Monastero Domenicano Matris Domini, #LectioDivina"Solennità di Cristo Re dell’Universo"

Trentaquattresima Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Solennità di Cristo Re dell’Universo
Luca 25,35-43
Dal vangelo secondo Luca (25,35-43)
Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.

Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: "Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il
Cristo di Dio, l'eletto". 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto 37e
dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". 38Sopra di lui c'era anche una scritta: "Costui è il re dei
Giudei".
39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!". 40L'altro
invece lo rimproverava dicendo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi,
giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto
nulla di male". 42E disse: "Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno". 43Gli rispose: "In verità io ti
dico: oggi con me sarai nel paradiso".
Lectio
Questo brano di vangelo, nella solennità di Cristo Re dell’Universo, ci indica il momento in cui Gesù fu
proclamato re e si manifestò veramente come tale. Si tratta del momento in cui era inchiodato alla croce. I
soldati e il cartiglio sopra la sua testa lo dicono esplicitamente: Egli è riconosciuto come re dei Giudei. I capi
del popolo mettono l’accento sulla sua capacità di salvare. Il popolo invece incomincia a rendersi conto e a
pentirsi del male che ha compiuto sollecitando la sua crocifissione.
In questa scena, vista così, non c’è proprio alcun segno di regalità, né di potenza di fronte al male. Ma nella
seconda parte di questo brano abbiamo la conferma che davvero Gesù è il re dei giudei e che davvero è
potente di fronte al male. Gesù infatti viene riconosciuto come re dal ladrone e apre a quest’ultimo le porte
del suo Regno.
Gesù è veramente re anche se in un modo diverso dall’attesa politica del suo popolo. Egli è il Salvatore, non
un liberatore militare. L’insistente ripetizione del verbo “salvare” in questo brano indica bene che
l’evangelista pone in esso la funzione principale del Messia: salvare l’umanità. Questa salvezza non è da
mettere sul piano di una liberazione politica o di un intervento spettacolare in questo mondo: è una realtà
futura già raggiunta nella morte.
35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: "Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il
Cristo di Dio, l'eletto".
Davanti a Cristo messo sulla croce, il popolo stava a vedere. Questo verbo sembra indicare una volgare
curiosità della gente che assiste a uno spettacolo. Ma Luca costruisce la frase contrapponendo
l’atteggiamento del popolo a quello dei capi. I capi “arricciavano il naso”. Il popolo invece si trova in
religiosa attenzione. E’ un atteggiamento che prepara il pentimento (al versetto 48 Luca scriverà che le folle
se ne andarono percuotendosi il petto).
I capi dunque arricciavano il naso. Lo scherniscono mettendo in dubbio la sua potenza a salvare se stesso.
Gesù può salvarsi ma non lo vuole: c’è un’allusione alle tentazioni nel deserto (Lc 4,9-12).
Questa frase di scherno contiene ancora due allusioni:
- poiché Gesù è presentato in veste di taumaturgo («ha salvato altri»), l’invito «salvi se stesso» assume
l’aspetto di un sarcasmo simile al proverbio citato in Lc 4,23: «Medico, cura te stesso!».
- mettendo in dubbio il fatto che egli sia il Cristo, implicitamente richiedono che egli dia un segno per
dimostrarsi veramente tale.
36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto
Gli scherni dei soldati sono un elemento caratteristico del vangelo di Luca. Sono ovviamente i militari
romani, anche se Luca non lo precisa. Non spiega neanche il loro gesto di porgere a Gesù una bevanda a
base di aceto (vino acidulo), un dissetante usato comunemente dai soldati e dai contadini. Il motivo di
questo atto non è chiaro: un gesto di compassione (come in Gv 19,28-29) oppure di crudeltà: rianimare il
crocifisso per prolungare le sue ore di vita e quindi di sofferenza. Forse però prevale l’intenzione di
prendersi gioco di Gesù.
Il particolare dell’aceto comunque è stato conservato nella tradizione per il richiamo al salmo 69,21, dove il
gesto ha un significato ostile.
