Alessandro Cortesi op, I domenica Avvento – anno A – 2016

dscf5642

Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44
‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’: Isaia con lo sguardo lungo di chi sa
scorgere lontano, da profeta, si fa voce della promessa di Dio sulla storia. Vede Gerusalemme come città di pace, luogo a cui i popoli convergono e si incontrano: “al monte del tempio del Signore affluiranno tutte le genti”. L’intera storia dell’umanità scorre davanti ai suoi occhi capaci di sognare come un grande pellegrinaggio di popoli che si mettono in cammino attratti dalla presenza di Dio. Per strade diverse giungono fino al monte del tempio del Signore per scoprire che l’orizzonte ultimo della vita è l’incontro e la pace, non l’ostilità, il disprezzo e la guerra: “non impareranno più l’arte della guerra”.

Scoprire il volto di Dio liberatore e vicino apre ad incontrare un nuovo senso della vita, a comprendere che non è la guerra il motore della storia. Il cammino di ogni popolo è mosso invece dalla ricerca della pace, e ciò che costruisce futuro sono tutti quei processi che trasformano gli strumenti di conflitto e di violenza in mezzi per portare vita: le spade e le lance, armi di offesa, trasformate in attrezzi per coltivare i campi, strumenti di lavoro da usare in condizione di pace e per la pace.

Isaia invita così ad iniziare un cammino nella luce di questa visione. E’ un orizzonte che delinea il senso profondo della storia di tutta l’umanità. In questo cammino si attua l’incontro con il Signore: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”.

E’ questo il sentimento che veniva coltivato nei pellegrinaggi verso il monte di Gerusalemme, evocato dai salmi da cantare durante la salita: sono sentimenti di gioia: “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!”. Sono sentimenti di pace: “Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi”. Sono sentimenti di cura per gli altri e di tenerezza: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace!. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Sal 121).

La pagina del vangelo di Matteo, tratta dal discorso di Gesù sugli ultimi tempi parla della venuta del figlio dell’uomo. Gesù il risorto viene e non si potrà rimanere indifferenti. Quest’‘ora’ non sta in un futuro lontano, ma è presente.

Matteo richiama a vivere con attenzione e consapevolezza il presente e soprattutto mette in guardia contro l’indifferenza: ai tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere un modo di vivere il presente in modo superficiale nella spensieratezza di chi non guarda all’altro, e non si lascia toccare dalla sofferenza vicina o lontana. Noè invece è indicato come uomo capace di fare attenzione ai ‘segni’.

Si tratta allora di tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto: provengono dagli incontri, dalle voci di persone e situazioni che si fanno chiamata. Il tema dell’ora racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. ‘Vegliare’ è  l’attitudine di chi si prende cura, di chi dà attenzione al presente ed assume responsabilità. Vegliare reca in sè anche il movimento di un’attesa: veglia chi attende con amore il venire di qualcuno. Il Signore viene e verrà. Nella storia non sarà la violenza e nemmeno il buio della morte ad avere l’ultima parola, ma l’ultima parola sarà l’amore, sarà la presenza del volto del crocifisso risorto. La vita va verso l’incontro con Gesù che nella sua croce ha vinto la morte ed è invocato come signore: Vieni Signore Gesù, Maranathà. La vita è cammino di popoli chiamati a scoprire la promessa della pace come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op


folon-chapelle-vence


Jean-Michel Folon, Chapelle de Pénitents Blancs – Saint-Paul de Vence)

Forgeranno le spade in vomeri

Fa impressione, soprattutto in tempi di crisi economica che così pesantemente tocca la vita concreta delle famiglie, leggere i resoconti sulla spesa per gli armamenti in Italia: “Per il prossimo anno l’esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall’Osservatorio Mil€x – lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati – ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell’ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro.” (G.Di Feo, Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei, “La Repubblica”, 22 novembre 2016)

Osservatori attenti a cogliere una delle fonti che alimentano le guerre nel mondo, evidenziano le misure del commercio di armi che interessa il nostro Paese

