JUAN J. BARTOLOME sdb, #LectioDivina "Poiché tutti e sette si erano sposato con lei "?

6 novembre 2016 | 32a Domenica T. Ordinario - Anno C | Lectio Divina
Lectio Divina su: LC 20,27-38
Ai tempi di Gesù non era molto comune credere nella resurrezione dei morti. Perfino gli autentici
credenti, come ci ricorda il Vangelo, non pensavano che esistesse una vita dopo la morte. Qualcosa di simile succede a noi; secondo recenti sondaggi, un numero notevole di cattolici praticanti dubitano che possa esistere qualcosa/Qualcuno dopo la morte. La conseguenza è che non riescono a vivere la vita speranzosi e affrontano la loro morte senza speranza. Cosa c'è di strano, poi, se dedicano la loro vita a rubare la speranza degli altri? La cosa peggiore è che non sembra che manchi loro motivo, poiché, per doloroso e ingiusto possa sembrarci, sappiamo bene che la vita che inizia è la vita che, prima o poi, deve finire; la vita umana, già al suo nascere, porta con sé la sua data di scadenza. La morte, per così dire, è legge di vita. E siamo soliti reagire in modo curioso: visto che non possiamo vincerla, la facciamo passare sotto silenzio, o la nascondiamo. Non guardandola in faccia, ci appare meno terribile; dimenticandola, la consideriamo lontana. E' molto ciò che perdiamo: un Dio che vive perché tutti possiamo vivere.
In quel tempo, 27si avvicinarono a Gesù dei sadducei, che negano la risurrezione, e gli chiesero:
28 "Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto: Se a qualcuno muore il fratello, lasciando la moglie senza figli, che la prenda in moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 29Ebbene, vi erano sette fratelli: il primo si sposò ma morì senza figli. 30E il secondo 31 e il terzo la sposarono, e così tutti e sette ma morirono senza figli. 32Infine morì anche la donna. 33 Alla risurrezione, di chi di loro sarà la donna? Poiché tutti e sette si erano sposato con lei "?
34 Gesù rispose:
"In questa vita, uomini e donne si sposano; 35 ma quelli che sono giudicati degni della vita dopo la morte e la risurrezione dai morti, non si sposano. 36 Perché essi non possono morire, sono come gli angeli; sono figli di Dio, perché partecipano alla risurrezione. 37 E che i morti risorgono, anche Mosè ha affermato nell'episodio del roveto, quando chiama il Signore, 'il Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe". 38 Non è il Dio dei morti, ma dei vivi, perché per lui tutti vivono".
1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Immediatamente dopo essere entrato trionfalmente a Gerusalemme (Lc 19,29-44), Gesù non ha potuto evitare il conflitto diretto con le autorità. I sommi sacerdoti, gli scribi, i notabili del popolo "cercavano di farlo perire e non sapevano come fare" (Lc 19,47-48). In questo contesto di duro confronto si situa l'episodio evangelico. Il dialogo con i sadducei non è, allora, una semplice discussione scolastica, anche se sembra così. Più che conoscere la sua opinione su un raro caso di applicazione della legge (Lc 20,28), gli interlocutori vogliono metterlo alla prova.
Gruppo elitista e conservatore, i sadducei negavano la resurrezione appoggiandosi ai testi più venerati dell'AT. Con il caso che presentano a Gesù cercano di mettere in evidenza quanto risulta illogico, a chi vive secondo la legge, attendere la resurrezione dei morti. Non potendolo credere, inventano complicate difficoltà, appoggiandosi in questo caso alla legge del levirato. In fondo, non potevano pensare ad altra vita che non fosse la continuazione di quella presente.
Quando si pensava che si sopravvive solo nella propria discendenza, la legge del levirato era un modo ingegnoso di prolungare la vita di chi non aveva potuto darla ad altri. Gesù risponde correggendo la base stessa dell'obiezione: la nuova vita non sarà prolungamento della vecchia. Le leggi della vita prima della morte non saranno quelle di una vita che non ha fine. In quella che verrà, non ci si sposerà perché non ci sarà bisogno di dare la vita a nessuno, perché non ci sarà più la morte (Lc 20,35). Gesù non nega validità alla legge in questa vita, la nega per l'altra. Essendo Dio un Dio dei vivi, non può vivere senza vivificare i suoi fedeli.
La speranza di risuscitare non vive nel cuore dell'uomo perché lui lo desidera, ma perché vive il Dio che pensa a risuscitarlo. Vivere per sempre non esclude la morte, ma obbliga a vivere sempre per Dio. Come la morte non è l'ultima cosa che può succedere ad un credente, non la deve temere tanto che, per evitarla o ritardarla, perde di vista, e di fatto, Dio. Senza Lui la morte è eterna; con Lui, una disgrazia passeggera.
