FIGLIE DELLA CHIESA, #LectioDivina"Vegliate, per essere pronti al suo arrivo" (Mt 24,37-44)

Vegliate, per essere pronti al suo arrivo (Mt 24,37-44)
I Domenica di Avvento
La Parola
Lectio
Disponiamo il nostro cuore all’incontro con la Parola, nella forma della lectio divina, rinnovando ed
esplicitando la nostra fede nella Scrittura santa.

Con tutta la Chiesa riconosciamo che «Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (Dei Verbum, 2); riconosciamo anche che questa parola rivolta agli uomini, fin dai primordi dell’umanità, lungo tutta la Storia della salvezza, ha trovato la sua espressione massima, eloquente ed efficacia nel Verbo, il Logos eterno venuto nella carne per farci “conoscere” il Padre e la potenza dell’Amore trinitario.

E’ la “bella notizia” che possiamo comprendere dall’autore della Lettera agli Ebrei quando scrive: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” (1, 1-2; cf. Esortazione Apostolica Postsinodale, Verbum Domini, 11).

Consapevoli che non si può arrivare a comprendere il senso della Parola se non si accoglie l’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e nei cuori di ogni credente, facciamo nostri due stralci delle antiche preghiere che, in forma di epìclesi, invocano lo Spirito prima della proclamazione delle letture e prima dell’omelia. Possiamo facilmente riferirle al nostro contesto dal momento che anche quando singolarmente ci mettiamo davanti alla Parola di Dio rappresentiamo la Chiesa, l’intero Popolo di Dio dalla cui comunione scorre la linfa vitale. Preghiamo, dunque, con fede:



«Dio Salvatore … t’imploriamo per questo popolo: manda su di esso lo Spirito Santo; il Signore Gesù venga a visitarlo, parli alle menti di tutti e disponga i cuori alla fede e conduca a te le anime, Dio delle Misericordie».

«Manda il tuo Spirito Paraclito nelle nostre anime e facci comprendere le Scritture da lui ispirate; e concedi a me di interpretarle in maniera degna, perché i fedeli qui radunati ne traggano profitto» (Ibidem, 16).


“Stiamo attenti!”: proclamiamo con fede la Parola del Signore.
Dal Vangelo secondo Matteo cap. 24 vv. 37-44

37Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. 38Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. 40Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. 41 Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.

42Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

Parola del Signore!

I liturgisti introducono il brano evangelico di questa prima domenica di avvento/A col v. 37. Ma per contestualizzare le parole di Gesù non possiamo non risalire almeno ai v. 34-36 che si aprono con la formula “amen lego umin” (testo greco) che nella traduzione italiana diventa «‘amen’ o ‘In verità’ vi dico». Sappiamo che tale espressione posta all’inizio di un brano dà solennità e autorevolezza a quanto segue. Usata già dai profeti, come rinvio all’autorità divina, sulle labbra di Gesù assume un carattere nuovo: diventa solenne dichiarazione, affermazione energica, certa e autorevole su ciò che sta per dire o che ha appena asserito. Posta all’inizio del v. 34 ci da elementi essenziali per la comprensione del testo. Gesù dice:

«34In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 35Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 36Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre».

L’espressione «tutto questo» ci obbliga a cercarne il contenuto e il contesto evangelico immediato dei nostri otto versetti. Esso è dato dall’ultimo dei cinque discorsi attorno ai quali si condensa la tradizione evangelica circa l’attività di Gesù che si estende dopo i capitoli riservati all’infanzia di Gesù (Mt 1-2) fino alla soglia del racconto della Passione-Morte-Risurrezione (Mt 26-28).

Il contesto prossimo del nostro brano è dato dall’intero quinto discorso. Gesù, con linguaggio apocalittico, noto in particolare dal libro di Daniele, annuncia: distruzioni e persecuzioni (24,1-25), la distruzione di Gerusalemme, la profanazione del tempio ‑ “l’abominio della devastazione” con chiaro riferimento a Dn 9, 27 ‑ e la fine del mondo (Mt 24,15-28) e, finalmente, la venuta del Figlio dell’uomo (24, 29-41). Immagini tradizionali di tipo profetico-apocalittico come “non si sa quando” né “come” tornerà il Figlio dell’uomo, preparano il terreno per il messaggio centrale tutto orientato all’attesa vigilante, tema dominante dal v. 45 a tutto il capitolo 25.

