Monsignor Nunzio Galantino"LA TUA PAROLA, SIGNORE, CI RIDONA LA VITA"

LA TUA PAROLA, SIGNORE, CI RIDONA LA VITA
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, 9 ottobre 2016
La fiducia nella Parola di Dio è al centro della liturgia odierna. Lo testimonia anzitutto la storia di
Naaman il Siro (prima lettura), che può essere simbolicamente paragonata alla storia della nostra vita di fede; quella vita di fede che, per motivi diversi, a volte si riduce male, come la pelle lebbrosa di Naaman. Ma quando finalmente egli accetta di immergersi nel fiume Giordano, dando retta alle indicazioni del profeta Eliseo, “il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]”.

Il Vangelo invece narra dei dieci lebbrosi che “si fermarono a distanza” da Gesù, perché a loro non era permesso avvicinarsi agli altri. In quanto lebbrosi, essi sono condannati all’isolamento e all’emarginazione, non solo nella società, ma anche nella religione ufficiale. Dunque, stando “fermi a distanza”, possono solo gridare! E il loro grido è una preghiera: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Al loro grido, Gesù risponde inviandoli subito al tempio, dai sacerdoti, perché solo a loro spettava certificare la guarigione avvenuta! E qui c’è un’annotazione importante di Luca: “Mentre essi andavano, furono purificati” dalla lebbra. A guarirli, cioè, non è un gesto eclatante di Gesù. Né l’essere entrati devotamente nel tempio: a guarirli è stato l’aver dato ascolto alla parola di Gesù, che li aveva invitati a mettersi in cammino.

Ancora una volta, quindi, è la Parola di Dio che salva. Una Parola che può venirci incontro nei modi più impensati (ad es. è una ragazzina che trasmette a Naaman l’ordine del profeta Eliseo); una Parola che domanda gesti semplici per diventare efficace (a Naaman viene chiesto di immergersi per 7 volte nel fiume Giordano, mentre ai lebbrosi viene chiesto di andare dai sacerdoti). E’ una Parola che, quando viene accolta e messa in pratica, trasforma la vita, guarisce, come dimostra l’esperienza di Naaman e dei dieci lebbrosi.

Una seconda considerazione riguarda il fatto che non tutti i guariti tornano da Gesù. Anche se la liturgia enfatizza l’atteggiamento di ringraziamento di Naaman e del Samaritano, essa non vuole dettare una regola di galateo sul dovere di “dire grazie” per un dono ricevuto. Ben altro! Il lebbroso samaritano guarito, l’unico a tornare da Gesù, ha una marcia in più rispetto agli altri: ha intuito che il bello della vita non sta tutto nella guarigione, o nel vivere senza difficoltà (salute, famiglia e …conto in banca!). “La tua fede ti ha salvato”. Il lebbroso è salvo, perché è entrato in comunione con chi gli ha fatto il dono della salute. È un salvato perché ha ritrovato l’amicizia con Dio, accogliendo e ubbidendo alla sua Parola. Egli è passato da “essere guarito” a “essere salvato”, perché in lui il rifiorire della carne ha fatto rifiorire soprattutto una relazione nuova col Signore.

Fonte:http://www.nunziogalantino.it/

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