37e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso".
La derisione dei soldati romani è parallela a quella dei capi giudei, ma si concentra sull’aspetto politico,
riferendosi all’accusa nel processo romano (Lc 23,3). Dal punto di vista narrativo, essa è plausibile, poiché
riprende i termini del titulus che i soldati potevano leggere. Meno appropriato l’invito «salva te stesso» in
rapporto alla regalità derisa. L’invito è come una seconda ondata di provocazione e di tentazione.
38Sopra di lui c'era anche una scritta: "Costui è il re dei Giudei".
L’iscrizione posta sopra Gesù crocifisso fa parte degli scherni «politici» e non indica solo il motivo della
condanna. Infatti il de kai con cui è introdotto può essere tradotto anche con “infatti”, e si trova così
collegato con gli scherni dei soldati.
La tavoletta con la sentenza veniva appesa al collo del condannato quando si recava al luogo del supplizio.
L’iscrizione «re dei giudei», presente in tutti e quattro i vangeli, è senza dubbio storica, è l’unica cosa
conosciuta che sia stata scritta su Gesù durante tutta la sua vita.
39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!".
Mentre l’evangelista Marco conclude la scena della crocifissione dicendo: «anche coloro che erano crocifissi
con lui lo insultavano» (Mc 15,32b), Luca differenzia i due crocifissi.
Il primo malfattore si associa agli scherni dei presenti, più precisamente a quelli dei capi, riprendendo in
forma negativa il sarcasmo «Non sei tu il Messia?». Luca utilizza il verbo «bestemmiare» (come in Lc 22,65)
che, visto il contenuto della derisione (identico al v. 35) non è diverso da «deridere», «schernire». Il
contenuto non permette neanche di precisare meglio l’identità dei briganti: pagani o giudei? zeloti o ladri?
Per la terza volta risuona «salva te stesso». Qui giustamente viene aggiunto «e noi», data la situazione di
chi parla. Ma Gesù aspetta la salvezza solo da Dio, e secondo la logica paradossale di Lc 9,24 «chi perde la
sua vita... la salverà».
40L'altro invece lo rimproverava dicendo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa
pena?
Mentre in (Mc 15,32b) i due crocifissi insieme con Gesù lo ingiuriano, in Luca uno di loro si stacca dal coro
per assumere la veste del «buon ladrone», al fine di dare alla sezione il valore di un insegnamento di tipo
sapienziale: l’essere crocifisso, quindi l’essere vicino alla morte e al giudizio divino, dovrebbe indurre il
malfattore a «temere Dio» e a non schernire.
Nella Bibbia e nel giudaismo, il timore di Dio è l’atteggiamento autenticamente religioso nei confronti di
Jahwè e implica riconoscimento della sua potenza, fiducia e obbedienza. Non temere Dio caratterizza
l’atteggiamento dello stolto e dell’empio dinanzi a Lui.
41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non
ha fatto nulla di male".
Il buon ladrone riconosce il male fatto e la giustezza della punizione. Il suo è un segno di penitenza e quindi
di pentimento. Non è mai troppo tardi: anche all’ultimo momento c’è possibilità di salvezza per un
malfattore. Il contrasto “e noi... ma costui” vuole soprattutto sottolineare di nuovo l’innocenza di Gesù,
proclamata ora da un malfattore.
42E disse: "Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno".
Adesso il buon ladrone si rivolge direttamente al Crocifisso e lo interpella col vocativo «Gesù»,
esclamazione sorprendente perché unica nel Nuovo Testamento. Il malfattore pentito non si rivolge a Dio,
ma a Gesù, e lo riconosce nella sua funzione messianica. E’ chiaro l’orientamento cristologico che
caratterizza la preghiera cristiana. Per il buon ladrone, Gesù è il Messia risorto-Figlio dell’uomo col quale ha
trovato un rapporto personale.
