Don Paolo Zamengo"Presunzione e povertà"

Presunzione e povertà    Lc 18, 9-14
XXX Domenica Tempo Ordinario , 23 ottobre 2016
Luca mette due uomini a confronto. Il primo è un fariseo, osservante scrupoloso della legge.  In
realtà, quest’uomo  vomita veleno e disfattismo. Non si può unire preghiera e disprezzo. Tessere l’elogio di sé elencando le miserie degli altri. Racconta la tristezza di una religione in disfacimento. 

La sua preghiera è sterile e rabbiosa. Inizia ringraziando ma, poco dopo, dimentica la sua preghiera e pone se stesso a crocevia e baricentro di ogni cosa: “Io sono, io digiuno, io pago”.

Dietro a un’apparente devozione si nasconde una preghiera atea. Dio serve come copertura. Non parla a Dio ma a se stesso. Usa Dio come specchio su cui far rimbalzare la propria soddisfazione.  Il fariseo adora il proprio cuore e prega se stesso avvolgendosi in un monologo delirante. Si costruisce un mausoleo dove non c’è posto per nessuno né per Dio né, tanto meno,  per gli altri.

Un po’ più indietro c’è un pubblicano, un peccatore riconosciuto e consapevole. Sa dire poche parole ma quelle giuste: “Signore abbi pietà di me”. Il centro della sua preghiera non è il suo io ma la pietà di Dio. Non dice mai “io” ma invoca sempre un “tu” che gli tenda la mano.

Il pubblicano è perdonato non perché è migliore del fariseo ma perché apre la porta del cuore al sole di Dio che è più grande del suo peccato. Si apre a Dio che non si merita neppure con le buone azioni ma semplicemente si accoglie perché è Padre buono. 

Il pubblicano facendo l’inventario della sua vita non trova nulla di che vantarsi ma non cade nell’errore di sentirsi buono o cattivo confrontandosi con gli altri. Si confronta solo con Dio davanti al quale è possibile solo rimanere a capo chino. Non parla degli altri, non critica gli altri. Non sente il desiderio di demolire gli altri sperando in uno sconto per sé. 

Conta solo sulla misericordia. Perché Dio perdona per amore. E il motivo del perdono non sta nei meriti o nelle penitenze dell’uomo ma soltanto nel suo cuore. Unica strada da percorrere per tirarsi fuori dal peccato è implorare il perdono di Dio.

La conversione consiste nell’incontrare la misericordia di Dio, incontrarlo come Padre, come colui che rimane fedele nonostante il nostro peccato. 

Nella vita del fariseo il peccato non è quantificabile, non ha colpe specifiche. La sua condanna è in quell’alone di sufficienza, in quella ostentazione di integrità morale, in quella presunzione di innocenza grossolana. Prega con le mani alzate davanti all’altare ma si distrae subito e getta il suo sguardo sul pubblicano. Dio non gli interessa più.

Il pubblicano è salito al tempio con le mani vuote, niente da offrire e molto da chiedere. Come un mendicante, allora,  apre il suo cuore e lo sente rinascere pieno di una gioia che sapeva immeritata.