Per l’anno 2015 l’analisi rivela come “…l’Italia si conferma il principale esportatore tra i paesi dell’Unione Europea, di fatto mondiale, di ‘armi comuni’ cioè, di tipo non militare… ma tra le ‘armi comuni’ sono comprese anche quelle esportate per l’utilizzo da parte di corpi di polizia e delle forze di sicurezza pubbliche e private. Al riguardo vanno segnalate, anche nel 2014, le consistenti forniture, principalmente dalle province di Brescia e di Urbino, di armi destinate al Messico, Libano, Marocco e Oman: paesi i cui corpi di polizia e di pubblica sicurezza sono stati spesso denunciati dalle organizzazioni internazionali per le reiterate violazioni dei diritti umani.”  (L’analisi di OPAL dei dati Istat sulle esportazioni di armi dall’Italia e da Brescia per l’anno 2015

Giorgio Beretta – responsabile dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia – ha recentemente denunciato l’esportazione di armi da parte dell’Italia verso l’Arabia saudita che sta conducendo una sporca guerra nello Yemen (La guerra sporca dell’Italia in Yemen, “Il Manifesto”, 15 ottobre 2016)

“Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha infatti autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano ‘armi automatiche’ che possono essere utilizzate per la repressione interna, ‘munizioni’, ‘bombe, siluri, razzi e missili’, ‘apparecchiature per la direzione del tiro’, ‘esplosivi’, ‘aeromobili’ tra cui componenti per gli Eurifighter ‘Al Salam’, i Tornado ‘Al Yamamah’ e gli elicotteri EH-101, ‘apparecchiature elettroniche’ e ‘apparecchiature specializzate per l’addestramento militare’. Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro”.

Tra ottobre e dicembre del 2015 inoltre si denuncia come almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna siano decollati dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari diretti alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita. La Rete italiana per il disarmo sulla base di questi fatti ha presentato un esposto in varie Procure e a Brescia è stata aperta un’inchiesta dalla Procura. In Yemen l’Arabia saudita sta conducendo infatti un intervento militare a capo di una coalizione che ha provocato un disastro umanitario. Una operazione più volte condannata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon soprattutto considerando che i raid aerei sauditi hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e ospedaliere tra cui le strutture di Medici senza Frontiere. La trasmissione ‘La radio ne parla’ ne ha dedicato attenzione il 11 ottobre 2016: è stato evidenziato che il conto delle vittime è di 10 000 morti in un anno e mezzo, 26000 vittime civili, milioni di persone in fuga. Farian Sabahi, scrittrice e giornalista, la descrive come “guerra per procura” in cui un ruolo predominante è ricoperto dagli interessi miliardari che sottostanno al commercio di armi.

A fronte di questa situazione per la quale si deve ringraziare chi aiuta a offrire elementi di consapevolezza e richiami in una realtà sociale distratta e indifferente, non si può non ricordare le parole accorate di don Tonino Bello che si lasciava prendere dalle parole di Isaia e richiamava ‘In piedi costruttori di pace…’:

“… si realizzerà la splendida intuizione dì Isaia che, addirittura invertendone l’ordine, aveva collegato insieme salvaguardia del creato, giustizia e pace: “In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino.. e la giustizia regnerà nel giardino.. e frutto della giustizia sarà la pace”. (Is 32,15-17). Il deserto, quindi, diventerà un giardino. Nel giardino crescerà l’albero della giustizia. Frutto di quest’albero sarà la pace!…

… In piedi, allora, costruttori di pace. Non abbiate paura! Non lasciatevi sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel “qui” e nell'”oggi” della storia i primi frutti del regno. Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale.
Fin dai tempi dell’Esodo, non sono più estranee alla Parola del Signore le fatiche di liberazione degli oppressi dal giogo dei moderni faraoni. Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata ‘orizzontalismo’ la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l’amore per lui. Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del vangelo, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali. (Tonino Bello, Discorso pronunciato all’Arena di Verona, il 30 aprile 1989, alla Vigilia dell’Assemblea Ecumenica di Basilea)

Alessandro Cortesi op
                                                                                                                                                                    Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/