Anche il riferimento a «questa generazione», sempre nel v. 34, è un indice da non ignorare. Lo spazio di una generazione è di quaranta anni e dal tempo del discorso di Gesù alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.) passeranno esattamente quaranta anni; questo dato ci permette di cogliere come nelle parole di Gesù riferite dall’evangelista Matteo si intreccino due piani: all’annuncio della “fine del tempo” s’associa la fine del tempio, avvenuta per mano dei Romani e vissuta in modo traumatico dagli stessi evangelisti e dalle rispettive comunità, a differenza di Luca che distingue con chiarezza i due eventi (cf. Lc 17,20-37, riguardante la venuta ultima del Figlio dell’uomo, e 21,5-38 con esplicito riferimento ai fatti storici che diventano un segno e un anticipazione del giudizio finale e quindi un monito severo).



Dopo aver accennato al contesto biblico, in particolare evangelico, prima di entrare nel vivo del brano dobbiamo fermare la nostra attenzione anche sul contesto liturgico. Infatti, dopo aver concluso l’Anno liturgico con la solennità di Cristo Re, con la prima domenica di Avvento riprendiamo il nostro percorso accompagnati, nell’anno A, dall’evangelista Matteo.

Il ‘capodanno’ liturgico ci ripropone, ogni anno, il senso del tempo e in esso il significato dell’Anno Possiamo parlare di un “tempo cosmico”, relativo alla successione ritmica delle fasi in cui si svolge il divenire della natura, è il tempo dei calendari divisi in mesi, settimane, giorni; di un “tempo storico”, come spazio in cui si compiono le vicende della vita personale, familiare, sociale; di un “tempo ciclico” come nelle religioni arcaiche nelle quali domina la legge dell’eterno ritorno secondo il quale i medesimi eventi si riproducono eternamente persino negli stessi cicli cosmici; come anche di un “tempo liturgico”.

Il tempo “cronos” è lo spazio temporale nel quale en archè, in principio, nel momento stesso della creazione Dio ha voluto inserire il mondo e la vita dell’uomo (cf. Gen 1,1-8) e con la separazione della luce dalle tenebre, mediante la creazione dei corpi celesti, segnare l’alternarsi del giorno e della notte.

Dio disse: Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne. E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre. Dio vide che era cosa buona (Gen 1,14-18).

Il movimento della luna ha particolare importanza per l’anno ebraico; la luna nuova (neomenìa) segna l’inizio di un nuovo mese e alcune feste come quelle di Pasqua e delle Capanne che coincidono col plenilunio di primavera (la prima) e di autunno (la seconda).

Nella Bibbia il tempo è visto come dono di Dio ed è posto sempre in relazione all’uomo e alla storia. Possiamo coglierlo ad esempio dal salmo 90; in esso domina il simbolismo del tempo e dello spazio a fronte dell’eternità di Dio; l’uomo nella considerazione della brevità e fragilità della vita scopre sapientemente l’onnipotenza di Dio. Il salmista infatti constata

«Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte…

Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via» (vv. 4. 10)

 e supplica:

«Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (v. 12).

Nella visione veterotestamentaria del tempo si sovrappongono due aspetti: quello regolato dai cicli della natura (tempo cosmico) e quello che si svolge nel fluire degli avvenimenti (tempo storico). Dio li governa allo stesso modo e li orienta insieme verso una stessa fine: il tempo salvifico. L’AT prende sul serio il tempo e proclama l’effettiva azione di Dio all’interno di una storia reale che corre verso un obiettivo.

Il NT ha una concezione lineare: ieri, oggi, domani e in essa diviene possibile e comprensibile la realizzazione, e la ‘memoria’ progressiva e completa, del piano salvifico divino. L’evento decisivo di questo piano è Cristo, il quale dà compimento al tempo veterotestamentario (Mc 1,15) e si propone come realtà centrale e prederminante del tempo a lui successivo: Cristo è «l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine» della storia (cfr. Ap 22,13; 1,8).

