FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio Divina "Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero"

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Antifona d'ingresso
Se consideri le nostre colpe, Signore,

chi potrà resistere?
Ma presso di te è il perdono,
o Dio di Israele. (Sal 130,3-4)

Colletta
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia,
Signore,
perché, sorretti dal tuo paterno aiuto,
non ci stanchiamo mai di operare il bene.

Oppure:
O Dio, fonte della vita temporale ed eterna,
fa’ che nessuno di noi
ti cerchi solo per la salute del corpo:
ogni fratello in questo giorno santo
torni a renderti gloria per il dono della fede,
e la Chiesa intera sia testimone della salvezza
che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio.

PRIMA LETTURA (2Re 5,14-17)
Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore.
Dal secondo libro dei Re

In quei giorni, Naamàn [, il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra].
Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.
Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

SALMO RESPONSORIALE (Sal 97)
Rit: Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. Rit:

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele. Rit:

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! Rit:

SECONDA LETTURA (2Tm 2,8-13)
Se perseveriamo, con lui anche regneremo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Figlio mio,
ricòrdati di Gesù Cristo,
risorto dai morti,
discendente di Davide,
come io annuncio nel mio vangelo,
per il quale soffro
fino a portare le catene come un malfattore.
Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.
Questa parola è degna di fede:
Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;
se perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà;
se siamo infedeli, lui rimane fedele,
perché non può rinnegare se stesso.

Canto al Vangelo (1Ts 5,18)
Alleluia, alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Alleluia.

VANGELO (Lc 17,11-19)
Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.
+ Dal Vangelo secondo Luca

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Preghiera sulle offerte
Accogli, Signore, le nostre offerte e preghiere,
e fa’ che questo santo sacrificio,
espressione perfetta della nostra fede,
ci apra il passaggio alla gloria del cielo.

Antifona di comunione
I ricchi impoveriscono e hanno fame,
ma chi cerca il Signore non manca di nulla. (Sal 34,11)

Oppure:
Quando il Signore si manifesterà, saremo simili a lui,
perché lo vedremo così come egli è. (1Gv 3,2)

Oppure:
“Non sono dieci quelli guariti? E gli altri nove dove sono?
Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato”. (Lc 17,17.19)

Preghiera dopo la comunione
Padre santo e misericordioso,
che ci hai nutriti con il corpo e sangue del tuo Figlio,
per questa partecipazione al suo sacrificio
donaci di comunicare alla sua stessa vita.

Lectio
La lebbra ed i lebbrosi guariti
La lebbra è una malattia infettiva causata da un microorganismo, il Mycobacterium Leprae, che colpisce soprattutto la pelle e i tessuti di sostegno, come cartilagini, tendini e muscoli. Si tratta, in realtà, di una malattia oggi ben curabile, non particolarmente contagiosa, come, invece, si riteneva un tempo. Non essendo eccessivamente aggressiva, consente sopravvivenze molto lunghe, permettendo così di assistere al lento disfacimento dell’organismo, alla perdita progressiva della validità motoria e fisica ed anche ad un deturpamento estetico crescente, Da ciò, oltre che dall’ovvia paure del contagio, originava la capacità emarginante della malattia nei confronti degli stessi familiari, ed, ancor di più, della società civile e religiosa.
Nel caso, poi, del popolo di Israele, la situazione era aggravata dalla preoccupazione ossessiva per la purità e dalle sovrastrutture teologiche, che ritenevano la malattia una punizione per i peccati. La lebbra pertanto, con la sua carica di repellenza estetica, di paura del contagio e ribrezzo per le sicure colpe morali, portava all’emarginazione più assoluta dei malati, che diventavano dei veri paria, degli esclusi dalla società, privi di mezzi di sostentamento, affidati alla carità dei familiari, se ne avevano, o di qualche generoso che trovavano nel loro cammino.
La legge (v. Levitico 13, 45 – 46), fissava rigide norme regolamentali per questi infelici: dovevano vivere fuori dei centri abitati, se incontravano qualcuno, dovevano fermarsi a distanza e, gridando a gran voce, segnalare la loro presenza; il sacerdote era l’unico giudice dello stato di purità o di malattia. Tutte queste cose sono puntualmente ricordate nell’episodio del nostro Vangelo.
Tale era il loro triste destino, ma, almeno, questo status miserabile permetteva di stabilire tra loro una particolare solidarietà, tanto da poter assistere alla nascita di questo sodalizio, altrimenti impensabile, fra nove giudei osservanti ed un samaritano; i Samaritani, infatti erano considerati dai pii Israeliti degli impuri, eretici e comunque, dei soggetti da evitare accuratamente.
Nello stato di miseria in cui si trovavano non c’era più spazio per questi pregiudizi, quasi che la miseria costituisse una stimolo illuminante per i loro cuori e per le loro menti: solo perché accomunati dalla sventura, trovano il coraggio di invocare concordemente l’aiuto di quel Profeta, che, solo, li può salvare.
Una volta guariti, gli Ebrei sembrano dimenticarsi di tutto e scompaiono: viene in mente il refrain del salmo 49 “l’uomo nella prosperità non comprende è come gli animali che periscono”. La prosperità, la salute sono dei beni preziosi, ma comportano anche il rischio dell’incomprensione, sono come dei filtri, che coprono gli occhi, impedendo di riconoscere a pieno i valori più veri, ad esempio quelli della solidarietà, della misericordia e della riconoscenza; come continuamente va ricordandoci Papa Francesco, il nostro mondo occidentale straricco soffre proprio della lebbra dell’indifferenza.

