenica precedente riguardo

la necessità di conservare la fede nella giustizia di Dio attraverso la preghiera. L’odierna
prima lettura ricalca molto da vicino tale insegnamento. Il Signore ascolta la preghiera del povero,
di chi non ha poteri umani per fare valere le proprie ragioni, e interviene per fargli giustizia (Sir
35,18). È l’atteggiamento del bambino piccolo, del bambino indifeso, che subisce magari angherie
dai compagni più grandi o più prepotenti, ma rimane sicuro che il padre l’aiuterà. Così il cristiano,
che è chiamato ad essere come un bambino, perché chi non accoglie il regno di Dio come un bambino
non vi entrerà (Lc 18,17), sa che può stare tranquillo che suo Padre gli verrà in soccorso. Perciò
alla seconda venuta di Cristo, quando egli come giudice stabilirà in modo chiaro e definitivo la
giustizia (Gc 5,9), i superbi saranno abbassati e gli umili innalzati. Dunque la fede nella giustizia di
Dio va difesa con la preghiera, ma la preghiera deve essere fatta in un certo modo. Ed è questo ciò il
brano di Vangelo odierno vuole spiegarci.
2. “Coloro che si ritengono giusti” (v. 9).
- Nella parabola odierna dunque c’è qualcosa in più rispetto a quanto detto finora. Infatti qui si tratta
di non farsi giustizia non solo davanti agli uomini, ma nemmeno davanti a Dio. Perché la giustizia
che Dio ci fa o ci dà non è certamente un frutto, una ricompensa della nostra giustizia. Questo lo
avevamo già visto nella parabola del servo senza diritto di ricompensa (Lc 17,7-10). La giustizia di
Dio è gratuita. L’aiuto di Dio è per coloro che non sono in grado di aiutarsi da soli; la grazia di Dio
è per i peccatori. Per questo la parabola è rivolta a coloro che “ritenevano di essere giusti” (v. 9). Il
fatto è invece che nessuno è giusto davanti a Dio (Lc 18,19). Nessuno può avere la pretesa di meritare
qualcosa da Dio. L’unione con Dio, che si esprime nella preghiera e che ci fa sicuri della sua
giustizia, non è certamente una nostra conquista.
- La preghiera del fariseo. Il modo di porsi davanti a Dio nella preghiera rivela l’idea che uno ha di
se stesso. La cosa essenziale nella preghiera, lo sappiamo, non sono le parole, ma è l’atteggiamento
con cui ci si pone davanti a Dio, con cui ci si relaziona al Padre. Le parole possono essere false (riconoscersi
peccatori, ma in realtà non crederlo; ringraziare Dio, ma senza essergli veramente grati).
Quello che conta è l’atteggiamento del cuore, perché Dio guarda quello che c’è nel cuore (Lc 16,15;
Mt 6,6). Quello che fa la differenza nelle due preghiere della parabola è tale atteggiamento. La preghiera
del fariseo rivela la sua “autoconfidenza” (v. 9), la fiducia nella sua propria giustizia. Per
questo egli ritiene di non essere come gli altri uomini. Il fariseo sembra rivolgersi a Dio, ma in realtà
è rivolto verso se stesso. Con la sua preghiera egli sta contemplando se stesso e non Dio, la propria
giustizia e non la gratuità della benevolenza divina. Egli non sta in realtà relazionandosi con
Dio, con il Padre, ma con se stesso (questo tipo di narcisismo mi pare alquanto diffuso nelle nostre
chiese). Ciò si vede chiaramente dal fatto che il soggetto dei verbi è “io”: Io ringrazio, Io non sono,
Io digiuno, Io do. Lui è giusto: punto e basta. Per questo non è come gli altri uomini, quelli che invece
fanno il male.
- Queste azioni che il fariseo vanta di fare sono vere. Egli veramente non compie le cattive azioni
dei pubblicani, digiuna, dà la decima. Non sta dicendo cose false. Ma allora perché non è giustificato,
cioè non appare agli occhi di Dio come un giusto? Perché grazie a queste azioni egli pensa di essere
giusto. Lui si “rende giusto” da solo. E ciò si vede dalla frase «non sono come gli altri uomini»
(v. 11). Questo è il grande sbaglio! Se fosse così allora Gesù non servirebbe a questo fariseo e a tutti

quelli che come lui si ritengono giusti, o perlomeno ritengono di “non essere come gli altri” (quante
volte abbiamo detto questa frase?). Se materialmente non abbiamo commesso certe azioni o abbiamo
fatto cose buone, non per questo non siamo peccatori, non per questo non siamo come gli altri.