La Bibbia, dunque, legge il mondo sotto questa angolatura; infatti, la rivelazione di Dio si apre e si chiude con annotazioni temporali. «In principio Dio creò il cielo e la terra» recita il v. 1 della Genesi; «Il tempo è vicino … Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine …» conclude l’Apocalisse (22,10-13); ma al centro resta il solenne “en archè”, in principio, con cui il prologo di Giovanni, con allusione all’inizio del libro della Genesi (cf. Gen 1,1) ci pone davanti ad un principio di carattere assoluto che ci narra la vita intima di Dio e annuncia la nuova creazione (cf. Verbum Domini, 6):

 «In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (cf. Gv.1,1-18).

E’ il nuovo inizio nel quale, col manifestarsi della signoria regale di Dio, fa irruzione il “tempo decisivo”; che l’apostolo Paolo chiama “pienezza del tempo”:

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

E, proprio alla luce dell’irruzione nella storia del “tempo decisivo”, inizio dell’eternità, coglie la brevità del tempo in prospettiva escatologica:

«Il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!» (1 Cor 7,29-31).

Quindi, nel NT il crònos, grazie al chairòs della morte-risurrezione di Cristo, ha assunto una qualifica salvifica aprendo il tempo all’eternità ormai presente nella storia, attraverso le azioni di Cristo e della Chiesa, e in cammino verso la pienezza.

All’interno di questo tempo salvifico, l’anno liturgico possiamo definirlo come “l’insieme delle celebrazioni con cui la Chiesa celebra annualmente il mistero di Cristo’’. Il senso di questa affermazione non va inteso come un fatto puramente organizzativo del tempo, in vista della distribuzione funzionale delle feste cristiane nel corso dell’anno. Esso è piuttosto frutto di una riflessione teologica sul tempo. La liturgia della Chiesa infatti va considerata come “momento della storia salvifica”, così come la Chiesa va riscoperta, nell’unità dei due Testamenti, come il “luogo” nel quale la storia della salvezza, che ha avuto il suo inizio nell’Antico Testamento, il suo adempimento nel Nuovo e continua nella Chiesa nella quale e per la quale ogni credente raggiunge il proprio perfezionamento, crescendo nella carità e dicendo il suo Amen.

Se dunque la liturgia della Chiesa va considerata come un momento della storia della salvezza, la componente temporale le è intrinsecamente connaturale. In questo senso, l’anno liturgico è continuazione del tempo biblico o storico-salvifico in cui si svolsero gli eventi della salvezza e le celebrazioni dell’anno liturgico rendono efficace nel presente la realtà salvifica dei suddetti eventi. L’anno liturgico trasfigura l’esistenza umano-cristiano concretizzando l’epifania delle “mirabilia Dei” inserite nel tempo cosmico per renderli parte del tempo cristiano.



Abbiamo già detto che l’avvento apre l’Anno liturgico ma è importante anche contestualizzare l’avvento all’interno del ciclo liturgico avvento-Epifania il cui oggetto unico è il mistero di Cristo, come venuta epifanica (epifania significa manifestazione!) del Signore, promessa e prefigurata da tutto l’Antico Testamento e realizzata nel più piccolo villaggio della terra che oggi chiamiamo “santa”, la Palestina. Già il profeta Michea dice:

«E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti» (5,1)

e Matteo fa eco all’oracolo attualizzandolo:

«E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”» (2,6).

La venuta storica di Gesù, continua a compiersi misticamente nel tempo presente ed avrà il definitivo compimento nel ritorno glorioso, nella parusìa, quando il Signore ritornerà glorioso e porterà a compimento la storia. Con l’Avvento, dunque, apriamo il nostro cuore alla triplice venuta o epifania del Signore, tenendo però lo sguardo fisso verso l’ultima manifestazione. Tutta la liturgia del tempo di avvento ce lo richiama, anche l’orazione della vigilia di Natale che prega così:

O Padre,

che ogni anno ci fai vivere nella gioia questa vigilia del Natale,

concedi che possiamo guardare senza timore,

quando verrà come giudice,

il Cristo tuo Figlio che accogliamo in festa come redentore ….