La fede che salva: guarigione o salvezza?
“La tua fede ti ha salvato” è una frase quella letta oggi, che ricorre spesso nei vangeli: sembrerebbe, quasi, che la fede fosse uno strumento così potente da poter forzare la mano di Dio; attenzione però, si dice “ti ha salvato”, non “ti ha guarito”, la guarigione può essere un’occasione, un segno fornito alla fede, per condurci alla salvezza, ma non si identifica con questa; infatti nelle storie narrate dalle letture di oggi, troviamo che tutti sono stati guariti ma non tutti salvati.
La prima è la storia di Naamàn il generale del Re di Siria, che nella liturgia della Parola di questa domenica viene raccontata solo nella sua parte culminante, ma è, nel testo, assai complessa, ricca di personaggi (Naamàn, il Re di Siria, il Re di Israele, la servetta ebrea rapita, il servo di Naamàn, Eliseo, il servo di Eliseo) e con uno sviluppo complicato.
Il generale assiro ottiene la guarigione fidando nella parola del profeta, ma il suo cammino di fede non è semplice, né facile; inizialmente, vorrebbe anteporre la sua logica, i suoi piani alla pura accettazione della parola del Profeta; quando, infine, si piega all’accettazione umile e nuda della parola, si scopre salvato; molto più che guarito, perché, sì la sua pelle è diventata come quella di un bambino, ma , soprattutto, ha scoperto il Dio di Israele, il vero Dio e ha deciso irrevocabilmente di destinare a Lui solo il proprio culto di adorazione.
Così anche noi , nella vita potremmo trovarci a soffrire di malattie più o meno gravi, potremo pregare per la nostra guarigione e, magari, ottenerla, oppure no, ma sempre, nella prosperità e nella salute, come nelle difficoltà e nella malattia dobbiamo fare lo sforzo di capire che , al di sotto di tutto, o forse meglio, al di sopra di tutto, c’ è un Dio che ci è Padre, che ci attende che con-patisce, cioè partecipa a pieno alle nostre sofferenze , come alle nostre gioie : arrivare a questa consapevolezza ci inserisce già a pieno titolo nel cammino della Salvezza.
Nel secondo racconto di guarigione, nel capitolo 17 del Vangelo di Luca, ci troviamo addirittura di fronte a dieci lebbrosi risanati, ma seguendo il racconto potremo riconoscere che uno solo di essi sarà anche salvato, quello appunto, cui Gesù rivolge la frase “la tua fede ti ha salvato”.
Dobbiamo concludere che gli altri nove non hanno avuto fede? Forse, invece, sono stati mossi sì dalla fede, ma da una fede solo superficiale, incompleta, interessata; effettivamente nel tono delle parole con cui si rivolgono al Signore, essi rivelano, se non altro, di riporre una grande aspettativa in Gesù, probabilmente lo conoscono per la fama dei suoi prodigi. Lo chiamano Epistate, che viene normalmente tradotto Maestro, ma forse, ha un significato anche più pregnante: Epistatos era un magistrato Ateniese, deputato alla custodia delle chiavi della città, oppure era l’ufficiale che comandava la difesa dei fianchi della falange macedone. Allora potremo definirLo come Colui che sa di più di noi, che può più di noi ed è perciò in grado di dare concretezza alla sua Misericordia, che noi invochiamo.
Dunque partivano ed anche continuarono con il piede giusto, perché Gesù non li guarisce sull’istante con uno dei suoi gesti famosi, come già aveva fatto con un altro lebbroso all’inizio della sua missione, ma, in una certa misura, li mette alla prova, li invita semplicemente a presentarsi ai sacerdoti: è un discorso sicuramente promettente, ma non è, ancora la constatazione della guarigione, comunque essi vanno, anche senza la garanzia del miracolo già avvenuto e constatato.
Poi, però, a guarigione ottenuta, si dileguano: perché? Può essere chiarificante Il comportamento del samaritano, che, invece torna e va a prostrarsi ai piedi del Signore: è un vero atto di adorazione; dall’evento materiale, fisico della guarigione egli sa risalire alla realtà Soprannaturale della Misericordia di Dio; in Gesù, è Dio che si è chinato su di lui; per gli altri lebbrosi guariti è successo il contrario: una volta riacquistato il benessere fisico, economico e sociale tutto è stato dato per scontato, come sembra ricordarci sempre il salmista : “L’uomo nella prosperità non comprende…”

