Don Marco Ceccarelli, ". L’attesa della salvezza."

I Domenica di Avvento “A” – 27 Novembre 2016
I Lettura: Is 2,1-5
II Lettura: Rm 13,11-14
Vangelo: Mt 24,37-44
- Testi di riferimento: Is 51,21-22; 52,1-2; Mt 24,3.27; 25,13; 26,41; Lc 12,40; 21,28; 1Cor 7,29-31;
16,13; Fil 3,19; 4,5; 1Ts 5,4-8; 2Tm 4,8; 1Pt 1,9.13-15; 4,7; 5,8; 2Pt 3,10; Ap 3,2-3; 22,12.20
1. L’attesa della salvezza.
- La parola chiave nel tempo di avvento è “salvezza”. L’avvento del Signore, cioè la sua “venuta”, è

in funzione della salvezza che egli vuole realizzare in favore degli uomini. La Bibbia presenta fondamentalmente
una storia, all’interno della quale il Dio d’Israele, Jahvè, svolge un ruolo particolare,
quello di agire in funzione della salvezza di tale popolo. Per questo la chiamiamo “storia della salvezza”.
Essa ha il suo compimento con la venuta di Gesù. Egli, venti secoli fa, “per noi e per la nostra
salvezza discese da cielo”, non per qualcos’altro. Ogni volta che il Signore viene lo fa per salvare.
Il tempo dell’Avvento sottolinea perciò questo dato. Ogni domenica del tempo di Avvento poi
ha una sua tematica specifica che viene mantenuta sempre, anche se da un anno all’altro le letture
cambiano. La prima domenica ha come tema centrale quello della vigilanza. Si tratta dell’esortazione
a stare svegli, nell’attesa della salvezza che viene. I cristiani vengono messi in guardia che
non possono considerarsi ancora al sicuro finché la salvezza, già realizzata da Cristo attraverso
l’evento pasquale, non si sarà compiuta definitivamente con il loro ingresso nel regno celeste. Per
quanti interventi di Dio possiamo avere sperimentato, per quante volte Cristo possa averci salvato,
occorre sempre stare in attesa di una salvezza più perfetta e definitiva (1Pt 1,5.9). Abbiamo sempre
bisogno di essere salvati. Non basta essere già stati salvati da peccati anche profondi e gravi, e poi
sedersi tranquillamente e “dormire”, cioè pensare che ormai siamo a posto per sempre e possiamo
rilassarci e fare quello che ci pare. Anche quello che abbiamo ricevuto si può perdere e la nostra
condizione può diventare peggiore di quella precedente (2Pt 2,20; Mt 12,45). Per questo, dopo essere
stati salvati, rimane un combattimento (seconda lettura) che dura per tutta la vita, per non farsi
portare via il conseguimento della salvezza definitiva. Occorre perciò non addormentarsi, non rilassarsi,
scuotersi dal torpore, perché il demonio continua a ronzarci attorno come un leone ruggente
che cerca di divorarci (1Pt 5,8-9). Finché siamo nella carne non possiamo fare a meno di gridare:
Maranathà, vieni Signore Gesù (Ap 22,20), sapendo che «la nostra salvezza è più vicina ora di
quando diventammo credenti» (Rm 13,11), e che non siamo ancora giunti alla meta (Fil 3,12).
- L’avvento dunque annuncia che “questo è il tempo della salvezza”, perché è sempre il momento in
cui Dio ci vuole salvare. Il tempo della nostra vita terrena è il tempo della salvezza che l’avvento ci
invita ad attendere e ad accogliere vigilando. Gli “ultimi giorni” di cui parla la prima lettura sono
quelli in cui stiamo vivendo. Questi sono i giorni – quelli che ci sono rimasti da vivere in questo
mondo – utili per essere salvati. La salvezza che viene da Dio e che “esce” dalla sua casa riguarda
tutte le nazioni. Soltanto accogliendo questa salvezza le nazioni potranno sperimentare lo shalom.
L’avvento – quell’avvento che dura fino all’incontro con Cristo – è il tempo favorevole per accogliere
la salvezza di Dio.
2. Il Vangelo.
- “Come ai giorni di Noè” (v. 37). Il riferimento alla vicenda di Noè è un richiamo a non farsi sorprendere.
Il problema, dice Gesù, è quando si vive completamente rivolti alle cose della terra e non
ci si “rende conto” (v. 39) che tutto ciò sta per passare in fretta, e soprattutto che non serve per la
salvezza. Si cerca la gioia, la felicità, la salvezza, la vita nelle realtà del mondo, e si cammina inevitabilmente
verso la perdizione, perché tali cose non hanno potere di darcela: «La loro sorte è la perdizione,
il loro dio il ventre … e non pensano che alle cose della terra» (Fil 3 19). Si vive senza una
prospettiva verticale, senza rendersi conto che la salvezza può venire soltanto dal Cielo. E poiché
infatti la salvezza viene da Cristo, ed egli viene come un ladro, inaspettatamente, occorre stare in
attesa vigilante della sua venuta. Occorre non essere distratti da nulla. Chi è distratto “non conosce”
(v. 39), non è consapevole di quello che sta avvenendo, se non quando è troppo tardi. C’è un momento
in cui è troppo tardi per essere salvati, un momento in cui avviene il giudizio senza più possibilità
di appello (la separazione dei vv. 40-41 che prelude a quella di Mt 25,31ss.). Con la venuta
di Cristo si attua il giudizio. Occorre perciò presentarsi pronti al giudizio, sapendo valutare ciò che
occorre veramente fare in riferimento alla salvezza, e sapendo che dal momento della nostra morte
non c’è più tempo per fare ciò (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 1022). Occorre prepararci
prima di essere davanti al giudice (Mt 5,25-26). Il cristiano perciò non è distratto, “conosce il kairos”
(Rm 13,11), è consapevole del momento, ha discernimento, non confonde la notte con il giorno.