Con quest’ultimo richiamo possiamo ritornare alla pagina evangelica di Matteo 24,37-44. La rileggiamo per averla presente perché – non è superfluo richiamarlo – la lectio divina ha come oggetto diretto la Parola di Dio, in specie del Vangelo; ogni altra riflessione è utile, a volte anche necessaria, per non correre il rischio di estrapolare un brano o un versetto dal suo contesto e caricarlo di significati più o meno unilaterali e soggettivi o proiettare sul testo preoccupazioni dottrinali, morali o ideologiche arbitrarie, ma deve subito cedere il passo all’ascolto diretto del testo. Rileggiamo, dunque, i vv. 37-44 del cap 24 di Matteo.

37Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. 38Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. 40Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. 41Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.

42Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

Diciamo subito che la tensione del brano verte su quel “Vegliate” come lo stesso avverbio, conclusivo, o meglio consequenziale, «dunque», indica. L’invito all’attesa vigilante, che costituisce il l’ammonimento fondamentale, è solo introdotto dai nostri versetti 42-44 ma verrà sviluppato esplicitamente fino alla fine del capitolo (24, 45-51; cf. Mc 13,33-37; Lc 21, 36; Lc 12, 38-46) e implicitamente, in chiave di “vigilanza operosa”, nelle parabole del cap. 25: la parabola delle dieci vergini (25,1-13), dei talenti (25,14-30) e del giudizio finale (25,31-46). Ma il cuore e l’apice è da individuare nell’annuncio di una certezza: «viene il Figlio dell’uomo».

Attorno a questa certezza si costruisce tutto il Discorso escatologico. Infatti, tutto era partito dalla provocazione di Gesù, circa l’imminente distruzione del tempio, ai discepoli che gli si erano avvicinati “per fargli osservare le costruzioni del tempio” e dall’interrogativo da questi posto: “Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo (Mt 24,1-3: l’abbiamo letta, nella tradizione lucana nella scorsa 33a domenica del tempo ordinario/C).

La risposta di Gesù aveva provocato la tensione tra la certezza della promessa e l’incertezza del suo compimento. Risposta che si esplicita e acquista uno spessore teologico nella precisazione del v. 36:

«Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre».

Detto sorprendente ma sicuramente autentico, perché mai la Chiesa avrebbe messo sulle labbra di Gesù una simile frase secondo la quale anche il Figlio dell’uomo ignora il giorno e l’ora della fine. Una frase con la quale Gesù, oltre a spostare l’attenzione dei suoi discepoli dalla curiosità morbosa sulla fine del mondo (e quante volte, nella storia tale curiosità è tornata alla ribalta ad opera di fanatici settari che hanno avuto la pretesa di indicare date precise!) alla sollecitudine per una preparazione costante all’incontro, indica l’assoluta ed esclusiva signoria di Dio sulla storia che sfugge ad ogni previsione e controllo umano.

Quindi Gesù insiste: la venuta è certa, nessuno conosce il giorno e l’ora ma è in nostro potere conoscere come prepararci, come tenerci pronti, o meglio “diventare” pronti, e chi è Colui che verrà:

«42Vegliate, o vigilate, dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro ‑ il kyrios  ‑ verrà»

Il versetto 42 è di estrema importanza anche perché pone nella giusta luce la piccola parabola del ladro notturno ‑ che diventerà tradizionale per richiamare l’irruzione inattesa del “giorno del Signore” e del giudizio (cf. 1 ts 5,2; 2 Pt 3,10; Ap 3,3; 16,15) – spogliandola di quel clima di paura e minaccia che l’immagine di uno scassinatore notturno evoca.

Nel momento stesso in cui nell’Atteso riconosciamo i lineamenti del “Signore nostro” la vigile attesa si connota di gioia e di pace, diventa l’attesa di una persona cara, dello Sposo cosicché la Chiesa-sposa, e quindi ogni credente, animata dallo Spirito può incessantemente dire: “Vieni” e, alla rassicurazione dello Sposo “Sì, vengo presto”, intensificare la supplica che si fa quasi impaziente: “Vieni, Signore Gesù” (cf. Ap.22, 17-21): è il Maranà tha che le prime comunità cristiane ripetevano durante le riunioni liturgiche (cf. 1 Cor 16,22) proprio per esprimere l’attesa impaziente della parusia (cf. 1 Ts 5,1), costringendo l’apostolo Paolo a richiamare le condizioni della autentica vigilanza escatologica.