Riconoscenza e riconoscimento.
Queste due parole, usate nel linguaggio comune di fatto come sinonimi, hanno, in realtà un significato un po‘ diverso: la riconoscenza esprime un sentimento, l’atteggiamento mentale di chi ha ricevuto del bene verso chi ne è stato autore; per riconoscimento, intendiamo, invece, i mezzi con cui, in parole e/o in opere, questo senso di gratitudine si concretizza e si manifesta. Entrambe le parole, tuttavia, contengono, in radice, il significato di “conoscere”: la gratitudine e la capacità di ringraziare nascono dalla presa di coscienza precisa della grandezza e dell’importanza del bene che abbiamo ricevuto. Dobbiamo saper vivere con attenzione, con consapevolezza e con profondità gli eventi della nostra vita. E’ quello che forse, è mancato ai lebbrosi ebrei guariti; non credo che non avessero provato alcuna riconoscenza verso Gesù (fu talmente grande il bene da essi ricevuto!) ma, più probabilmente, hanno vissuto superficialmente anche questo episodio fondamentale della loro vita; non hanno capito che non si erano limitati ad incontrare un grande taumaturgo, ma attraverso di Lui avevano incontrato l’Autore stesso della vita: in una parola, la loro guarigione non aveva dato luogo alla salvezza!
C’ è dunque un invito pressante per tutti noi a vivere la nostra storia con responsabilità, con attenzione, capaci di saper leggere in profondità gli eventi della vita e, quindi, con un continuo senso di riconoscenza verso Dio che, continuamente, ci attende per darci salvezza.
Facciamo nostro il richiamo che ci fa Paolo nella seconda lettera a Timoteo “Figlio ricordati di Gesù Cristo… se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”; la nostra sofferenza, la malattia, il nostro peccato, non ci devono scoraggiare, perché possiamo contare sempre sulla sua misericordia fedele e puntuale. Per questo dobbiamo imparare a vivere la nostra vita con un continuo senso di gratitudine: è proprio questo il significato della parola Eucaristia (dal verbo greco eucarìzo rendere grazie) celebrazione del Sacrificio di ringraziamento: la nostra vita sia una continua Eucaristia!

