Una Parola per noi di don Giuseppe Costa DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO

Una Parola per noi di don Giuseppe Costa
DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO
9 Ottobre 2016
2Re 5,14-17; 2Tm2,8-13; Lc 17,11-19
1. La prima lettura presenta un brano che fa parte del capitolo 5 del secondo libro dei Re e racconta
dell’incontro del profeta Eliseo con Naaman il Siro, capo dell’esercito del re di Aram. La lebbra di cui Naaman è affetto non doveva essere una forma grave, perché altrimenti lo avrebbe escluso dalla vita sociale (Lv 13,45-46), mentre il testo riferisce che «era un personaggio autorevole e stimato, perché per mezzo suo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei» (2Re 5,1). Davanti alle parole di Eliseo, che chiede di scendere nelle acque del Giordano (v. 10), dopo una prima esitazione (vv. 11-12), sarà l’intervento dei suoi servi a ricondurre Naaman alla ragione. Naaman scende nelle acque e si bagna, disposto a tutto pur di riavere la salute. Convinto proprio dalla riflessione dei servi, deve ancor più constatare che la parola del profeta eseguita produce la guarigione dalla lebbra e il miracolo va anche al di là delle sue stesse aspettative: la sua pelle è sanata e il suo aspetto è ringiovanito. Naaman tornò con tutto il suo seguito dal profeta. È questo il vertice del racconto, nel quale viene manifestata la grandezza di Dio che, oltre a ridurre e piegare il fiero avversario d’Israele, riceve proprio da uno straniero un attestato di lode e di adorazione. È una vera e propria confessione di fede, prodotta dall’intervento miracoloso del profeta. Una confessione che conduce Naaman a riconoscere un solo Dio per tutta la terra e a identificarlo nel Dio d’Israele. L’uomo risanato impara a ricevere tutto da Dio e riconosce che la salvezza è un dono gratuitamente dato e ricevuto anche senza merito.
2. La pericope che oggi la Chiesa ci fa ascoltare nella seconda lettura fa parte di un brano più esteso della seconda lettera a Timoteo (2Tm 2,1-13) che presenta il senso delle sofferenze dell’apostolato cristiano e la fedeltà nelle prove. Si tratta quasi di un testamento spirituale nel quale, in vista della separazione, vengono presentate le prove e le tribolazioni che mettono a dura prova la fedeltà cristiana. E Paolo incoraggia ed esorta Timoteo e la sua Chiesa muovendo dal suo esempio e dalla sua testimonianza (vv. 1-3), ricorrendo anche ad esempi tratti dal servizio militare, dalle gare atletiche e dal mondo dell’agricoltura (vv. 4-6). Ed è proprio a questo punto che si innesta la nostra pericope: ancora più degli esempi desunti dalla vita degli uomini, è il ricordo di Gesù Cristo che deve influire sulla vita di Timoteo e dei credenti tutti. Il ricordo di Gesù Cristo, soprattutto, il richiamo alla sua risurrezione dai morti costituisce la sintesi lapidaria di tutto il vangelo di Paolo e richiama, molto probabilmente, un’antica professione di fede tramandata nella prima comunità cristiana (v. 8). A questa professione di fede segue ancora l’esempio di Paolo, figura ideale e tipica dell’apostolo come martire della fede, che ripete nella sua vita la stessa vita di Cristo, con la sua logica di morte e risurrezione. È l’invito a fare come fa lui, a vivere con la stessa prospettiva dinanzi agli occhi (vv. 9-10). La pericope si chiude con una nuova professione di fede, la citazione di un altro antico inno che sviluppa ancora più marcatamente la prospettiva della morte e della risurrezione applicandola chiaramente alla vita di tutti i cristiani. Un inno che mette a confronto con tre parallelismi Cristo e i cristiani, con cui Paolo si presenta e si associa. Parallelismi sinonimici che si concludono con uno antitetico: l’infedeltà del credente si infrangerà contro la fedeltà di Cristo che rimane fedele. La fedeltà di Cristo diviene esempio per la fedeltà del credente. Una fedeltà che si esprime come perseveranza nelle prove della vita, fiducia incrollabile in Gesù Cristo, morto e risorto.
3. Il brano del vangelo presenta una scena che si svolge durante la salita di Gesù a Gerusalemme (v. 11), cioè sulla via che lo conduce al Padre e che, attraverso di Lui, porta l’uomo alla salvezza. Vengono menzionate la Galilea e la Samaria: un mondo ai margini d’Israele, dove si mescolavano giudei e pagani. In questo universo di esclusi, Gesù opera la guarigione dalla lebbra. Nella mentalità giudaica questa malattia apparteneva alla sfera religiosa e il Levitico (cc. 13-14) descrive l’impurità che essa rappresenta e ne prescrive le leggi della purificazione. Spesso era vista come una punizione di Dio (Nm 12,9-10; 2Re 5,27; 2Cron 26,16-21) e solo da Dio e dalla sua potenza poteva essere debellata. Nella nostra pericope, il carattere di impegno concreto espresso dal ritorno (v.15) del lebbroso purificato è efficacemente messo in evidenza. Si tratta, infatti, di un samaritano, uno che appartiene ai diseredati, agli esclusi, agli ultimi della società. Una duplice accentuazione scandisce il racconto: da un lato la sottolineatura di dieci uomini che ricevono la grazia di Dio; dall’altro la specificazione che solo uno ritorna