Questo può sembrare strano; e infatti ci sembra strano. Ma il fatto che ci sembri strano, paradossale,
ci fa capire quanto siamo lontani dall’accogliere la salvezza gratuita di Dio. Se vogliamo fare un
esempio, prendiamo il fariseo Paolo. Egli avrebbe potuto tranquillamente essere il fariseo di questa
parabola, affermando le stesse cose nella sua preghiera. Egli certamente viveva da giusto, secondo i
canoni della sua religione; eppure, con tutta la sua giustizia, perseguitava il Giusto (quante volte con
tutta la nostra giustizia facciamo somme ingiustizie?). Ma quando è stato illuminato dall’incontro
con Cristo ha capito tutta la differenza che esiste fra la propria giustizia e quella di Dio. Ha capito di
non essere altro che un aborto (1Cor 15,8-9). La differenza fra il prima e il dopo di Paolo è questa
consapevolezza. Come affermavano gli antichi padri orientali: La differenza fra il santo e il pagano?
Sono tutti e due peccatori, ma il pagano non lo sa. In altre parole, tutti abbiamo bisogno di essere
salvati (da Dio), ma non tutti lo sappiamo.
3. La preghiera del pubblicano.
- Se il soggetto della preghiera del fariseo è il suo “io”, quello della preghiera del pubblicano è Dio.
La frase che egli pronuncia è significativa del suo atteggiamento davanti a Dio; letteralmente «Fai
Tu per me l’espiazione». Si tratta dell’atteggiamento di un “disperato”, di uno che non può far nulla
per se stesso, di uno che non vede possibilità di perdono. Infatti, come giustamente afferma
l’esegeta J. Jeremias, «secondo la legge ebraica egli per far penitenza, non deve soltanto abbandonare
la sua vita di peccato, rinunciare, cioè, al suo mestiere, ma deve anche fare opera di riparazione,
restituendo il denaro estorto, con l’aggiunta di un quinto. E come può sapere quanta gente ha
imbrogliato? Non solo la sua situazione, ma anche la sua implorazione alla misericordia è senza
speranza!». Dunque il pubblicano non può fare nulla se non esprimere a Dio la sua disperazione.
Non solo è in una situazione di estremo peccato, ma non è in condizione di fare alcuna espiazione
per i suoi peccati. L’unico che può fare qualcosa è Dio. Questo è l’atteggiamento giusto nella relazione
con Dio. Nessuno di noi è in grado di operare la propria giustizia. Ciò significa che la salvezza
1) non è opera dell’uomo; le realtà umane, neppure quelle migliori, possono salvare l’uomo; 2) è
qualcosa di totalmente gratuito da parte di Dio, di cui nessuno può vantarsi.
- La preghiera del pubblicano trova grazia perché esprime l’atteggiamento corretto, quello di chi sa
di non potersi salvare con le proprie opere e non può che aspettarsi altra salvezza di quella che viene
da Dio. È Dio il soggetto di ogni salvezza. Dio ha esaudito la preghiera del pubblicano mandando il
suo Figlio unigenito come “espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 2,2; 4,10; cfr. anche Rm 3,25; Eb
2,17).
4. Due estremi da evitare. Un estremo è quello del fariseo che con un’apparenza di religiosità (cfr.
2Tm 3,5), di culto a Dio, in realtà dà culto a se stesso. È il caso di quelle persone che stanno nella
Chiesa e mettono sempre avanti se stesse, anche quando fanno dei servizi. Quello che appare non è
Dio ma il loro Io (si potrebbe contare quante volte uno usa questo pronome). Dio, Cristo, la Chiesa,
gli altri fedeli, sono al servizio del loro Io. L’altro estremo è quello del finto umile che dice di essere
come il pubblicano e ne recita la parte; non perché sia veramente pentito dei suoi peccati e voglia
abbandonarli, ma al contrario per giustificarsi davanti a se stesso e agli altri di non convertirsi mai.
È il vittimismo narcisista di chi ama compiangersi e sentirsi compiangere per la sua presunta condizione
disperata. Anche in questo caso al centro sta l’Io del soggetto. L’atteggiamento giusto si può
definire con l’immagine del bambino usata nei versetti successivi alla parabola (Lc 18,15-17). Si
entra nel regno accogliendolo come un bambino, impotente in tutto ma fiducioso, nello stesso modo
in cui farà Zaccheo con Cristo (Lc 19,1-10).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/