Luca DESSERAFINO sdb"La tua fede ti ha salvato."

9 ottobre 2016 | 28a Domenica T. Ordinario - Anno C | Omelia
La tua fede ti ha salvato.
Anche in questo brano di Vangelo il Signore ci sollecita a verificare l'autenticità della nostra fede.
Domenica scorsa ne abbiamo meditato la forza prodigiosa. Oggi un'altra dimensione costitutiva: la riconoscenza. Quando c'è fede vera, c'è riconoscenza; quando questa manca, c'è una fede immatura.
Il messaggio evangelico è in qualche modo preparato e anticipato nel racconto tratto dal secondo libro dei Re.

Un lebbroso straniero, Naaman il Siro, recupera la perfetta salute non per la potenza terapeutica delle acque del Giordano, dove si è immerso, ma per la fede e l'obbedienza alla "parola dell'uomo di Dio", obbedienza alle parole del profeta che gli ha ordinato di fare il bagno sette volte in quel fiume.

La sua guarigione è integrale: egli giunge alla maturità della fede. Ne è prova la sua professione e adesione all'unico Dio: "Ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele".
Un altro straniero, lui pure lebbroso, è il protagonista insieme a Gesù, nella pagina evangelica ascoltata.

I lebbrosi, nella società antica, erano segregati da tutti, erano oggetto di pubblico disprezzo perché considerati impuri e fonte di contaminazione per quanti venivano in contatto con loro. Era comune la persuasione che le malattie in generale, e in modo speciale la lebbra, fossero la conseguenza di qualche grave peccato personale.

Perciò quei poveri uomini, donne e bambini, colpiti da un male allora praticamente incurabile, venivano allontanati per legge dalla famiglia, dal lavoro e dai centri abitati, non avevano neanche la consolazione di potersi rivolgere a Dio con la speranza di trovare in Lui un Padre, anziché un giudice.

Questi lebbrosi vivevano insieme per affrontare la loro penosa condizione e per sostenersi a vicenda. Nel brano ascoltato non tutti i personaggi sono giudei: con loro c'è anche un samaritano, ritenuto normalmente dai giudei un eretico, un quasi pagano; ma la comune sofferenza e miseria abbatte ogni barriera razziale. Questi uomini, scoprendo che Gesù sta passando, intuiscono che viene loro offerta un'opportunità inattesa. Capiscono che l'unico che potrebbe soccorrerli nella loro condizione disperata è proprio Gesù. Non si avvicinano, la Legge lo proibisce, ma lo raggiungono con la loro voce implorante: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!".

È un piccolo inizio reale di fede in Lui che essi manifestano.
"Appena li vide, Gesù disse: Andate a presentarvi ai sacerdoti", questa era, infatti, la prassi affinché potessero essere riaccolti, riconosciuti guariti, nella società. Lo sguardo che Gesù posa su una persona che soffre lo porta subito a intervenire in suo favore, il suo è sempre uno sguardo pieno di misericordia. In questo caso Gesù non si avvicina.

Ma li manda dai sacerdoti, come di consuetudine, senza aver fatto visibilmente nulla per la loro guarigione. Ai sacerdoti, secondo le disposizioni della legge di Mosè, era data la competenza per accertare se un lebbroso era tornato a essere sano e in tal caso rilasciavano un certificato di guarigione, in modo che l'interessato fosse riammesso a vivere nella società a pieno diritto. Inviando i lebbrosi ai sacerdoti prima ancora di averli guariti, Gesù implicitamente assicura la loro guarigione. Ma chiede loro la fede e la fiducia in Lui.

I lebbrosi vanno, cioè obbediscono alla parola di Gesù, si fidano di Lui, credono nella verità della sua parola e sulla parola di Gesù, intraprendono il cammino verso i sacerdoti e, proprio mentre sono ancora sulla via, vengono tutti guariti. Questo sta a dire che la guarigione inizia quando si comincia ad obbedire al Vangelo e non più a sé stessi o alle proprie abitudini. In tal senso il nostro cammino spirituale porterà guarigione, nel cuore e nel corpo, nella misura in cui è scandito dall'ascolto del Vangelo.È già il miracolo della fede, che sta maturando in loro e lungo il cammino si realizza effettivamente con la guarigione. La loro gioia è indescrivibile.