- “La venuta (parusia) del figlio dell’uomo” (v. 39). Il termine adventus è la traduzione latina di parusia.
Entrambi i vocaboli stanno ad indicare una “presenza” (cfr. ad esempio 1Cor 16,17; 2Cor
7,6.7; 10,10). Nell’ambito della rivelazione si tratta del tempo che è iniziato con la presenza del potere
regale di Cristo in mezzo agli uomini. I “segni” di questa presenza sono gli sconvolgimenti, le
persecuzioni, gli atti eroici dei cristiani. Questo durerà fino alla consumazione dei secoli quando
Cristo ritornerà sulle nubi. Dicendo «così sarà alla parusia del figlio dell’uomo» (v. 39) Gesù non
sta annunciando qualcosa riguardo alla fine del mondo, ma quello che sta accadendo a lui e quello
che continuerà ad accadere agli uomini sino alla fine. Sino alla fine la presenza di Cristo in mezzo
agli uomini farà sì che qualcuno sarà preso (per la salvezza) e qualcuno lasciato, così come è avvenuto
ai due malfattori sulla croce (Vangelo di domenica scorsa). Anche nelle medesime condizioni
materiali e nella stessa circostanza si può avere un atteggiamento e un esito completamente differente.
Verrà preso con Cristo, cioè salvato, chi sarà trovato sveglio, vigilante, in attesa di lui.
- “Vegliate dunque” (v. 42). Il dormire, il torpore, rappresenta la debolezza della volontà nel rinunciare
alle realtà di questo mondo. Finché amiamo il mondo e questa vita odieremo l’altro mondo e
l’altra vita. «Chi ama il mondo è nemico di Dio» (Gc 4,4). Il disprezzo del mondo non è fine a se
stesso. È la consapevolezza di avere trovato il vero mondo. L’atteggiamento contrario alla vigilanza
sarebbe invece quello di invecchiarsi rimanendo sempre preoccupati delle cose della terra. Per chi
non conosce Cristo la morte fa tanto più paura quanto più si avvicina; e più la morte fa paura, più ci
si attacca alle realtà umane. Invecchiarsi per un cristiano invece è l’occasione per prepararsi alla parusia,
per concentrarsi sempre di più sulla meta del nostro viaggio. Il tempo presente diventa il continuo
kairos, la continua occasione per fare il bene e penitenza (seconda lettura). La mortificazione
è lo spogliamento da tutte le cose inutili, o anzi dannose, che ci danno torpore, ci addormentano, o
ci alienano; che ci danno quella ebbrezza, quel “doping” che ci impedisce di essere sobri per concentrarci
nell’unica cosa che conta. Si va spesso alla ricerca di un inebriamento, di una euforia (anche
spirituale) con cui stordirci per illuderci di trovare qui la felicità. Tutto questo invece ci addormenta
sempre più, ci fa vivere in un sogno, in una realtà virtuale, privandoci di quella lucidità necessaria
per vedere la realtà vera, come stanno veramente le cose. Per potersi rivestire di Cristo (Rm
13,14) occorre spogliarsi delle realtà umane (Rm 13,12).
- “Diventate pronti” (v. 44). Si tratta dell’affermazione centrale del passo. Quando si sta aspettando
intensamente qualcosa ci si prepara. Non è soltanto uno “stare pronti”, ma un “diventare pronti”,
cioè di un atteggiamento attivo in vista di un appuntamento. Chi si prepara per un esame, per un
matrimonio, per qualcosa di importante, mano a mano che si avvicina il tempo si concentra sempre
più su quell’avvenimento, mettendo al margine tutto il resto. Ogni altra cosa diventa secondaria,
perde l’importanza che aveva prima. Avviene come uno “spogliamento” delle realtà che in precedenza
attiravano la nostra attenzione, per concentrarsi unicamente su ciò che stiamo aspettando.
Questo atteggiamento attivo, questo diventare pronti, comporta un quotidiano allenamento che consiste
nell’incontrare ogni giorno Cristo, con la sempre maggiore consapevolezza che egli è l’unico
Salvatore. Occorre abituarsi ad accogliere Cristo ogni giorno, come fosse quello il giorno della parusia,
dimenticandosi di tutto il resto per concentrarsi solo su lui. La parusia si anticipa e si prepara
nell’oggi della nostra esistenza. E poiché non è mai escluso il pericolo di perdere di vista la meta, il
rischio di addormentarsi, allora ogni giorno il cristiano grida: Maranatà, vieni Signore!
Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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