2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Per dare fondamento alla negazione della resurrezione, i sadducei si appoggiavano ad un precetto legale. La vedova di sette fratelli -un caso estremamente raro, però possibile- dovrebbe, dopo la sua morte e quella dei suoi rispettivi mariti, appartenere a qualcuno di loro; giacché avvenendo la resurrezione doveva essere corporale. L'impossibilità di essere di tutti rendeva impensabile, credevano, che ci fosse una vita, come quella presente, dopo la morte. Non bisogna pensare che questi maestri non fossero sinceri nella loro domanda; voler porre in difficoltà Gesù li obbligava ad essere seri nella loro obiezione. Il fatto è che utilizzavano una legge per utilizzare Dio; si facevano forti di un mandato conosciuto per disconoscere la volontà di Dio e chiudersi alle sue sorprese. Una tentazione, questa, molto comune tra i credenti: pensare di conoscere Dio, solo perché conoscono alcuni suoi precetti. Non è raro che ci riteniamo ingannati da Dio solo perché non si comporta come ci siamo immaginati, perché le sue promesse superano i suoi ordini, perché la sua immaginazione supera i nostri desideri. Ci perdiamo il meglio di Dio perché, e quando, non accettiamo che possa essere migliore di quanto sappiamo o immaginiamo.
La risposta di Gesù ai sadducei è doppia: in primo luogo parla di com'è la vita dopo la morte; poi, parla di Dio che vive perché vivano i suoi fedeli. Le due affermazioni non sono allo stesso livello: che c'è vita dopo la morte, e che è tanto diversa dalla precedente, è motivato dall'esistenza di un Dio di vivi. Se non esistesse questo Dio, non esisterebbe questa vita. La speranza nella resurrezione dei morti si basa, allora, sulla fede in un Dio che vive per dare la vita. Non è il proprio desiderio di sopravvivenza che farà risuscitare un morto, ma un intervento personalissimo di Dio, che non può vivere senza i suoi, che non può essere Dio senza esserlo con loro. La difficoltà che anche oggi incontriamo per aspettare la resurrezione, nostra e dei nostri cari, è radicata nella nostra incapacità di credere che Dio è, solo e sempre, Dio dei vivi.
Siccome non speriamo di poter sopravvivere, ci impegniamo in una corsa straziante per ottenere da questa vita mortale tutto ciò che possiamo augurarci.
Visto che sempre la nostra vita sarà più breve dei nostri desideri, ci proponiamo di soddisfarli quanto prima e anche se ci costa la speranza e, a volte anche, la propria vita o, e questo ci costa meno, quella degli altri. Viviamo disperati perché non riusciamo a credere che la vita che abbiamo non ha come fine la morte che temiamo. Tuttavia -è divertente- ci crediamo cristiani sinceri, veri credenti in Dio, come i sadducei che si sono presentati un giorno dinanzi a Gesù per conoscere la sua opinione.
Di fronte alla morte certa reagiamo sconsideratamente; dal momento che non possiamo dubitarne, la facciamo passare sotto silenzio; la rendiamo meno terribile, evitando di guardarla in faccia; la pensiamo lontana, solo perché non pensiamo ad essa. E, disperati per non poter sopravvivere, facciamo di tutto per ottenere in questa vita transitoria, tutto quello che possiamo desiderare. Siccome sempre la nostra vita sarà più breve rispetto ai nostri desideri, ci sforziamo di soddisfarli quanto prima, anche se ci costa speranza e la nostra stessa vita. Come la donna con molti mariti, cerchiamo ansiosamente di procreare vita per gli altri, mentre perdiamo la nostra.
La vita che Dio pensa di darci non ci fa risparmiare la morte, certamente. Però ci libera dallo sforzo di sopravvivere a qualunque costo. La prossima non sarà ad immagine di quella che perdiamo.