glorificando Dio a gran voce e si prostra ai piedi di Gesù rendendo grazie. Il racconto è costruito sul rapporto e sulla tensione fra i nove lebbrosi purificati, che non hanno saputo riconoscere  l’azione miracolosa di Dio, e l’unico che ritorna a rendere grazie, uno straniero (v. 18). Tutti e dieci i lebbrosi, infatti, entrano in rapporto con Gesù: lo chiamano per nome (v. 13) e aggiungono il titolo maestro, abitualmente messo da Luca sulla bocca degli apostoli (5,5; 8,24; 9,33.49). Gesù offre a tutti la salvezza e i dieci vengono purificati mentre vanno a mostrarsi ai sacerdoti, secondo la prescrizione del Levitico (Lv 14,2-3). Per tutti Gesù compie una guarigione completa, istantanea, prodigiosa. Tuttavia, di fronte a questo segno evidente di salvezza, si annuncia la terribile incomprensione che segnerà la venuta del figlio dell’uomo che, dalla maggior parte del popolo, non sarà accolto. Soltanto un samaritano dà gloria a Dio e soltanto al samaritano Gesù potrà dire: «Alzati e va: la tua fede ti ha salvato!». Un estraneo, dunque, un eretico secondo il parere del giudeo osservante, sarà l’unico a divenire la testimonianza vivente della salvezza promessa a tutti, indipendentemente dal loro passato, dalla loro condizione sociale, dalla loro appartenenza politica e religiosa, e realizzata attraverso l’adesione piena e sincera a Dio, attraverso Gesù. Tutti sono sanati gratuitamente, per l’intervento portentoso di Gesù: solo uno è salvato perché ha saputo riconoscere la presenza di Dio e a dargli gloria con la sua lode, la prostrazione adorante davanti a Gesù e il ringraziamento. Il ritorno di quest’unico lebbroso permette a Gesù di annunciare la salvezza come conseguenza della fede, che scaturisce da un cuore che sa vedere nei fatti e nei gesti della vita la presenza e l’azione di Dio.
4. La liturgia della Parola di questa ventottesima domenica del Tempo Ordinario pone l’accento sull’universalità della salvezza voluta da Dio e operata da Cristo, che raggiunge ogni uomo indipendentemente dalla nazionalità, dalla sua condizione sociale e politica, ma richiede soltanto l’adesione libera e spontanea della fede. Nella prima lettura uno straniero, guarito dalla lebbra per mezzo del profeta Eliseo, riconosce il Dio di Israele come l’unico Dio della terra, l’unico degno di ricevere da lui sacrifici. Nel vangelo di Luca solo un uomo, fra dieci guariti dalla lebbra, un samaritano, riconosce che la guarigione è opera di Gesù e professa la sua fede in Lui. Tutti sono stati guariti dalla malattia del corpo, ma solo a quest’uomo Gesù dice “la tua fede ti ha salvato”, distinguendo la guarigione del corpo da quella dello spirito. Gli ebrei identificavano malattia e peccato, guarigione e salvezza: egli sfata questa credenza rivelando che anche un corpo apparentemente sano può nascondere un cuore lontano da Dio. Entrambi i brani evidenziano che la professione di fede proviene da uomini non appartenenti al popolo eletto, mettendo in evidenza che l’elezione non si eredita con l’appartenenza a un determinato popolo o a una particolare stirpe, ma è una scelta libera e personale, una risposta a Dio che chiama a riconoscerlo e a seguirlo. In Cristo Gesù tutte le genti si incontrano, le lingue si unificano, gli uomini formano l’unico popolo degli eletti di Dio, preziosi perché frutto del suo sacrificio d’amore, consumato dall’alto della croce e compiuto con la resurrezione. Il valore di ogni uomo salvato dal sacrificio di Cristo spinge l’apostolo Paolo a sopportare ogni cosa perché tutti abbiano la possibilità di conoscere il Vangelo, di essere raggiunti dalla parola di Dio, capace di trasformare i cuori. Per questo, sebbene in catene, non cessa di mettere le ali alla sua voce, di predicare instancabilmente perché gli eletti di Dio possano raggiungere la salvezza e la gloria eterna (2Tm 2,10). Una salvezza che scaturisce dalla fede, ma che richiede una partecipazione piena alla vita stessa di Cristo. È la capacità di portare con lui la croce, che diventa la nostra croce: la capacità di morire, che diventa il nostro morire. In tal modo, la sua resurrezione deve diventare la nostra resurrezione. Ma se l’uomo rinnegherà la sua appartenenza a Cristo, Cristo non sarà come l’uomo, che può essere infedele. L’apostolo rincuora quanti si sono adagiati, hanno perso l’entusiasmo della prima ora e temono di essere esclusi dal popolo degli eletti di Dio. Dio rimane fedele, fedele al suo progetto di salvezza, fedele all’uomo, pronto ad avvolgerlo nel suo abbraccio amorevole ogni volta che, pentito, deciderà di ritornare a Lui.
La Liturgia della Parola di questa domenica ci insegna a rifugiarci nelle braccia amorevoli di Dio ogni qual volta ci allontaniamo da Lui, certi che egli rimane fedele e che il suo amore dura per sempre. Per tale motivo Cristo, ancora oggi, ci invita a riconoscerlo come Signore e Salvatore della nostra vita, ad accoglierlo nel nostro cuore, a trasformare la nostra vita a immagine del Vangelo, a  testimoniare la gioia di appartenere alla famiglia degli eletti di Dio.

Fonte:VICARIATO DI ROMA Ufficio Liturgico

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