Appendice
La gratitudine promuove sempre più grazie
"Non furono dieci a essere guariti; e gli altri nove dove sono?" (Lc 17,17). Penso che ricordiate che son queste le parole del Salvatore, che rimproverava l`ingratitudine di quei nove. Si vede dal testo quanto abbiano saputo ben pregare coloro che dicevano: "Gesù, figlio di David, abbi pietà di noi" (Lc 18,17); mancò però l`altra cosa di cui parla l`Apostolo (cf. 1Tm 2,1), il ringraziamento, perché non tornarono a render grazie a Dio.
Anche oggi vediamo molti impegnati a chiedere ciò di cui sanno d`aver bisogno, ma vediamo ben pochi che si preoccupano di ringraziare per ciò che hanno ricevuto. E non è che è male chiedere con insistenza; ma l`essere ingrati toglie forza alla domanda. E forse è un tratto di clemenza il negare agli ingrati il favore che chiedono. Che non capiti a noi di essere tanto più accusati d`ingratitudine, quanto maggiori sono i benefici che abbiamo ricevuto. E` dunque un tratto di misericordia, in questo caso, negare misericordia, com`è un tratto d`ira mostrare misericordia, certo quella misericordia di cui parla il Padre della misericordia attraverso il Profeta, quando dice: "Facciamo misericordia al malvagio, ed egli non imparerà a far giustizia" (Is 26,10).
Vedi, dunque, che non giova a tutti essere guariti dalla lebbra della conversione mondana, i cui peccati son noti a tutti; ma alcuni contraggono un male peggiore, quello dell`ingratitudine; male che è tanto peggiore, quanto è più interno...
Fortunato quel Samaritano, il quale riconobbe di non aver niente, che non avesse ricevuto e perciò tornò a ringraziare il Signore. Fortunato colui che a ogni dono, torna a colui nel quale c`è la pienezza di tutte le grazie; poiché quando ci mostriamo grati di quanto abbiamo ricevuto, facciamo spazio in noi stessi a un dono anche maggiore. La sola ingratitudine impedisce la crescita del nostro rapporto di grazia, poiché il datore, stimando perduto ciò che ha ricevuto un ingrato, si guarda poi bene di perdere tanto più, quanto più dà a un ingrato. Fortunato perciò colui che, ritenendosi forestiero, si prodiga in ringraziamenti per il più piccolo favore, e ha coscienza e dichiara che è un gran dono ciò che si dà a un forestiero sconosciuto. Noi però, miserabili, sebbene a principio, quando ancora ci sentiamo forestieri, siamo abbastanza timorati, umili e devoti, poi tanto facilmente ci dimentichiamo quanto sia gratuito tutto ciò che abbiamo ricevuto e, come presuntuosi della nostra familiarità con Dio, non badiamo che meriteremmo di sentirci dire che i nemici del Signore sono proprio i suoi familiari (cf. Mt 10,36). Lo offendiamo più facilmente, come se non sapessimo che dovranno essere giudicati più severamente i nostri peccati, dal momento che leggiamo nel salmo: "Se un mio nemico mi avesse maledetto, l`avrei pure sopportato" (Sal 54,13). Perciò vi scongiuro, fratelli; umiliamoci sempre più sotto la potente mano di Dio e facciamo di tutto per tenerci lontani da questo orribile vizio dell`ingratitudine, sicché, impegnati con tutto l`animo nel ringraziamento, ci accaparriamo la grazia del nostro Dio, che sola può salvare le nostre anime. E mostriamo la nostra gratitudine non solo a parole, ma anche con le opere e nella verità; perché il Signore nostro, che è benedetto nei secoli, non vuole tanto parole, quanto azioni di grazie. Amen. (Bernardo di Chiarav., De diversis, 23, 5-8)