Vigilanza è innanzitutto astenersi dal sonno, e non si tratta in primo luogo del sonno necessitato dai ritmi biologici ma dell’intorbidamento proprio di una vita ripiegata su se stessa e assorbita dalle preoccupazioni quotidiane, al punto da non percepire più la dimensione profonda di un’esistenza aperta al futuro della parusìa e ai valori dello spirito.

E’ in questa luce che dobbiamo cogliere il richiamo di Gesù “ai giorni che precedettero il diluvio” (vv. 38-39). Il riferimento è chiaramente alla storia di Noè e al diluvio, ma se mettiamo a fronte il racconto veterotestamentario, richiamato anche da Isaia e dall’apostolo Pietro (cf. Gn 6,9-7,24 e Is 54,9; 1 Pt 3,20ss; 2 Pt 2,5-8), ci accorgiamo che esso non viene evocato con riferimento alla immoralità ma alla superficialità spirituale, all’assopimento, all’intorbidamento che impedirono a “quella generazione” di “accorgersi” per tempo del rischio che stavano correndo.

Dice il testo:

«Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti» (vv 38-39).

Lo stesso giudizio è illustrato dal quadretto in cui compaiono rispettivamente due uomini e due donne occupate nel loro lavoro feriale (vv. 40-41).

Lavorare, mangiare, bere, prendere moglie e prendere marito … rientrano nei compiti da Dio stesso assegnati alle sue creature (cf. Gn 2) ma sono solo caratteristiche comune al mondo animale, non sono ancora il proprium, l’oltre, della creatura creata a “immagine e somiglianza di Dio”.

«Non si accorsero di nulla» sembra essere la causa della catastrofe finale ma già della stessa immoralità.



Riflettiamo un attimo sulla realtà delle nostre generazioni. Non è forse la situazione largamente riscontrabile ai nostri giorni? Non capita a molti, forse poco o tanto alla maggioranza, di lasciarsi totalmente assorbire dal contingente, dal finito, dalle preoccupazioni e impegni quotidiani, simboleggiati dal “mangiare e bere”, da non aver tempo per l’oltre proprio dell’uomo/donna e, quel che è peggio, da essersi talmente assopiti da non percepirne il valore, da non avvertirne il bisogno?

La parola di Gesù rivolta a Marta, che per sé era affannata per un lodevole servizio, “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno” (Lc 10,41-42) sembra spesso cadere nel vuoto e restare incompresa in un mondo indifferente e in continua corsa verso l’effimero possesso.

L’avvento è momento favorevole per guardarci attorno, per guardarci dentro, per rivedere le nostre scelte, i nostri stili di vita alla luce della Parola di Dio.

La liturgia, nella seconda lettura (Rm 13,11-14a) ci offre gli elementi per il salutare rimedio in una gradualità che partendo dalla consapevolezza del momento presente, segnato ormai dal compimento della storia di salvezza inaugurata dalla risurrezione di Cristo, conduce passo dopo passo a “rivestirsi” del Signore Gesù. Scrive Paolo:

«E questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne» (Rm 13,11-14a).

Astenersi dal sonno, ossia non lasciarsi appesantire non solo dal cibo ma anche dalle preoccupazioni e dagli affanni della vita per conservare lo stato di veglia, è condizione necessaria per diventare “consapevoli” della dignità della nostra chiamata alla santità e per incamminarci ogni giorno nella giusta direzione.

Contenuto e finalità fondamentali della vigilanza è la prontezza ad accogliere e a vivere la volontà di Dio, che è volontà di salvezza ed ha come sorgente e compimento l’amore.

A nulla servirebbe l’esercizio di tutte le virtù se non nascessero e sfociassero nell’unico comandamento dell’amore a due facce: l’amore di Dio e dei fratelli.