A coloro che saranno degni di essa, per attenderla senza cercarsela con i propri mezzi, le sarà data totalmente nuova, totalmente gratis: non potranno morire, saranno come figli di Dio. Nulla di strano che, se non siamo riusciti a sentirci figli di Dio in questa vita, se abbiamo cercato di sopravvivere ai nostri desideri, ci rifiutiamo di accettare Dio come Padre nell'altra. Qui sta la ragione della nostra disperazione. Per avere il coraggio di aspettare una vita in cui saremo, finalmente, figli di Dio, dobbiamo avere il coraggio di avere Dio come Padre nella vita che ora viviamo. Preoccupati come siamo nel dare vita a figli e a progetti nostri, non permettiamo a noi stessi di essere figli di Dio oggi e non possiamo immaginare che Dio ha in progetto di essere nostro Padre per sempre. Se, come i sadducei, non possiamo credere che i morti ritorneranno in vita, allora stiamo facendo di tutto per negare a Dio la capacità di regalarci una vita che in nulla assomiglierà a quella che già ci ha dato. Non c'è nulla di strano nel fatto che, se non siamo riusciti a sentirci figli di Dio in questa vita, ci neghiamo di accettarlo come Padre nell'altra. E' qui il motivo della nostra incredulità. E' logico che per postulare una vita nuova, come figli di Dio che saremo, si dovrà avere il coraggio di avere Dio come Padre nella vita che conduciamo. Possibilmente, preoccupati come siamo di dar vita a figli e a progetti nostri, non permettiamo a Dio di mostrarsi Padre in questa vita e non riusciamo ad immaginare che abbia il progetto di esserci Padre nell'altra e per sempre. Siamo tanto occupati in una vita che non durerà, da non avere tempo da lasciare a Dio perché si occupi di prepararci l'altra, la definitiva.
E succede che possiamo perdere la speranza di una vita senza fine, solo perché non osiamo sperare da Dio qualcosa di più di ciò che abbiamo già ottenuto, qualcosa di meglio di ciò che già ci ha dato in questa vita; perché non speriamo di ottenere da Dio tutto ciò che non ci ha dato ancora, ci ostiniamo a negare che un giorno ce lo darà; riduciamo Dio, giorno per giorno, al contenuto della nostra esperienza quotidiana; e così perdiamo Dio e la speranza di ottenere la migliore vita, quella in cui non vi è morte. Come già Gesù ha detto ai suoi interlocutori, disperare che un giorno vivremo senza dover temere la morte, sia la nostra che quella delle persone care, vuol dire non credere che Dio può vivere oltre i nostri limiti ed essere lì, dietro di essi, aspettandoci pazientemente. Credere nel Dio di Gesù è, tuttavia, credere nella vita, dal momento che, essendo Dio un Dio dei vivi, non può vivere senza dare vita ai suoi. La speranza della risurrezione a una vita senza fine, la possiamo alimentare, se alimentiamo la fede in questo Dio, che ci ama tanto da salvarci dalla morte per continuare ad amarci; un Dio a cui apparteniamo così profondamente che non permetterà che ci perdiamo, neanche quando abbiamo perso la nostra vita. La speranza di vivere dopo la morte la possiamo avere perché vive colui che pensa a risuscitarci. A lui dobbiamo oggi, la nostra vita, se vogliamo che ce la restituisca un giorno.
Ma non basta sentirci al riparo dalla morte definitiva; bisognerà testimoniare al mondo la nostra speranza. Lo sappiamo molto bene; oggi nel nostro cuore e nella nostra società, viene minacciata giornalmente la vita che Dio ci ha dato e si uccide la speranza in una vita migliore. Coloro che crediamo, come Gesù, che Dio è un Dio che vive per dare vita, sappiamo che in questa vita e dopo la morte, c'è il nostro Dio; se è vero che nella vita camminiamo verso la nostra morte, non è meno certo che, vivendo e morendo un giorno, camminiamo verso il Dio dei viventi; a noi che crediamo nella risurrezione dei morti, niente e nessuno ci toglie la vita, la daremo un giorno perché Dio pensa a restituircela nuova, senza limiti o morte. Se questa è la nostra fede, perché non è così la nostra pratica?
Siamo così occupati a prolungare una vita che non è destinata a durare molto, tanto quanto vorremmo, che non abbiamo il tempo di lasciare che Dio si prenda cura nel prepararci l'altra, la definitiva. Il Dio in cui noi crediamo, Colui di cui non possiamo disperare, è un Dio che vive per dare la vita. Se è vero che ogni giorno ci avviciniamo di più alla nostra morte, resta il fatto che ogni giorno siamo più vicini al Dio dei viventi. E il nostro, quello di Gesù, è un Dio che ci ha promesso la vita e sta lavorando già per darcela. Vive perché noi possiamo vivere con Lui. Dio è l'unico Padre che può, e vuole, dare vita ai suoi figli, che non permette che muoiano per sempre. Coloro che, come Gesù, crediamo nella risurrezione dei morti, nulla e nessuno può toglierci la vita; la consegniamo un giorno perché sappiamo che Dio si impegna a restituircela, totalmente nuova, senza limiti o dipendenze. Il nostro è un Dio che ci ama così tanto che non può passare l'eternità senza di noi. Gli apparteniamo così intimamente che non ci può perdere. Ci vuole accanto a Lui, come gli angeli che saremo, come i figli che già siamo. Ci ama così tanto da salvarci dalla morte per poter continuare ad amarci. Se tale è la nostra fede, perché non è così la nostra pratica.
Juan J. BARTOLOME sdb
 Fonte:  www.donbosco-torino.it

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