MONASTERO MARANGO,"Le comunità cristiane siano luoghi del perdono e della festa"

31° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)
Letture: Sap 11,22-12,2; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10
Le comunità cristiane siano luoghi del perdono e della festa

1)Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando.
Siamo alla fine della vita pubblica di Gesù. Gerico è l’ultima tappa prima della faticosa salita che lo
condurrà ad essere crocifisso fuori dalle mura della città santa. La fatica non è solo fisica, ma morale, spirituale. Gli apostoli vivono nella incomprensione totale di ciò che sta per accadere e, in questo contesto, risulta difficile e impegnativo anche per Gesù compiere fino in fondo la volontà del Padre. La lettera agli Ebrei dice che Gesù, «nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a colui che poteva liberarlo dalla morte, e fu esaudito per il suo pieno abbandono» (Eb 5,7). In questo ultimo tratto di strada, prima della sua definitiva consegna, si svolgono gli avvenimenti che seguono: la guarigione del cieco sulla strada di Gerico e la conversione di Zaccheo. Sono segni che esprimono il significato di questo faticoso cammino.

Un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù
Luca vuole farci sorridere? Zaccheo significa qualcosa come «il puro» ma, in forza della sua professione, merita piuttosto il nome di «scomunicato». E’ di certo un pubblico peccatore. E’ anche «capo dei pubblicani», un uomo che si era arricchito riscuotendo le imposte per conto dei romani, assicurandosi un largo margine di guadagno attraverso pesanti violazioni della giustizia. Queste persone non potevano in alcun modo essere popolari, a motivo dei loro mezzi fraudolenti, delle violenze, dei ricatti e delle pressioni che mettevano in atto. La gente li associava alle prostitute.

ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura.
Mi par di vedere gli sforzi di questo piccolo uomo, il suo goffo saltellare (oltre che piccolo sarà stato anche grasso!), il largo abito che gli impediva di correre spedito, il sudore che gli bagnava la faccia. Qualcuno dice che era un uomo “moralmente piccolo”, e questo è anche vero: era ricco solo di denaro e povero di tutto il resto!
Però c’è questo desiderio di vedere Gesù, di riconoscerlo tra la folla, e per questo corre avanti e sale su un albero di sicomoro, i cui rami bassi si prestavano facilmente alla scalata. Tutto, nel racconto, fa presentire un’intensa buona volontà che gli aprirà la strada della misericordia e della salvezza.

Gesù, infatti, «doveva passare di là».
Più avanti, quando Gesù giunge in città e, alzando lo sguardo, vede Zaccheo appollaiato sui rami, gli dice: «Scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua». Finora Gesù è sempre stato invitato nelle case degli altri: in quella di Levi (Lc 5,27-32) e soprattutto in quelle dei farisei, dove di solito ha trovato solo sospetti e inganni. Ora è lui che si invita: «Oggi devo fermarmi a casa tua» E’ la settima volta che Gesù pronuncia questo verbo: io devo. Ricordate? La prima volta a dodici anni, al tempio, dopo un’affannosa ricerca da parte dei genitori: «Io devo occuparmi delle cose del Padre mio» (Lc 2,49); e poi quando le folle tentano di trattenerlo presso di loro e lui risponde: «Io devo annunciare la buona notizia del Regno anche alle altre città» (Lc 4,43; 13,16.33); infine negli annunci della passione: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto» (Lc 9,22; 17,25) e della risurrezione: «Il Cristo doveva patire queste sofferenze per entrare nella sua gloria» (Lc 24,26.44).
Dicendo a Zaccheo: «Devo fermarmi a casa tua», Gesù continua ad esprimere la sua volontà di salvare davvero tutti, anche i perduti, perché questa è la missione che il Padre gli ha affidato.

Zaccheo scese in fretta e lo accolse con gioia.
Il capo dei pubblicani, abituato a decisioni rapide, non tergiversa ma si affretta a scendere e riceve Gesù in casa sua. E’ pieno di quella gioia che è già il segno di una misericordia ricevuta in anticipo.

Vedendo ciò tutti mormoravano: «E’ entrato in casa di un peccatore!».
Era già molto grave l’accusa di prendere un semplice pasto con i pubblici peccatori; a più forte ragione doveva scatenare la critica una sosta prolungata nella casa di un pubblicano. «Tutti mormoravano»: la critica non viene soltanto da alcuni farisei, ma dalla folla intera che si scandalizza per l’accaduto. Era la stessa folla che accompagnava Gesù e lo seguiva più da vicino.
Ma ecco che avviene quello che nessuno avrebbe immaginato:
Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Ora che Gesù è entrato in casa sua Zaccheo ha imparato che i soldi non sono più la ragione della sua vita. La sua esistenza non dipende più dalle cose, che comunque lo mantengono “piccolo” davanti a Dio e agli uomini. Ora può anche rinunciare a metà dei suoi beni. Lo dico sempre anch’io: la verifica di una vita convertita al Signore si vede quando mettiamo mano al portafoglio e condividiamo i beni con i poveri, il resto sono solo chiacchiere. Ma c’è dell’altro. Zaccheo sa bene che il suo brutto mestiere lo ha portato ad arricchirsi facendo violenza a molti. Ha rubato ai poveri. Il suo denaro è frutto di una evidente ingiustizia. Dice: «Se ho rubato a qualcuno restituisco quattro volte tanto». Mette insieme la carità e la giustizia. In questo modo proclama che solo la carità può cancellare le tracce del suo eccessivo interesse per il denaro, e che solo la giustizia può cancellare l’ingiustizia.

Oggi la salvezza è entrata in questa casa.
Permettetemi ancora alcune piccole considerazioni.
- Gesù riconcilia Zaccheo con la comunità spirituale di Israele, restituendogli tutti i suoi privilegi e la sua dignità di erede della promessa. Quest’uomo non deve più salire sugli alberi per vedere passare Gesù, ma ora può salire con lui a Gerusalemme, assieme a tutto il popolo dei salvati.
- Gesù rifiuta l’opinione, largamente sostenuta dai rabbini troppo avidi delle loro prerogative, secondo la quale certi pubblici peccatori non potevano pretendere la salvezza. Gesù afferma invece che non c’è peccato che escluda per sempre dalla misericordia di Dio. Papa Francesco ce lo ricorda continuamente, anche se i “rabbini” di oggi gli fanno la guerra. Gesù non è venuto per condannare ma «a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Anche oggi la casa dell’uomo peccatore, per la presenza di Cristo che viene a farci visita, può diventare una Chiesa in cui si celebra la liturgia della misericordia e il rituale della comunione. Desidero anch’io, come tanti di voi che leggete, che le nostre comunità siano la casa dei peccatori che Gesù è venuto a cercare e a salvare: luogo del perdono e della festa, dove nessuno si senta più escluso a motivo del suo peccato e della mormorazione di molti.

Giorgio Scatto    
Fonte :MONASTERO MARANGO,CAORLE (VE)