«Vegliate sulla vostra vita – è scritto nella Didaché – le vostre lampade non si estinguano e i vostri reni ‑ (nel linguaggio semitico i reni sono considerati la sede della volontà e dei sentimenti cf. 1 Pt 1,13) – non vengano meno, ma diventate pronti infatti non conoscete l’ora nella quale il Signore verrà» (16,1).

Facciamo nostra questa esortazione e con tutta la Chiesa entriamo in questa attesa della triplice venuta di Gesù; “diventiamo” pronti, giorno dopo giorno.

L’avvento sia per tutti non una parentesi ma un nuovo inizio per un cammino di maggiore consapevolezza del senso della nostra esistenza umana e cristiana.

La Parola sia per tutti nutrimento abbondante e Maria, icona privilegiata dell’avvento, «che con il suo sì alla Parola dell’Alleanza e alla sua missione, compie perfettamente la vocazione divina dell’umanità» (Verbum Domini, 27) ci conduca con dolcezza e fermezza incontro al Signore che viene. E’ un augurio che si fa preghiera:



«O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell’eterna gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen» (Colletta).

 Appendice
Questo tempo felice che noi chiamiamo «Avvento del Signore», presenta alla nostra meditazione un doppio motivo di gioia, perché duplice è il dono che ci porta.

L’Avvento ci ricorda una duplice venuta del Signore: quella dolcissima per lungo tempo attesa e desiderata ardentemente da tutti i padri, nella quale «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44, 3), «il Desiderato da tutte le genti» (Ag 2, 8 Volg.), il Figlio di Dio, rese manifesta in questo mondo la sua visibile presenza nella carne, quando venne sulla terra a salvare i peccatori; poi la venuta che dobbiamo ancora aspettare con sicura speranza, quando lo stesso Signore nostro, apparso dapprima sotto il velo della nostra umanità, apparirà fulgente nella sua gloria, come canta il salmo: « Viene il nostro Dio» (Sal 49, 3).

La sua prima venuta fu conosciuta da pochi giusti; nella seconda egli si manifesterà con piena evidenza ai giusti e ai reprobi, come insinua chiaramente il profeta: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (cfr. Is 52, 10). Il giorno che celebreremo fra poco in memoria della sua natività ce lo presenta nato, e particolarmente ci richiama il giorno e l’ora della sua venuta nel mondo; questo tempo invece che stiamo celebrando in precedenza ci fa ricordare il Desiderato, cioè il desiderio dei santi padri che vissero prima della sua nascita.

Molto giustamente la Chiesa ha disposto che in questo tempo si leggano le parole e si ricordino i desideri di coloro che precedettero il primo avvento del Signore.

E noi non celebriamo questa attesa soltanto per un giorno, ma per un tempo piuttosto lungo; perché è un fatto di esperienza che le cose vivamente desiderate, se devono essere attese per un certo tempo, ci sono più dolci quando ciò che amiamo si fa presente. Sta a noi, perciò, fratelli carissimi, seguire gli esempi dei santi padri, coltivare in noi stessi i loro desideri, e così accendere nelle nostre anime l’amore e l’attesa di Cristo.

La celebrazione di questo tempo fu istituita appunto per farci riflettere sulla fervente attesa dei nostri padri per la prima venuta del Signore, e perché impariamo dal loro esempio a desiderare grandemente la sua seconda venuta.

Ripensiamo quanti beni ci donò il Signore col suo primo avvento; e come ce ne darà di molto più grandi col secondo. Questa considerazione ci porti ad amare molto il mistero della sua nascita e a desiderare molto la sua seconda venuta. E se non abbiamo tale buona coscienza che osi desiderare l’ora in cui Cristo tornerà, dobbiamo almeno temerla, e per tale timore correggerci dei nostri vizi. Perché, se accade che ora non possiamo non temere, almeno non abbiamo a temere quando egli verrà, ma possiamo allora sentirci tranquilli. (Dai «Discorsi» di sant’Elredo, abate)



Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ven’è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l’altra porterà una corona di divina regalità. Si può affermare che quasi sempre nel nostro Signore Gesù Cristo ogni evento è duplice. Duplice è la generazione, una da Dio Padre, prima del tempo, e l’altra, la nascita umana, da una vergine nella pienezza dei tempi.

Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello. Una seconda volta verrà nel futuro in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti.

Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto.

Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell’ al tra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria.

Perciò non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda. E poiché nella prima abbiamo acclamato: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9), la stessa lode proclameremo nella seconda. Cosi andando incontro al Signore insieme agli angeli e adorandolo canteremo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9).

Il Salvatore verrà non per essere di nuovo giudicato, ma per farsi giudice di coloro che lo condannarono. Egli che tacque quando subiva la condanna, ricorderà il loro operato a quei malvagi, che gli fecero subire il tormento della croce, e dirà a ciascuno di essi: «Hai fatto questo e dovrei tacere?»(Sal 49,21).

Allora in un disegno di amore misericordioso venne per istruire gli uomini con dolce fermezza, ma alla fine tutti, lo vogliano o no, dovranno sottomettersi per forza al suo dominio regale.

Il profeta Malachia preannunzia le due venute del Signore: «E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate» (Ml 3, l). Ecco la prima venuta. E poi riguardo alla seconda egli dice: «Ecco l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene… Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare» (Ml 3, 1-3). Anche Paolo parla di queste due venute scrivendo a Tito in questi termini: «E apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13). Vedi come ha parlato della prima venuta ringraziando ne Dio? Della seconda invece fa capire che è quella che aspettiamo.

Questa è dunque la fede che noi proclamiamo: credere in Cristo che è salito al cielo e siede alla destra del Padre. Egli verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti. E il suo regno non avrà fine.

Verrà dunque, verrà il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo creato, nell’ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo mondo, e la nascita di un mondo nuovo. (Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo, Cat. 15,1).



Senza l’attenzione e la vigilanza dell’intelletto, è impossibile che ci salviamo e siamo liberati dal diavolo che, come leone ruggente va in giro e cerca di divorare qualcuno, come dice il Damasceno. Per questo, spesso il Signore diceva ai suoi discepoli: Vigilate e pregate, perché non sapete, e il seguito. Attraverso di loro dichiarava cosi a tutti, a proposito del ricordo della morte, di essere pronti a dare una giustificazione accettabile, quella che proviene dalle opere e dall’attenzione. Poiché i demoni, dice sant’Ilarione, sono immateriali, insonni e mettono ogni cura nel farci guerra e nel perdere le nostre anime con la parola, l’opera e il pensiero, mentre noi non siamo come loro: ora ci preoccupiamo delle mollezze e della gloria che passa, ora delle cose di questa vita, e di tante altre sempre. E non vogliamo avere nemmeno una parte di tempo per scrutare la nostra vita, affinché da questo l’intelletto possa prendere l’abitudine di badare a se, stesso spesso e senza tregua. Dice Salomone: Tu cammini in mezzo a molte trappole. Su di esse ha scritto il Crisostomo, spiegando cosa sono con grande precisione e pienissima sapienza Il Signore, volendo escludere ogni preoccupazione, ci ha ordinato di disprezzare il cibo stesso e il vestito affinché abbiamo una sola preoccupazione, cioè in che modo salvarci – come una gazzella dal laccio e un uccello dalla trappola – e perché giungiamo ad avere la vista acuta della gazzella e a volare in alto come l’uccello grazie all’assenza di preoccupazioni. Ed è davvero cosa mirabile che Salomone, essendo re, dicesse queste cose. Anche il padre di lui aveva parlato e agito allo stesso modo, ma entrambi, dopo aver vissuto con tanta attenzione e tante lotte, in tutta sapienza e virtù, dopo doni tanto grandi e la manifestazione di Dio, furono purtroppo vinti dal peccato, tanto che l’uno ebbe a piangere contemporaneamente adulterio e assassinio, e l’altro cadde in misfatti gravissimi. Non è questo un fatto che riempie di timore e tremore chi ha intelletto? Come dicono il Climaco e l’asceta Filemone. Come dunque non tremiamo e non fuggiamo, a causa della nostra debolezza, l’agitazione di questa vita, noi che non siamo nulla, e restiamo invece insensibili come bruti? E se almeno, come i bruti, avessi custodito la natura, miserabile che sono! … (Pietro Damasceno sul tema: Come sia impossibile salvarsi senza rigorosa attenzione e custodia dell’intelletto).



