Don Marco Ceccarelli," La tentazione di farsi come Dio"

XXXIII Domenica Tempo Ordinario “C” – 13 Novembre 2016
I Lettura: Mal 3,19-20
II Lettura: 2Ts 3,7-12
Vangelo: Lc 21,5-19
- Testi di riferimento: Gen 2,5.15; 3,19; Sal 1,4-5; 21,10; 127,1; 128,2; Is 43,2; Sof 1,18; Na 1,6;
Mal 3,2; Mt 7,24-27; 10,22; Mc 9,43-49; Lc 8,15; 12,43; Gv 5,17; 9,4; Rm 5,3-4; 12,12; 1Cor 3,10-
15; 13,7; 2Cor 6,4; Gal 6,9-10; Ef 4,28; 1Ts 4,11; 2Ts 3,5.13; 2Tm 2,10-12; Eb 10,36; 12,1-3; Gc
1,2-4; 5,11; 1Pt 1,6-7; Ap 2,3; 13,10
1. Seconda lettura: il lavoro per amare.
- La seconda lettura odierna parla della necessità di lavorare. Possiamo ricordare che in Gen 1-2, nei

due racconti della creazione, l’uomo e la donna ricevono due compiti da Dio, quello di procreare e
di lavorare. Queste due attività sono quelle che maggiormente rendono l’essere umano somigliante
a Dio, il quale ha appunto “lavorato”, creando l’universo (Gen 2,2), e ha dato la vita. L’uomo ad
immagine di Dio continua sulla terra l’opera della creazione, che è un’opera d’amore. Il lavoro è
una forma di amore, è in funzione dell’amore. Dunque il lavoro, in senso ampio in quanto attività
umana per il bene e l’utilità sociale, è qualcosa che fa parte del progetto di Dio sull’uomo, e non è
legato semplicemente alla necessità di guadagnare. L’ozio non fa parte della natura umana, così
come l’ha voluta Dio. E, ovviamente, il lavoro esiste già prima del peccato, anche se questo ha reso
il rapporto dell’uomo con il lavoro più difficile (Gen 3,17-19). Così il lavoro, a causa del peccato,
può essere inteso soltanto per fare soldi, dimenticando la sua dimensione più autentica.
- Da quanto detto sopra emerge che ognuno ha un lavoro, un’attività da svolgere; ognuno ha, per il
suo stato di vita, una volontà di Dio che è chiamato a compiere. Proprio nei confronti di tale attività
è dove sperimentiamo fortemente la pressione del peccato. Il peccato ci spinge ad usare per noi
stessi quello che è invece in funzione dell’amore. Allora invece di lavorare vorremmo oziare; la pigrizia
ci assale e ci spinge ad astenerci da quello che siamo chiamati a fare. Oppure diventiamo iperattivi
e nevrotici perché dobbiamo usare quell’attività per affermare noi stessi, per fare soldi, per la
nostra vanagloria. Oppure siamo sempre scontenti di quello che facciamo e vorremo sempre cambiare
attività. Oppure usiamo delle capacità scientifiche non per amare, cioè in favore dell’uomo,
ma per distruggere l’uomo.
- Chi non lavora ruba (Ef 4,28). Paolo afferma che occorre guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro.
Questo vale a prescindere dalla presenza di una effettiva retribuzione. Chi si astiene dal compiere
il suo dovere, ciò che Dio lo chiama a fare in quel determinato momento, sta rubando, sta togliendo
qualcosa agli altri, sta causando un danno agli altri, alla società. Se per esempio uno studente
non studia e non si prepara accuratamente per la sua futura attività, toglie qualcosa alle persone
che sarà chiamato a servire, e quindi sta rubando.
- La tentazione di farsi come Dio. Siccome il lavoro è una imitazione e, in un certo senso, una continuazione
dell’opera creativa di Dio, c’è in esso la tentazione di farsi dio, di credersi colui che
manda avanti il mondo con il proprio lavoro. Per questo al comando di lavorare è strettamente connesso
il terzo comandamento, quello del riposo settimanale. L’uomo deve fermarsi, smettere di operare,
per riconoscere che invano lavora se non riconosce come unico Creatore il Signore (Sal 127,2).
L’unico Creatore è Dio. L’uomo si assomiglia a Dio nelle sue attività, ma soltanto nella misura in
cui opera in comunione con Dio, sapendo di non essere altro che un amministratore del vero Padrone.