Gesù salvezza universale
Il Signore Gesù loda chi lo ringrazia, rimprovera gli ingrati guariti nella pelle, ma ancora lebbrosi nel cuore. Che dice l`Apostolo? "Discorso fedele e degnissimo di essere accolto" (1Tm 1,15s). Che discorso è? "Gesù Cristo è venuto nel mondo". A che fare? "Per salvare i peccatori". E tu chi sei? "Io sono il primo dei peccatori". Chi dice di non essere, o di non essere stato peccatore, è ingrato verso il Salvatore. Nessun uomo in questa massa, che viene da Adamo, nessun uomo affatto è esente da malattia, nessuno è guarito senza la grazia di Cristo. Che cosa bisogna dire dei bambini, malati per la loro discendenza da Adamo? Anch`essi son portati alla Chiesa; se non possono andarci con i loro piedi, vi vanno con i piedi degli altri, per essere guariti. La Chiesa accomoda loro i piedi degli altri, perché vi giungano; il cuore degli altri, perché credano; la lingua degli altri, perché professino la fede, proprio perché son malati, perché un altro ha peccato...
Non disperate. Se siete malati, accostatevi a lui, e fatevi guarire; se siete ciechi, accostatevi a lui, e fatevi illuminare. Se siete sani, ringraziatelo; se siete malati, correte a lui per la guarigione. Dite tutti: "Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti" (Sal 95,6) e uomini e salvi. Se lui ci ha fatti uomini, noi ci siam fatti salvi: abbiam fatto meglio di lui. E` meglio, infatti, un uomo salvo, che uno semplicemente uomo. Se, dunque, Dio ti ha fatto uomo, e tu ti sei fatto un uomo buono, quello che hai fatto tu è meglio. Ma non ti credere più di Dio; abbassati, adora, inchinati a colui che ti ha fatto: nessuno ricrea, se non colui che crea; nessuno ti rifà, se non colui che ti ha fatto. Leggiamo in un altro salmo: "Lui ci ha fatti, non ci siam fatti da noi" (Sal 99,3). Certo, quando ti fece, tu non potevi far nulla; ora che sei, anche tu puoi fare qualche cosa; puoi andare dal Medico, lo puoi chiamare; egli è dappertutto. E perché lo chiamassi, risvegliò il tuo cuore e ti diede la possibilità di invocarlo. "Perché Dio opera in voi e vi rende capaci di volere e di operare" (Fil 2,13). Proprio perché tu avessi la buona volontà, lui ti ha chiamato prima. Grida: "La grazia del mio Dio mi viene in aiuto" (Sal 58,11). La sua misericordia ti ha prevenuto, perché esistessi, sentissi e acconsentissi. Lui ti ha prevenuto in tutto; previeni tu in qualche modo la sua ira. Come? Dichiara che tutto il bene che hai, lo hai da Dio, e che tutto il male viene da te. Non disprezzarlo in ciò che hai di bene, non lodarne te stesso. Non lo accusare della tua malizia; non scusare te stesso. Colui che ti ha prevenuto in tanti beni, verrà da te e vedrà i suoi doni e i tuoi mali e guarderà come ti sarai servito dei suoi doni. Dal momento ch`egli ti ha prevenuto in tutti questi beni, vedi un po` come tu puoi prevenire la sua venuta. Senti il salmo: "Preveniamo il suo incontro". Renditelo propizio, prima che arrivi; placalo, prima che stia qui. Hai un sacerdote per mezzo del quale puoi placare il tuo Dio; ed egli, insieme col Padre è Dio per te, lui che s`è fatto uomo per te. Così canterai con i salmi, preparandoti a riceverlo con la tua confessione. Esulta con i salmi; professando la sua misericordia, accusa te stesso. Lodando lui, che ti ha fatto, e accusando te stesso, verrà colui che è morto per te e ti risusciterà.
La dottrina mutevole e incostante è la lebbra della mente. Tenete ben fisso questo. Nessuno apporti novità, nessuno faccia il lebbroso. Una dottrina incostante, che cambia colore, è segno di lebbra mentale: anche questa la guarisce Cristo. Forse avevi seguito qualche novità, ci riflettesti e tornasti alla dottrina migliore; e ciò ch`era cambiato è tornato di un solo colore. Non ne attribuire il merito a te stesso, per non essere uno di quei nove che non ringraziarono il Signore. Uno solo ringraziò. Gli altri erano tutti Giudei. Quello era uno straniero, simboleggiava i Gentili, e lui, il decimo dei lebbrosi, con quel numero, pagò le decime a Cristo. A lui infatti dobbiamo che esistiamo, che viviamo, che abbiamo intelligenza; se siamo uomini, se siamo buoni, se l`intelligenza è retta, lo dobbiamo a lui. Di nostro abbiamo solo i nostri peccati. Che hai, che non l`abbia ricevuto? (cf. 1Cor 4,7). Voi, dunque, soprattutto voi che capite ciò che udite, sollevate il cuore guarito dalla malattia, purificato dalle tentazioni di novità, e ringraziate Iddio. (Agostino, Sermo 176, 2.5)

