Bruno FERRERO sdb, "IO SONO QUI!"

13 novembre 2016  | 33a Domenica T. Ordinario - Anno C   |  Omelia
"IO SONO QUI!"

Nella penultima domenica dell'anno liturgico siamo invitati a riflettere sulla fine di tutto, sul giorno
terribile, il dies irae, il giorno della vittoria definitiva di Dio. Della nostra vittoria, ci dice Gesù.
Nella tradizione ebraica c'è una storia significativa:

È la storia di un ghetto che cessò di esistere e di un uomo che faceva da sacrestano nella sinagoga. Costui, ogni mattina, prima di incominciare le pulizie dentro la sinagoga, saliva sul pulpito e gridava, con fierezza: "Sono venuto ad annunciarti, Signore dell'Universo, che noi siamo qui!".
Sul ghetto si abbatté la persecuzione razzista. Cominciarono le difficoltà, i linciaggi. Ma ogni mattina, il sacrestano saliva sul pulpito della sinagoga e gridava, qualche volta con ira: "Sono venuto ad annunciarti, che noi siamo qui!".
Venne il primo massacro, seguito da molti altri. Il sacrista ne usciva sempre indenne, e sempre si precipitava nella sinagoga per battere il pugno sul banco e gridare fino a spolmonarsi: "Vedi, Signore dell'Universo, siamo ancora qui!".
Dopo l'ultimo massacro, si ritrovò solo nella sinagoga deserta.
Ultimo ebreo vivente, salì sulla tribuna un'ultima volta. Alzò verso l'alto lo sguardo spento e mormorò con dolcezza infinita: "Vedi? Io sono sempre qui".
Si fermò un istante, prima di aggiungere con voce roca e triste: "Ma tu, dove sei, tu?".

Non abbiate paura! È il ritornello del Vangelo.

"Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate
…nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto".
Ma noi abbiamo paura.
Per questo preghiamo.
Preghiamo ogni giorno per dire a Dio: "Ricordati che io sono qui!".

Il cristianesimo ci invita a un modo di vivere che dovrebbe essere stupefacente, affascinante. In un mondo che ha perso le sue utopie dovremmo essere un segno di speranza; siamo invitati ad abbracciare la libertà radicale di Cristo e a godere di un assaggio della felicità per cui siamo fatti.
Se in noi queste qualità non si trovano, allora il motivo è che forse abbiamo paura.
L'angelo appare alle donne alla tomba vuota e dice: "Non abbiate timore", ma è la paura ad accecare le donne di fronte al significato della tomba vuota, e per questo non dicono niente.
Non possiamo essere testimoni convincenti del vangelo, se non siamo pervasi da un inesplicabile coraggio.
I primi secoli dell'era cristiana sono stati un periodo di ansia e incertezza diffusa, ma l'Impero romano è stato convertito dal coraggio dei martiri.
Un saggio ha detto "Volevo trovare una legge universale. Ho trovato la paura".

Sotto molti aspetti, viviamo in un mondo molto più sicuro dei nostri antenati. Almeno in Occidente siamo più protetti da malattie, violenza e povertà.
E tuttavia abbiamo paura. Siamo ansiosi riguardo a pericoli che abbiamo creato noi: disastro ecologico, mucca pazza, energia nucleare, piante geneticamente modificate. Sono stato in Paesi in Africa dove le persone sopportano pericoli terribili ogni giorno con calma e fiducia, mentre in Occidente il più vago accenno di rischio produce il panico. E questo clima di ansia viene manipolato dai politici, che praticano "la politica della paura". Alcuni politici stanno cercando di spingerci a votare sfruttando la paura di orde di immigrati, violenza nelle periferie urbane, il collasso del sistema sanitario e ospedali infestati dalle cimici. Se l'idealismo non ci persuade a votare per un partito, allora si spera che faccia effetto l'ansia.

Ma avere coraggio significa anche rischiare di venire feriti.

Si racconta la storia di un uomo che muore e va in cielo. Quando incontra l'angelo addetto all'accoglienza, gli viene chiesto: "Mostrami le tue ferite".
Replica: "Ferite? Non ne ho".
E l'angelo gli dice: "Non hai mai pensato che ci fosse qualcosa per cui valesse la pena di combattere?".

Il coraggio è, più in generale, la capacità di perseveranza.

Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita

Ci ha detto il Vangelo.
Si tratta di rimanere saldi, fedeli e pazienti, quando la situazione si fa dura.
Tutti noi dobbiamo la nostra esistenza al coraggio delle nostre madri, che hanno sopportato nove mesi di gravidanza e il travaglio per darci la vita. C'è il coraggio dei genitori, che sopportano notti insonni mentre crescono i loro figli. C'è il coraggio degli insegnanti nelle scuole di periferia, che rimangono al loro posto continuando a insegnare, nonostante le intimidazioni e la noia. C'è il coraggio delle infermiere e dei dottori nell'Africa sub-sahariana, che continuano a curare le persone affette dall'AIDS, anche se sono quasi privi di medicinali, e l'epidemia minaccia di schiacciare il Paese. C'è la pazienza di coloro che sono fedeli quando una relazione è fragile, o fronteggiano una malattia giorno dopo giorno. Il coraggio ci rende decisi.
Anche nella Chiesa abbiamo bisogno di coraggio. I laici hanno bisogno del coraggio di resistere quando la parrocchia è morta e arida, e non ricevono alcun sostegno dal loro parroco, e quando sarebbe facile rinunciare. Le donne che sentono che nella Chiesa non viene riconosciuta la loro dignità devono resistere, come hanno fatto per secoli, rifiutandosi di disperare. I preti e i religiosi devono essere tenaci quando la loro vocazione sembra inutile, e la gioia iniziale è passata.

Santa Caterina da Siena ha unito l'ideale pagano e cristiano del coraggio nell'immagine del Cristo come soldato paziente e vulnerabile, che cavalca in battaglia sulla croce, perseverando sino alla fine. Essere cristiani significa condividere la sua resistenza.
La capacità di tenere duro con pazienza potrebbe sembrare severa, un quotidiano stridore di denti e indurimento della volontà.
Come dice Agostino, cantiamo mentre camminiamo per tenere vivo il nostro spirito.
Per questo, in chiesa, cantiamo e spesso ci alziamo in piedi.
Ci alziamo anche come segno della nostra dignità e della nostra speranza.
Ci alziamo per mostrare di essere decisi. Siamo cittadini del Regno, ora, qualsiasi cosa sopportiamo. Ci alziamo per farci coraggio, quando ci sentiamo abbattuti. Ci alziamo come segno della nostra fiducia che Gesù è risorto dai morti. Quando santo Stefano affronta la morte, dice: "Ecco, vedo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta in piedi alla destra di Dio" (At 7,56). La paura chiude a chiave i discepoli nel salone al piano superiore. La paura ci tiene lontani gli uni dagli altri.
Il coraggio parla con una parola che crea la comunicazione e supera il silenzio. Come dice santa Caterina: "Solo coloro che pensano di essere soli hanno paura".

Durante l'eucaristia il sacerdote si rivolge di frequente alla comunità con le parole: "II Signore sia con voi". E la comunità risponde: "E con il tuo spirito". Sono parole che danno coraggio, perché ci ricordano che alla fine non siamo soli. Il Signore è con noi, perché è risorto dai morti.

Tra gli sbandati che si incontravano alla stazione c'era un giovane uguale agli altri. Ma con un barlume di speranza a volte. Conservava un bigliettino, sgualcito, sporco, macchiato.
Quando le cose andavano male, lo leggeva e rileggeva. Se lo metteva sul cuore.
Quel biglietto portava scritte sei parole: la porta piccola è sempre aperta.
Glielo aveva mandato suo padre.
Era troppo orgoglioso e troppo colpevole per tornare. Ma una notte lo fece.
La porta era aperta. Si infilò nella sua camera.
Al mattino si svegliò e accanto al letto c'era suo padre.

Abbiamo anche noi, un porta sempre aperta dove un padre aspetta. Dovunque c'è una chiesa.
Svettavano un tempo, ora sono piccoli mortificati in mezzo a palazzoni e grattacieli. Ma come diceva Gesù "Se tacciono costoro grideranno le pietre!"

Concretamente, Dio continua a farci sapere che è in mezzo a noi.
Diceva Paolo VI; "Anche se è umile la vostra chiesa, testimonia una realtà grandissima. Cristiani, amate le vostre chiese!"
Qui è il Signore in attesa. È qui il nostro roveto ardente. Il luogo nel quale Dio rivela il suo nome: "Io sono colui che sono".
Se ci pensiamo è incredibile questa presenza reale.
Presentarsi davanti a Dio così come si è. Carichi di paure, di incertezze, di distrazioni, di confusione e di speranze.

Non ci darà delle risposte straordinarie, ma terrà sempre pronta una parola: "Io sono qui!"
"Che ne sarà di me, dal momento che è tutto così incerto?"
"Io sono qui!"
"Non so cosa rispondere, come reagire, nella situazione difficile che mi attende".
"Io sono qui!"
"Signore, che vuoi che io faccia? Qual è la mia vocazione?"
"Io sono qui!"
"Signore, ecco lì il mio prossimo che non comprendo e che non comprende me. Non riesco proprio a gettare un ponte...Forse la colpa è mia"
"Io sono qui !"
"Perché questa croce? Non ce la faccio più"
"Io sono qui!"

Finché con la nostra esistenza impariamo a dire "Io sono qui!" Diventare icona e sacramento di colui il cui santo Nome è "Io sono".
Colui che è vicinanza, presenza, che in ogni chiesa proclama: "Io sarò sempre con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

Don Bruno FERRERO sdb
Fonte:  www.donbosco-torino.it

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