MONASTERO MARANGO, "A Gesù non interessa la fine, ma come si è alla fine"

33° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)
Letture: Mal 3, 19-20a; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19
A Gesù non interessa la fine, ma come si è alla fine
1)Alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi.

Gesù sente la fiducia che il popolo ripone nel tempio restaurato dalle fondamenta da Erode Antipa, e che molti avevano contribuito a rendere bello, con le loro generose offerte. Il tempio era sempre stato l’orgoglio del popolo, il segno della sua unità; la sua imponente presenza in mezzo alla città dava un senso di sicurezza e di protezione. Anche se poi, nella realtà, il tempio era diventato come un sepolcro imbiancato, bello di fuori ma pieno di sporcizia dentro. Serviva a molti per nascondere il marciume di comportamenti arroganti e omicidi, ingiusti e violenti. Quante nefandezze nascondono certi atteggiamenti religiosi, troppo orgogliosamente dichiarati e mostrati!

Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sia distrutta».
Anche il profeta Malachia, come molti altri uomini di Dio, verso il 450 a.C., si era espresso con le stesse parole di Gesù: «Sta per venire il giorno». Un resto numeroso era tornato dal lungo esilio a Babilonia e il tempio era stato prontamente ricostruito. Come se potessero bastare le pietre, messe una sopra l’altra con devota precisione, a proteggere e a difendere un popolo dalla incertezza dei giorni! Le mura di Gerusalemme non erano ancora state riedificate e la città era preda delle incursioni degli Edomiti. La popolazione ritornata dall’esilio doveva continuamente difendersi dalle angherie dell’amministrazione samaritana e dall’ ostilità di coloro che erano rimasti in Giudea, che nel frattempo avevano occupato le loro case e i loro terreni. Il tempio era stato ricostruito, ma la storia non era cambiata. Dilagava l’ingiustizia sociale, e anche la vita religiosa si era notevolmente affievolita. Dopo i primi entusiasmi  per il ritorno in patria, il rilassamento morale e la sfiducia dilagante conducevano spesso anche all’infedeltà e al culto degli idoli. C’è sempre un dio migliore, che può rispondere ai miei bisogni. Da qui la messa in discussione della fede: «Vi ho amati, dice il Signore. E voi dite: “Come ci hai amati?”» (Mal 1,2). «Avete stancato il Signore con le vostre parole, quando esclamate: “Dov’è il Dio della giustizia?”» (Mal 2,17). «Avete affermato: “E’ inutile servire Dio, che vantaggio ne abbiamo ricevuto?”» (Mal 3,14). Poi, il passaggio dal dubbio all’apostasia è molto rapido. Ha ragione il profeta Malachia a esortare alla fiducia e alla perseveranza: «Sta per venire il giorno». Chi saprà attendere ancora, senza venir meno al suo compito, vedrà l’alba di un nuovo giorno. Vedrà sorgere il sole di giustizia. E’ come quando, da piccoli, si andava in montagna: «Manca tanto?». «Fatta l’ultima curva siamo arrivati!». E invece occorreva camminare ancora tanto , e sudare ancora, e “l’ultima curva” non arrivava mai. Però poi, raggiunta la meta, la gioia e la soddisfazione erano incontenibili: «Ne valeva la pena!».
Il dramma di molti è che non attendono più nulla, perché pensano che ciò che è effimero sia eterno. O perché gli hanno rubato anche la speranza.
«Verranno giorni» nei quali tutte le nostre sicurezze attuali si frantumeranno: non solo i soldi, la carriera, il
culto della propria immagine, ma anche la sicurezza posta nel tempio, nella religione, nelle pratiche esteriori. Però, attenti a non lasciarci ingannare, come se tutto dovesse precipitare da un momento all’altro. Questo nostro tempo, pieno di banalità e di drammi veri, è il tempo del discernimento. Dobbiamo imparare in fretta a distinguere tempi e momenti.

«Molti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: ”Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!.
Quello che interessa a Gesù non è la fine, ma come si è alla fine.
Il mondo è pieno di imbonitori che annunciano la prossima fine di tutto. Lo fanno anche certi politici, quando si propongono come gli unici garanti del cambiamento, macchinisti di “un treno che passa ora o non ripasserà mai più”. Dicono: «Sono io!». Ma nessuno, né papa né re, può presentarsi come la soluzione di tutti i problemi, come il salvatore di un mondo che, senza di loro, sarebbe destinato a perire.
Lo storico Giuseppe Flavio ha raccontato la distruzione del tempio e della città di Gerusalemme, avvenuta nel 70 dopo Cristo. Egli parla di diversi falsi Messia che si presentarono prima di quell’evento, ingannando il popolo. La distruzione del tempio, se pur immensamente dolorosa, non fu la fine del mondo.

«Sentirete di guerre e di rivoluzioni; vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze».
Dovunque respiriamo l’odore acre della carne umana sacrificata sull’altare dei potenti, dei trafficanti di illusioni e di armi; osserviamo, senza esprimere dolore, il grande cimitero di uomini donne e bambini che è diventato il Mediterraneo, e abbiamo negli occhi le immagini di interi paesi devastati dalla violenza del terremoto nell’Italia centrale. Molti si chiedono se non siano questi i segni di una fine imminente. Qualcuno è arrivato a dire che, sì, in quello che ci accade c’è tutta l’ira di Dio per i nostri peccati. Siamo alla pura follia. E’ la fine della ragione e della pietà, non la fine del mondo.
Dentro questa storia, fatta di dolore, di lacrime, di qualche rara gioia e di molta indifferenza, c’è un «prima di tutto» che interessa al Signore Gesù. E anche a noi, che siamo suoi discepoli.
Per l’evangelista Marco le lotte tra le nazioni, i terremoti e le carestie, non sono i segni della fine imminente, ma sono letti come «l’inizio dei dolori». E’ la sofferenza di un parto, di una nuova nascita. C’è allora un’attesa che ci deve aiutare a guardare avanti, a vivere nella speranza, non sottraendoci alle responsabilità della storia.
Oggi «prima di tutto» abbiamo l’occasione di «dare testimonianza». Nel cuore della prova e della persecuzione; nel dramma del tradimento; nella separazione da fratelli, parenti e amici; nell’odio di molti e nella morte violenta. Sto pensando alle comunità cristiane – e non solo – in Pakistan, in India, in Iraq, in Nigeria, in Congo, in Sudan e in moltissimi altri Paesi. Ma guardo anche alle nostre comunità, spesso smarrite e indifferenti, nelle quali rimane presente il seme della resistenza e dell’amore.
Nella testimonianza dei molti, che vivono di una fede sincera, perseverante e colma di speranza, il mondo di prima è già passato, travolto dalla sua stessa violenza, ucciso dalle sue stesse armi, sepolto sotto una montagna di soldi. Nella testimonianza dei martiri, e di tutti coloro che aspettano «il giorno del Signore» con incrollabile fiducia, vediamo già l’aurora di un nuovo giorno.
Diceva un grande giornalista: «La fine è il mio inizio» (T.Terzani). Lo credo anch’io, appoggiandomi con tutte le mie forze al mio Signore. Un crocifisso che ha vinto la morte.


Giorgio Scatto

Fonte:MONASTERO MARANGO, CAORLE(VE)