La carità più eccellente della fede e della speranza
La fede ha per oggetto le cose che non si vedono, ma cederà il posto alla chiara visione, quando le vedremo. La speranza ha per oggetto le cose che non possediamo, sicché, quando verrà la realtà, non ci sarà più la speranza, perché non c`è più ragione di sperare ciò che ormai possediamo. Quanto alla carità, viceversa, essa non può non aumentare sempre di più (cf. 1Cor 13,4-13). Se amiamo ciò che non vediamo, quanto dovremo amarlo allorché lo vedremo! Cresca dunque sempre il nostro desiderio! Se siamo cristiani, lo siamo soltanto in ordine alla vita eterna. Nessun cristiano riponga la sua speranza nei beni presenti, nessuno, per il fatto di essere cristiano, si riprometta la felicità in questo mondo. Della felicità presente usi come meglio può, se può, quando può e nella misura in cui può. Quando ce l`ha renda grazie a Dio che così lo consola; quando non l`ha renda grazie alla giustizia di Dio. Sia in ogni caso pieno di gratitudine; mai sia ingrato! Ringrazi il Padre che consola e che accarezza; e ringrazi ugualmente il Padre che vuol raddrizzare, che flagella e che sottopone a disciplina. Dio infatti sempre ama: sia quando accarezza sia quando minaccia. Ripeta le parole che avete udito nel salmo: "E` buono lodare il Signore, e inneggiare al tuo nome, Altissimo" (Sal 91,2). (Agostino, Enarr. in Ps., 91, 1)

Il Vangelo di questa domenica presenta Gesù che guarisce dieci lebbrosi, dei quali solo uno, samaritano e dunque straniero, torna a ringraziarlo (cfr Lc 17, 11-19). A lui il Signore dice: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!" (Lc 17, 19). Questa pagina evangelica ci invita ad una duplice riflessione. Innanzitutto fa pensare a due gradi di guarigione: uno, più superficiale, riguarda il corpo; l'altro, più profondo, tocca l'intimo della persona, quello che la Bibbia chiama il "cuore", e da lì si irradia a tutta l'esistenza. La guarigione completa e radicale è la "salvezza". Lo stesso linguaggio comune, distinguendo tra "salute" e "salvezza", ci aiuta a capire che la salvezza è ben più della salute: è infatti una vita nuova, piena, definitiva. Inoltre, qui Gesù, come in altre circostanze, pronuncia l'espressione: "La tua fede ti ha salvato". È la fede che salva l'uomo, ristabilendolo nella sua relazione profonda con Dio, con se stesso e con gli altri; e la fede si esprime nella riconoscenza. Chi, come il samaritano sanato, sa ringraziare, dimostra di non considerare tutto come dovuto, ma come un dono che, anche quando giunge attraverso gli uomini o la natura, proviene ultimamente da Dio. La fede comporta allora l'aprirsi dell'uomo alla grazia del Signore; riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Quale tesoro è nascosto in una piccola parola: "grazie"!
Gesù guarisce dieci malati di lebbra, infermità allora considerata una "impurità contagiosa" che esigeva una purificazione rituale (cfrLv 14, 1-37). In verità, la lebbra che realmente deturpa l'uomo e la società è il peccato; sono l'orgoglio e l'egoismo che generano nell'animo umano indifferenza, odio e violenza. Questa lebbra dello spirito, che sfigura il volto dell'umanità, nessuno può guarirla se non Dio, che è Amore. Aprendo il cuore a Dio, la persona che si converte viene sanata interiormente dal male.
"Convertitevi e credete al Vangelo" (cfr Mc 1, 15). Gesù dette inizio alla sua vita pubblica con quest'invito, che continua a risuonare nella Chiesa […] Alla Madonna chiediamo per tutti i cristiani il dono di una vera conversione, perché sia annunciato e testimoniato con coerenza e fedeltà il perenne messaggio evangelico, che indica all'umanità la via dell'autentica pace. (Papa Benedetto XVI, Angelus 14 ottobre2007)

Fonte:http://www.figliedellachiesa.org/