MONASTERO MARANGO, "Anche l’inferno e la morte sprofondano nell’abisso della misericordia di Dio"

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (anno C)
Letture: 2Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43
Anche l’inferno e la morte sprofondano nell’abisso della misericordia di Dio
1)Me l’ha raccontata un mio vecchio professore di teologia. E’ una piccola storia che lui diceva di
aver letto in un testo di Nietzsche, che in realtà non sono riuscito a trovare da nessuna parte.
«In un castello si tenne un giorno il convegno di tutti gli dei. Venivano da tutto il mondo con la loro corte e tutta l’ostentazione della loro potenza. All’ora di pranzo sentirono bussare alla porta. Quando gli uscieri aprirono, si presentò loro una scena certamente non prevista: un povero, con evidenti segni di tortura su tutto il corpo, in particolare sulle mani e sui piedi. Aveva anche una profonda ferita ancora aperta sul fianco, all’altezza del cuore. «E tu, chi sei?», chiesero sbalorditi i commensali. «Io sono il Signore, il Messia, il Re dei Giudei!». Tutti i presenti scoppiarono a ridere a crepapelle, e risero così tanto fino a…morire!
Al convegno degli dei rimase solo Gesù, lì in piedi, testimone di una divinità che ha assunto il volto dell’uomo povero e umiliato». Ripeto che non so se questa storia si trovi davvero in qualche pagina del noto filosofo che decretò la morte di Dio, ma certamente è una storia suggestiva e, io credo, profondamente vera.
Oggi nel mondo ci sono molte divinità, non è pensabile che l’uomo abbia abbandonato la religione: ogni gruppo sociale, ogni movimento politico, ogni multinazionale, ha i suoi idoli, per i quali si è disposti a vivere e a morire.
I potenti, i gaudenti, i dominatori di questo mondo, che si credono al sicuro in altissime torri che portano il loro nome, scandalosamente ricche, ridono di chi non è come loro, si fanno beffa dei poveri, li respingono innalzando muri per non vedere le loro miserie e per non udire il loro grido di dolore.
Nel volto di tutte queste moltitudini di poveri c’è il volto di Gesù, «di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e sofferente fino alla morte» (Fil 2,7). Sì, «il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto» (papa Francesco, alla Chiesa italiana, 10 novembre 2015). E’ in questo volto che noi riconosciamo il nostro re. Scandalo e follia, secondo il mondo. Sapienza di Dio, secondo la logica del Regno.
Quando i ricchi si prendono gioco dei poveri, e ridono di loro, disprezzandoli e umiliandoli, uccidono in realtà Dio nel loro cuore.
Un tempo, quando si credeva che bastasse poco per cambiare il mondo, qualcuno ha scritto sui muri dell’università di Roma: «La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà». Non è stato così. Ma io continuo a pensare che il riso sciocco dei gaudenti - oggi sono loro che ridono – si trasformerà in lacrime e che i poveri, gli umiliati, erediteranno il Regno.
E’ quello che ci racconta il brano del vangelo di questa domenica, che conclude l’anno liturgico.

Dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere, i capi invece lo deridevano.
Per ora il popolo sta a guardare; non dice nulla, ma non può non pensare a quello che ha fatto: prima «pendeva dalle sue parole» (Lc 19,48), poi con rabbia ha chiesto la sua crocifissione: «A morte costui! Dacci libero Barabba!» (Lc 23,18), ora è muto testimone della sua crocifissione.
I capi sghignazzano, cantando vittoria: quel crocifisso non può più nuocere al loro potere. Adesso pende dal legno, ed è quindi chiaro che è un maledetto da Dio! (Dt 21,23); non è lui il Salvatore promesso, il Cristo, l’Eletto da Dio. Ma questi capi religiosi dimenticano le Scritture, che parlano di un Servo sofferente che salva gli altri perdendo la propria vita: «Disprezzato, reietto dagli uomini, uomo che ben conosce il patire…era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53,3).
Anche i soldati pagani compiono con i loro insulti quanto è stato annunziato del Giusto sofferente. Si accaniscono contro quest’uomo che è in loro balìa, lo ridicolizzano con la scritta posta sopra di lui: «Costui è il re dei Giudei», lo sfidano a salvarsi, se è davvero potente, come dovrebbe essere un grande della terra (ultimamente, però i grandi della terra, nell’imminenza del pericolo scappano e fanno la fine dei topi).
Uno dei due malfattori appesi alla croce insulta Gesù: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Anche tra i condannati c’è divisione nei confronti di Gesù. Uno dei due gli chiede un atto di potenza, per sfuggire alla morte che sta per piombargli addosso. Salvare se stessi, magari addossando agli altri le colpe di tutto ciò che accade, è la tentazione di sempre, fin dal tempo di Adamo. Anche Gesù ha sentito il sibilo mortale della tentazione: «Salva te stesso!». Ha vinto rimanendo sulla croce. Egli deve perdere la sua vita, per salvare la sua e quella degli altri. Vive la logica del dono, non della rapina. Nel prefazio di questa domenica preghiamo così: «Egli, sacrificando se stesso immacolata vittima di pace sull’altare della croce, operò il mistero dell’umana redenzione, assoggettate al suo potere tutte le creature, offrì alla tua maestà infinita il regno eterno e universale: regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore, di pace».

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.
Vedo in questo secondo malfattore un cammino penitenziale che lo porta alla conversione. E’ il cammino di tutti coloro che sono salvati non in virtù delle loro opere, ma solo per grazia. Come il pubblicano al tempio (Lc 18,13), come Zaccheo di fronte a Gesù(Lc 19,1-10), anche lui si scopre peccatore e bisognoso di una salvezza che va oltre il materiale scendere dalla croce. La croce dice di una probabile giustizia umana, sempre esposta all’errore e alla vendetta; l’invocazione rivolta a Gesù dice della speranza di ottenere misericordia, che è un’ulteriore possibilità di ravvedersi, di convertirsi e di credere. Solo quell’uomo che «non ha fatto nulla di male» può spalancargli la porta della misericordia. Quest’uomo, che discende con lui nelle tenebre dello sheol, fa esplodere in tutto il suo splendore l’amore di Dio per l’uomo. E’ questo amore, in effetti, la regalità di Gesù, il suo vero innalzamento. Sceso con la sua morte nell’inferno della morte di ciascuno di noi, Gesù strappa ciascuno dalla sua solitudine e abbatte le inviolabili mura che separano da Dio e dai fratelli. Non ci sono più mura, tutto è aperto e disponibile per una storia diversa. Il regno ha fatto irruzione nel nostro inferno, e ne ha scardinato le porte. Questo accade oggi, quando ci consegniamo solo alla misericordia di Dio e non alla giustizia degli uomini. Anche l’inferno e la morte sprofondano nell’abisso della misericordia di Dio, incontrata nel volto crocifisso di Gesù: Cristo si è immerso in una profondità tale che ogni caduta ormai, per poca che sia la nostra fede, è una caduta in Lui.

Gesù, ricordati anche di me, peccatore.
Oggi.

Giorgio Scatto
Fonte:MONASTERO MARANGO, CAORLE (VE)