Nella prima Lettura, abbiamo sentito che il profeta Isaia ci parla di un cammino, e dice che alla fine dei giorni, alla fine del cammino, il monte del Tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti. E questo, per dirci che la nostra vita è un cammino: dobbiamo andare per questo cammino, per arrivare al monte del Signore, all’incontro con Gesù. La cosa più importante che a una persona può accadere è incontrare Gesù: questo incontro con Gesù che ci ama, che ci ha salvato, che ha dato la sua vita per noi. Incontrare Gesù. E noi camminiamo per incontrare Gesù.

Noi possiamo farci la domanda: Ma quando incontro Gesù? Alla fine soltanto? No, no! Lo incontriamo tutti i giorni. Ma come? Nella preghiera, quando tu preghi, incontri Gesù. Quando tu fai la Comunione, incontri Gesù, nei Sacramenti. Quando tu porti tuo figlio per battezzarlo, incontri Gesù, trovi Gesù. E voi, oggi, che ricevete la Cresima, anche voi incontrerete Gesù; poi lo incontrerete nella Comunione. “E poi, Padre, dopo la Cresima, addio!”, perché dicono che la Cresima si chiama “il sacramento dell’addio”. E’ vero questo o no? Dopo la Cresima non si va mai in chiesa: è vero o no?… Così così! Ma anche dopo la Cresima, tutta la vita, è un incontro con Gesù: nella preghiera, quando andiamo a Messa, e quando facciamo opere buone, quando visitiamo i malati, quando aiutiamo un povero, quando pensiamo agli altri, quando non siamo egoisti, quando siamo amabili… in queste cose incontriamo sempre Gesù. E il cammino della vita è proprio questo: camminare per incontrare Gesù.

E oggi, anche per me è una gioia venire a trovare voi, perché tutti insieme, oggi, nella Messa incontreremo Gesù, e facciamo un pezzo del cammino insieme.

Ricordate sempre questo: la vita è un cammino. E’ un cammino. Un cammino per incontrare Gesù. Alla fine, e sempre. Un cammino dove non incontriamo Gesù, non è un cammino cristiano. E’ proprio del cristiano incontrare sempre Gesù, guardarlo, lasciarsi guardare da Gesù, perché Gesù ci guarda con amore, ci ama tanto, ci vuole tanto bene e ci guarda sempre. Incontrare Gesù è anche lasciarti guardare da Lui. “Ma, Padre, tu sai – qualcuno di voi potrebbe dirmi – tu sai che questo cammino per me è un cammino brutto, perché io sono tanto peccatore, ho fatto tanti peccati… come posso incontrare Gesù?”. Ma tu sai che le persone che Gesù cercava maggiormente di trovare erano i più peccatori; e lo rimproveravano per questo, e la gente – le persone che si credevano giuste – dicevano: ma questo, questo non è un vero profeta, guarda che bella compagnia che ha! Era con i peccatori… E Lui diceva: Io sono venuto per quelli che hanno bisogno di salute, bisogno di guarigione, e Gesù guarisce i nostri peccati. E nel cammino noi – tutti peccatori, tutti, tutti siamo peccatori – anche quando sbagliamo, quando commettiamo un peccato, quando facciamo un peccato, Gesù viene, e ci perdona. E questo perdono che riceviamo nella Confessione è un incontro con Gesù. Sempre incontriamo Gesù.

E andiamo nella vita così, come dice il profeta, al monte, fino al giorno in cui sarà l’incontro definitivo, dove potremo guardare quello sguardo tanto bello di Gesù, tanto bello. E’ questa la vita cristiana: camminare, andare avanti, uniti, come fratelli, volendosi bene l’uno all’altro. (Papa Francesco, dall’Omelia del 1 dicembre 2013)

Fonte:http://www.figliedellachiesa.org/