Nel momento in cui l’uomo non riconosce più un’autorità superiore e si fa padrone delle realtà
create, finisce per odiare gli altri e rovinare il creato. È necessario il riposo settimanale attraverso il
quale si riconosce Dio come Signore dell’universo e colui che veramente ci fa vivere, al di là del
nostro lavoro.
- Il cristiano, redento da Cristo, è reso capace di usare del lavoro secondo il progetto divino.
Nell’attesa del mondo futuro siamo chiamati a vivere “lavorando in pace mangiando il nostro pane”
(2Ts 3,12), facendo cioè serenamente l’attività che Dio ci ha dato da compiere. “Beati coloro che il
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padrone troverà al proprio lavoro” (Lc 12,43), non in un altro lavoro. Questa è la condizione in cui
attendiamo la venuta di Cristo. Il “vegliare” in attesa del ritorno del Signore significa fare le cose
giuste, quelle cioè che ci ha incaricato di fare il Signore.
2. Il Vangelo.
- Quanto detto sopra ci aiuta anche a capire il senso profondo dell’attesa del mondo futuro. Aspettare
“quel mondo” (ne parlava il Vangelo della domenica scorsa) significa sapere che tutte le realtà di
questo mondo, così come esse sono, devono scomparire. Ne abbiamo un segno evidente nel fatto
che tutto è molto precario e imperfetto. Se il nostro mondo, se il nostro universo fosse fatto per esistere
eternamente probabilmente Dio lo avrebbe fatto un po’ più stabile e sicuro. Se il creato che è
un’opera di Dio deve passare, tanto più le opere dell’uomo. Così è stato per il magnifico tempio di
Gerusalemme e tante altre cose. Dunque il brano di Vangelo odierno ci ricorda che da un lato non ci
dobbiamo preoccupare troppo degli sconvolgimenti che avvengono e della precarietà delle realtà
umane; e d’altro lato occorre sapere pazientare compiendo con perseveranza la propria opera. I
grandi poteri umani che usano la violenza, la prepotenza, i soprusi per imporsi, anche contro i cristiani,
passeranno. I regni umani passeranno tutti. Soltanto il regno di Dio resterà (Lc 1,33). Anche
le belle realtà che fanno parte della Chiesa pellegrinante, come i doni di profezia, di scienza delle
lingue, passeranno; soltanto la carità non avrà mai fine (1Cor 13,8). Per questo di tutto quello che
abbiamo fatto soltanto in quanto lo abbiamo fatto per amore rimarrà in eterno.
- «Con la vostra pazienza (hypomone) possiederete le vostre vite» (v. 19). È l’affermazione principale
di tutto il brano. La pazienza è una delle note caratteristiche principali del cristiano (vedi testi
di riferimento). Per una persona che ha accolto la buona notizia di Cristo, che ha creduto in lui, che
è pervenuta alla fede ed è entrata a far parte della Chiesa, l’unica cosa che le rimane da fare è perseverare
nella fede. In altre parole pazientare. Infatti è la pazienza che completa in noi l’opera di Dio
(Gc 1,4). Avere pazienza (hypomone) significa “rimanere sotto”, rimanere cioè fermi, in qualsiasi
situazione di tribolazione ci si trovi, in attesa del compimento della promessa (Eb 10,36; Gc 5,7).
Significa accettare le sofferenze, le tribolazioni (Rm 12,12), senza scappare o ribellarsi, ad imitazione
della pazienza di Cristo (2Ts 3,5; Eb 12,1-3): «Diventiamo imitatori della sua pazienza (hypomone)
e se soffriamo per il suo nome, diamogli gloria» (Policarpo, Ai filippesi, 8,2). Nelle tribolazioni
che il cristiano subisce a causa della sua fede (Eb 10,32) deve rimanere fermo con pazienza,
perseverando “sino alla fine” (Mt 10,22), sino alla parusia, nella speranza (cioè nella certezza) del
compimento della promessa. La pazienza è la capacità di “patire”. Pazientando si “possiede” la vita,
cioè non la si perde, perché chi perderà la sua vita a causa di Cristo la guadagnerà.
- Il contrario della pazienza è lo scoraggiamento, che è legato alla disperazione, e produce l’accidia,
la stanchezza nel perseverare nell’opera che Dio ha dato di compiere, nella fedeltà a Dio. Il cristiano
continua nonostante tutto, anche in mezzo all’iniquità dilagante, a fare il bene, cioè ad amare, senza
scoraggiarsi (Gal 6,9-10; 2Ts 3,13).