Don Mario MORRA sdb"Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia!"

9 ottobre 2016 | 28a Domenica T. Ordinario - Anno C | Omelia
Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia!

La Liturgia della Parola di questa domenica offre alla nostra riflessione due episodi che presentano tra
di loro evidenti affinità e punti di convergenza, tanto da essere considerati l'uno anticipazione profetica dell'altro.
Naaman, capo dell'esercito siriano, personaggio ragguardevole e stimato, uomo prode, ha contratto la lebbra; crede alla parola del profeta Eliseo, si lava sette volte nelle acque del Giordano, sia pure con un po' di ripugnanza, e si trova completamente guarito.
Anche se è un pagano, Naaman riconosce che il vero Dio è solo quello creduto ed onorato dal popolo di Israele: "ora so che non c'è Dio sulla terra se non in Israele".
Vorrebbe dimostrare la sua riconoscenza al Profeta, ma questi rifiuta, perché l'unico a dover essere ringraziato è Dio dal quale viene ogni dono, anche se si serve della parola del profeta. Naaman dimostrerà la sua gratitudine offrendo, d'ora in avanti, sacrifici ed olocausti non ad altri dei, ma solo al Signore.

Anche il Vangelo ci presenta un caso di guarigione; quella dei dieci lebbrosi che, all'ingresso di un villaggio, gridano a Gesù, stando a debita distanza, "Gesù maestro abbi pietà di noi". Gesù non li considera degli impuri o dei maledetti, come era opinione comune allora, ma li tratta con premura e con benevolenza: "appena li vide, Gesù disse: andate a presentarvi ai sacerdoti".
Naturalmente l'ordine varrebbe solo qualora fossero guariti. Ma i dieci lebbrosi, benché ancora affetti dalla malattia, si dimostrano talmente fiduciosi nella parola di Gesù che, senza la minima esitazione, obbediscono.
E la loro fiducia è pienamente ripagata: "mentre essi andavano, furono sanati".
Di fronte ad un fatto così straordinario ci si aspetterebbe che tutti e dieci, magari dopo essersi presentati al sacerdote, tornassero indietro a ringraziare, invece uno solo "tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Or questo era un Samaritano".
Uno solo intuisce che in Gesù non può che essere presente e operante Dio stesso.
E Gesù, a differenza del profeta Eliseo, accetta il ringraziamento, perché Egli non è solo il profeta che ordina a nome di Dio, ma è colui che compie il prodigio.
E per questo atto di fede, per aver ringraziato Dio prostrandosi ai suoi piedi, Gesù dona a quell'uomo guarito, non solo la salute del corpo, ma anche la salvezza dell'anima: "alzati e va; la tua fede ti ha salvato".
Gesù, pur così buono e comprensivo, non può non esprimere la sua amarezza nel constatare che di dieci guariti, uno solo abbia sentito la necessità di ritornare a ringraziare Dio, e per di più che questo uno, sia non un giudeo, ma un samaritano, cioè uno considerato come straniero, lontano da Dio, peccatore e indegno di essere salvato.
Da questi due episodi noi ricaviamo due insegnamenti molto importanti. Innanzitutto che Dio nel suo agire è sovranamente libero e non condizionato da nessuno; non può essere circoscritto entro barriere di carattere etnico, religioso o politico.
Nei due episodi, infatti, i personaggi beneficati sia nel corpo che nello spirito, sono un pagano ed uno straniero: due persone al di fuori dell'ambito religioso giudaico, ritenute anzi escluse dal Regno di Dio.
In altri passi del Vangelo Gesù fa risaltare proprio questo particolare aspetto: "C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo di Eliseo, eppure nessuno di questi fu risanato, ma solo Naaman di origine Siriana".
Il discorso è chiaro: nessuno può pretendere di avere il monopolio della benevolenza divina, rivendicare dei diritti, pretendere dei privilegi, vantare dei meriti. Tutto quello che Dio fa e concede agli uomini è puro dono gratuito, è grazia che Egli dispensa largamente solo a chi si dimostra aperto, disponibile, accogliente nei suoi riguardi.
Ciò che conta agli occhi di Dio non è l'appartenenza ad una razza, ad un popolo, ad una religione; non è neppure l'osservanza solo esteriore e formale di una legge divina, ma è l'apertura del cuore, la disponibilità a lasciarsi afferrare da Lui e raggiungere dalla sua grazia, la disponibilità a convertirsi.
Questo deve farci riflettere. Può succedere che persone, un tempo lontane dalla fede e dalla pratica religiosa, ad un certo momento siano più sollecite di noi a cogliere i segni del Signore che passa, e a cambiare radicalmente vita.

L'altro insegnamento che ci viene dalla Parola di Dio è il dovere della gratitudine verso Dio per tutti i benefici che riceviamo da Lui. La nostra preghiera non deve limitarsi, come spesso accade, a chiedere quello di cui abbiamo bisogno, ma deve essere anche una preghiera di lode e di ringraziamento a Dio; preghiera che si traduce in azione apostolica ed in annuncio gioioso della nostra fede in Cristo risorto, come insegna San Paolo nella lettera a Timoteo; dobbiamo sentirci disposti, come lui, a soffrire per il Vangelo e a sopportare ogni cosa perché tanti altri nostri fratelli raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.

A questo ci sollecita anche il mese di ottobre, mese missionario, in cui ognuno di noi è invitato a prendere sempre maggior coscienza del suo essere missionario, cioè inviato da Gesù a far risuonare in ogni angolo della terra, in ogni ambiente in cui opera, il lieto annuncio della salvezza.
La Madonna, Madre della Chiesa, Regina delle missioni, e dei Missionari, ci aiuti a vivere intensamente il mese di ottobre con animo veramente riconoscente e missionario.

Don Mario MORRA sdb
Fonte:http://www.donbosco-torino.it/