La sua preghiera viene però formulata nella lingua e nelle categorie della preghiera giudaica (giudeocristiana).
Il «ricordarsi» è un elemento tipico di tale preghiera. Si chiede a Dio di posare uno sguardo di
bontà, intervenendo a favore dell’orante. Nella Bibbia, il «ricordarsi» implica la fedeltà di Jahwè alle sue
promesse, all’alleanza (cf. Lc 1,72).
L’ultima parte della preghiera, «quando verrai nel tuo regno», ha diverse varianti testuali importanti. Forse
è meglio mantenere il senso semitico della parola: il ladrone aspetta il regno messianico (il tuo regno)
dell’attesa giudaica (giudeo-cristiana) mediante il quale il Messia instaurerà con potenza il Regno di Dio
sulla terra alla fine dei tempi (la Parusia).
43Gli rispose: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso".
Il ladrone aspettava una salvezza futura situata alla fine dei tempi. Gesù gli garantisce la salvezza «oggi». La
promessa è solenne e ha il carattere di un correttivo rispetto all’attesa escatologica giudaica del ladrone,
tanto più che «oggi» è posto enfaticamente all’inizio della frase. L’«oggi» come attualizzazione del tempo di
salvezza nel presente è importante nella teologia di Luca. La novità dell’oggi risuona alla nascita di Gesù (Lc
2,22), al momento iniziale del ministero pubblico (Lc 4,21) e anche adesso: la morte di Gesù inaugura la
salvezza per quelli che muoiono riponendo in lui la loro fiducia.
Alquanto inattesa è la parola «paradiso». Il termine è di origine persiana e aveva il senso di parco, giardino
recintato. La Bibbia greca dei Settanta lo utilizza per indicare il giardino dell’Eden descritto in Gn 2-3. La
parola indicherà quindi un luogo di felicità: nella letteratura apocalittica il paradiso diventa l’Eden
escatologico: il paradiso è nascosto ora nel cielo e scenderà sulla terra alla fine dei tempi.
Nel libro etiopico di Enoc, il paradiso è descritto come il posto riservato nello sheol alle anime dei giusti, in
attesa della risurrezione universale: un ambiente di luce con una sorgente d’acqua, distinto da altri
ambienti tenebrosi per i cattivi. In questo paradiso provvisorio si trovano i patriarchi (cf. Lc 16,22) e i martiri
vi sono trasferiti subito dopo la loro morte (cf. Sap 3,1.3). Sullo sfondo di questa rappresentazione giudaica,
Gesù è convinto di trovarsi, subito dopo la morte, assieme ad Abramo e ai patriarchi nel paradiso, in attesa
della risurrezione e promette al malfattore pentito che egli sarà là con Lui.
Ma queste parole, «sarai con me», hanno anche un altro significato. Gesù promette al buon ladrone una
vita di comunione con Lui, e subito. Nella visione cristiana questa comunione con Cristo risorto è in se
stessa la beatitudine definitiva, la salvezza piena. Per l’evangelista, la salvezza promessa al malfattore è
definitiva e piena, grazie alla risurrezione di Gesù. Con Gesù risorto l’«oggi» acquista carattere di
definitività.
Meditatio
- Cosa suscita in me il pensare a Cristo come Re? Quali dimensioni della regalità di Cristo mi indica questo
brano di Vangelo?
- Mi è mai capitato di costatare la salvezza che Gesù ha operato nei confronti di qualcuno?
- Mi sono mai sentito/a nei panni del buon ladrone?
- Quale idea ho della vita futura in Cristo?
Preghiamo
(Colletta della 34a domenica, anno C)
O Dio Padre, che ci hai chiamati a regnare con te nella giustizia e nell'amore, liberaci dal potere delle
tenebre; fa' che camminiamo sulle orme del tuo Figlio, e come lui doniamo la nostra vita per amore dei
fratelli, certi di condividere la sua gloria in paradiso. Egli è Dio...

Fonte:http://www.matrisdomini.org/

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