Finora il gruppo era compatto. A questo punto uno si distacca e torna indietro da Gesù. Gli altri, tutti presi dall'esperienza della salute recuperata, corrono dai sacerdoti: non vedono l'ora d'essere dichiarati puri per rientrare il più presto possibile nella comunità, accettati come membri a pieno diritto. Essi badano soltanto al vantaggio che la guarigione comporta. Non pensano a Colui che li ha liberati dal loro miserevole destino.

Quando si sperimenta un aiuto, può capitare che presto ci si dimentica di colui che lo ha dato. Di uno solo si dice: "Vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce". Tutti avevano gridato a gran voce quando si trattava di chiedere misericordia, ora uno solo loda Dio pubblicamente, a gran voce. Quest'unico è un samaritano. Emozionatissimo, stupito che anche lui, non ebreo, fosse stato risanato da Gesù, si getta ai suoi piedi per ringraziarlo. Lo riconosce come il Messia. Lo riconosce come il vero tempio in cui Dio si è fatto presente per incontrare gli uomini e qui deve essere adorato.
"E gli altri nove dove sono?".

In questa domanda di Gesù c'è tanta delusione e amarezza; gli altri non sono tornati a "rendere gloria a Dio". Cioè non hanno celebrato l'intervento che Dio ha compiuto attraverso Gesù, non hanno riconosciuto la presenza di Dio infinitamente misericordioso che ha operato per la loro guarigione. Forse hanno pensato che, essendo giudei, la guarigione fosse loro dovuta. Pensare di avere privilegi davanti a Dio significa non aver capito che Lui è amore gratuito e, quindi, anche pura gratuità nel suo agire. Uno solo ha capito.

E a lui, Gesù svela la realtà profonda di quanto è accaduto nel suo cuore, qual è cioè il miracolo più vero che ha ricevuto: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!". Dieci sono stati "guariti" fisicamente, ma uno solo è stato "salvato". La salvezza è legata alla fede piena, manifestata dal samaritano. Salvato perché per lui la guarigione è diventata l'incontro con Dio; l'ha sperimentata consapevolmente come dono della misericordia di Dio. E a gran voce, con tutte le fibre del proprio essere, con tutta la realtà delle sua persona, egli rende grazie a Dio misericordioso. Come dire, per lui ha più valore il Donatore che il dono. Se, quando riceviamo un beneficio, la nostra attenzione è rivolta soltanto al dono, allora il nostro cuore è a rischio "atrofia".

Ma se, partendo dal dono ricevuto, la nostra attenzione si porta sulla benevolenza del benefattore, allora l'esperienza del dono diventa incontro nuovo e personale col donatore e in tal modo la fede raggiunge la sua maturità.
Per il samaritano il ringraziamento è più che un semplice gesto di educazione e di sensibilità: è un vero atto di fede nella potenza di Dio che si è manifestata in Gesù in modo del tutto gratuito, soprattutto per lui che era uno straniero. La riconoscenza è una dimensione essenziale della fede. È la gratitudine della creatura "sorpresa di esistere" e traboccante di meraviglia per essere stata scelta e chiamata a vivere.

"La tua fede ti ha salvato!". Solo la fede, cioè l'instaurare un amorevole rapporto personale con il Creatore e Redentore, può salvare l'uomo. Fede che ha come contenuto e forma la storia personale di Gesù Cristo, evento e possibilità di salvezza per tutta l'umanità.

Per causa sua e per amore di Lui, Paolo è in carcere e "soffre fino a portare le catene", ma è consapevole che tale sofferenza è feconda: "Sopporto ogni cosa per gli eletti", perché unita e orientata all'amore del Padre.
Per l'Apostolo come per noi, il legame col Risorto è preludio sicuro della comunione di vita e di gloria con Lui. In questo modo, ogni forma di sofferenza accettata e vissuta in unione col Crocifisso non è più vana, ma prende senso nella misura in cui essa è vissuta da figlio di Dio.

Luca DESSERAFINO sdb
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