MONASTERO MARANGO, "Solo l'incontro con il Vangelo di Gesù salva"

28° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)
Letture: 2Re 5,14-17; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19
Solo l'incontro con il Vangelo di Gesù salva
1Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.
Gesù è un rabbi itinerante. Dirà di se stesso: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). Egli è sempre per via alla ricerca di ciò che era perduto. Percorre le strade dell’uomo sofferente e ammalato, peccatore e perennemente in fuga. Si stanca, ma non cessa di camminare, di cercare. Và di terra in terra, ma non trova l’uomo da nessuna parte. Finalmente lo incontra, nell’oscurità dell’inferno, in quel luogo di maledizione che è la croce. L’uomo si era rifugiato lì, nel punto più lontano da Dio, e lì il Figlio dell’uomo lo trova. E’ scritto, infatti, che lui cerca il perduto «finché non lo trova» (Lc 15,4.8). E’ questo il senso del cammino.
Il riferimento prima a Samaria e poi alla Galilea non è una indicazione geografica, di per sé sbagliata nella direzione di marcia, ma esprime le tappe di un cammino spirituale: è Gesù che cammina sulle strade dell’uomo. 

Entrando in un villaggio gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza.
La lebbra è la malattia della solitudine, dell’assenza di contatto fisico, del senso di colpa. L’evolversi della malattia corre parallelamente all’evolversi dell’abisso morale in cui si cade: i lebbrosi erano convinti, come l’approssimativa visione di Dio lasciava intendere, di essere puniti per qualche colpa nascosta. Non c’era compassione verso i lebbrosi, né verso gli ammalati in genere. Uno degli aspetti, presenti ai tempi di Gesù, era considerare la malattia non tanto come qualcosa che devasta fisicamente il corpo, ma come una realtà che creava vergogna e umiliazione, perché l’ammalato era visto come persona infetta e da respingere, escludendolo da tutte le dimensioni della vita. Inoltre, secondo la mentalità semitica, la malattia era vista come una maledizione di Dio, in quanto solo una vita in salute e vigorosa era considerata benedetta da Dio.
Per questo gli ammalati erano ritenuti abbandonati da Dio e impossibilitati ad avvicinarsi a lui. Per questo le autorità religiose avevano creato tutta una serie di norme e di leggi per indicare coloro che erano degni di avvicinarsi a Dio, escludendo così gli ammalati, i sofferenti e i peccatori. 
Era scritto nella Legge: «Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lv 13,45-46).
Fermandosi a distanza danno l’impressione di essere fedeli osservanti della Legge. Fanno sentire la loro voce da lontano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Gesù ascolta il loro grido. 

Andate a presentarvi ai sacerdoti.
I sacerdoti avevano il dovere di dichiarare il malato di lebbra come impuro, ma anche di verificare una eventuale guarigione e di togliere il verdetto dell’impurità. 
Gesù rispetta questi lebbrosi che sono attaccati alla Legge e dice loro di presentarsi davanti ai sacerdoti.
Ma, mentre essi erano per via, «furono purificati». Non solo guariti.
Risulta chiaro che unicamente Gesù ha operato il miracolo, avvenuto mentre erano in cammino. Il testo non dice se essi giunsero dai sacerdoti, e probabilmente non lo dice perché il suo significato è altrove. Per i giudei l’elemento rituale prescritto dalla Legge era così decisivo che trasferivano ogni significato di una eventuale guarigione all’osservanza dei riti stessi. Come molti di noi, che considerano la “pratica” religiosa come centro della religione e dimenticano sovente non solo l’origine divina della grazia ricevuta, ma anche il volto del prossimo che vive accanto a loro e che bussa, bisognoso, alla loro porta. 

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce. Era un samaritano. 
Osserviamo ancora il testo. I dieci lebbrosi sono venuti incontro a Gesù, ma non sono giunti fino a lui: si sono fermati a distanza, come prescriveva la Legge. 
Solo un samaritano, doppiamente escluso, perché oltre alla maledizione della malattia era anche straniero ed eretico, ritorna sui suoi passi e giunge fino a Gesù, prostrandosi davanti a lui per ringraziarlo. Non è più un lebbroso: è un purificato. Ora, anche secondo la Legge, può accedere nuovamente a Dio. Ma dov’è che rende culto a Dio? Ringraziando Gesù. Il ringraziamento a Gesù si confonde con la lode a Dio. 
Ora possiamo ascoltare direttamente Gesù. Egli constata che tra i dieci purificati uno solo di fatto è tornato a lodare Dio. Dicendo questo Gesù si rivela come il vero luogo, il vero tempio, non fatto da mani d’uomo, dove si rende culto a Dio; e perciò come il vero luogo di salvezza. Nella fede, lo straniero, il lontano, colui che – anche secondo il dettato della legge religiosa – nessuno poteva avvicinare, diventa vicino e familiare di Dio. Diventa anche fratello.
Gli strumenti della religione spesso non hanno nulla a che fare con l’essenza della vita cristiana; sono pura usanza, tradizione spensierata, folklore. C’è bisogno di uno «straniero», cioè di uno non abituato al tradizionale, per riportarci al cuore della fede. E’ lui che guarisce e salva: Gesù. Finalmente un Dio dei poveri, dei sofferenti, di coloro che fanno fatica a vivere e a rialzarsi a causa di una religione che ha posto su di loro un giogo troppo pesante, non permettendo più a Dio di avvicinarsi agli ultimi, ma relegandolo agli incensi del tempio e ai tanti sacrifici richiesti dai sacerdoti di quella religione. 

Non si è trovato nessuno che tornasse indietro, all’infuori di questo straniero?
Nove dei dieci lebbrosi guariti sono abitati ancora dal fantasma della Legge; sono socialmente riabilitati, ma non sono salvati. Solo l’incontro con Gesù ci libera definitivamente. 
“Molti cristiani vivono oggi senza incontrarsi direttamente con il vangelo di Gesù. Quando si avvicinano alla loro parrocchia, il vangelo rimane occultato da un insieme di pratiche, costumi, linguaggi, devozioni e formule religiose che ai più risulta ogni volta più difficile da comprendere e accettare. Non riescono a identificare con chiarezza, all’interno di questa religione, la buona novella che viene dall’impatto provocato da Gesù venti secoli fa. Abbastanza gente si annoia di questa religione e abbandona la Chiesa. Ha ascoltato una «moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere» (EG, n. 39); ha udito molte omelie che non presentavano «il cuore del messaggio di Gesù Cristo» (EG, n. 34), sermoni che non hanno «il profumo del vangelo» (EG, n. 39). Non ha potuto conoscere nelle nostre comunità il contenuto essenziale del vangelo” (Josè Antonio Pagola, Ritornare a Gesù, Bologna 2015, pag 57-58).

Donaci, Signore, la gioia di saper tornare indietro.
Donaci, Signore, la fede del samaritano, dello straniero, per poterti davvero incontrare. 
Senza avere paura della nostra lebbra. 

Scatto Giorgio  
Fonte:MONASTERO MARANGO, CAORLE (VE)