MONASTERO MARANGO,"Da una storia assolutamente periferica e insignificante sorgerà il Messia"

2° Domenica di Avvento (anno A)
Letture:  Is 11,1-10; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
MONASTERO MARANGO,
1)Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Nella visione del profeta quella che poteva apparire un’immagine di morte – un tronco tagliato – ci
offre un’inattesa presenza di vita. Quel tronco non è morto del tutto, ma le sue radici custodiscono la sorpresa di una nuova vita, prima nascosta e ora pienamente manifestata: un fiore germoglia in mezzo all’aridità.
L’immagine, molto forte nel suo immediato e sorprendente significato, narra in realtà dell’eterno agire di Dio, fedele alle sue promesse, anche quando sembra che tutto concorra a smentirle. Ne abbiamo prova fin dal racconto della creazione: «La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso». Ma in questo “vuoto” e in questa “notte” tutto ormai è maturo perché abbia inizio l’opera di Dio: «Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque». Sembra che Dio si diverta con il “niente”! Ne dà testimonianza Elisabetta, la donna sterile che partorisce un figlio nella sua vecchiaia; e Maria, la ragazzina che nella radicale povertà della sua verginità, offre a Dio il terreno più fecondo per la nascita del Messia. Anche San paolo conosce bene l’agire di Dio e scrive: «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,7).
Dalla «radice di Jesse», cioè da una storia assolutamente periferica e insignificante, sorgerà il Messia.
Questo «virgulto» che germoglia da un tronco rinsecchito avrà delle caratteristiche peculiari sulle quali desidero soffermarmi. In un tempo di disorientamento, dove abbondano fragili pensieri, leggeri come foglie d’autunno, è bene che chiediamo anche per noi questi doni.
Sul Messia dimorerà lo Spirito del Signore, nella pienezza della sua potente manifestazione, indicata con il biblico numero sette: i sette doni dello Spirito. In realtà nel testo ebraico sono solo sei, ma i traduttori greci della bibbia hanno sdoppiato un termine (timore del Signore), per raggiungere il numero di sette, che appunto significa pienezza, totalità.

Spirito di sapienza e di intelligenza. La sapienza è la capacità di visione, di orientamento; la possiede chi dà un indirizzo preciso alla propria esistenza. E l’intelligenza è l’applicazione della sapienza alle situazioni concrete; è la prudenza necessaria nel perseguire il fine che ci si propone.
Il consiglio è l’attitudine a prendere decisioni giuste e vere; la fortezza è il dono di saper portare a termine le decisioni assunte, anche in mezzo alle prove e alle difficoltà.
Lo spirito di conoscenza riguarda Dio. Il Messia - e chiunque altro che è abitato dal medesimo Spirito - può contemplare e accogliere in sé il mistero di Dio, mosso dall’amore e dalla fiducia che è propria dei figli. In questo sta il timore del Signore. Tradotto anche con “pietà”, che significa “pieno abbandono”.

Voglio sottolineare ancora un aspetto del testo di Isaia.
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello.
Non è il ritorno alla mitica “età dell’oro”, ma è l’indicazione che i tempi del Messia inaugureranno una stagione in cui gli opposti saranno riconciliati, i piccoli non dovranno più temere la violenza dei prepotenti e quelli che ora sono assetati del sangue degli innocenti diverranno mansueti come agnelli. Siamo lontani! Ma Gesù, quando manda i suoi, dice loro: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». Non penso che fosse uno sprovveduto, un irriducibile visionario. Che non volesse dire che anche i suoi discepoli dovevano impegnarsi di più nel contrasto dell’ingiustizia e della violenza, senza trasformarsi essi stessi in lupi?

Entrare nella mischia, costruire la storia, ma con quali strumenti?
Ce li suggerisce Paolo, nella lettera ai Romani.
Innanzitutto con la Scrittura: ci è stata donata per istruirci e, mentre ci rivela progressivamente il vero volto di Cristo, ci insegna anche il modo per piacere a Dio.
Paolo parla di «perseveranza e di consolazione». Si tratta di tenere duro, di restare saldi: questo è il senso esatto del primo termine. Si tratta di coltivare la speranza in Dio, pur in mezzo a mille difficoltà. Si tratta di non rinunciare a combattere. E questo reca consolazione, conforto.
Il secondo strumento per non soccombere alla violenza dei lupi, cercando anzi di ammansirli, come ha fatto Francesco d’Assisi, è «di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù». Si tratta di imparare l’arte dell’accoglienza e del discernimento, pur nella diversità di scelte e di opinioni. Francesco, quello di Roma, ci insegna che l’unità si fa “camminando”. Perché tutti siamo stati accolti da Cristo. Gli uni a motivo della fedeltà di Dio alle sue promesse, e gli altri «per la misericordia di Dio». Dio accoglie tutti, anche quelli che hanno inchiodato suo Figlio sulla croce. Perché vuoi essere tu a respingere, a umiliare, a negare all’altro la possibilità di esistere?
L’impegno quotidiano nei confronti dell’altro, la battaglia per l’inclusione dei poveri, le esperienze di vera fraternità verso tutti, è ciò che disarma i lupi e fa sì che gli agnelli non abbiano più a temerli. Anche se può capitare che questo non sia così scontato. Il nostro è ancora il tempo dei martiri.

Il Vangelo ci presenta l’immensa figura del battista. Giovanni è diventato voce della Parola. La fa risuonare nel silenzio del deserto di Giuda, ed è una voce tanto potente che disturba il sonno di chi sta a Gerusalemme. Di chi dimora nei palazzi regali o nelle ricche dimore sacerdotali. Questo profeta di giustizia non ha una predicazione politicamente corretta. Chiama «razza di vipere» i farisei e i sadducei che si avventurano per i sentieri del deserto per ascoltarlo. Parla della necessità di produrre «un frutto di giustizia». Non solo desideri, parole, ma fatti. L’alternativa, già pronta, è la scure, brandita per abbattere e distruggere. Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che si preannunciasse qui la violenta guerra giudaica, culminata con la distruzione del tempio e dell’intera città di Gerusalemme da parte dell’esercito romano. La scure. Il fuoco. Tagliati e gettati via.

Anche il nostro tempo è tempo di profeti; ne ho incontrati tanti nella mia non breve esperienza di vita. Un mio amico mi ha inviato questa citazione, a proposito di don Milani, profeta del nostro tempo:”Come tutti i profeti, perseguitato in vita ed esaltato dal “potere” quando ormai la sua “profezia” è diventata “ovvia” per tutte le persone “normali”;…evidentemente le “istituzioni” arrivano sempre in ritardo. Il “progresso” nasce sempre dal basso”. (Cleto Zaniboni). Ce ne vorrebbero tanti, di profeti, nella Chiesa, nella politica, nell’economia, con la loro parola di denuncia forte e decisa, piantati saldamente nello stretto perimetro del diritto e della giustizia. Con l’occhio che sa penetrare il piccolo orizzonte della quotidianità e nello stesso tempo è capace di guardare lontano, vedendo quello che ancora non è, ma che verrà.

Colui che viene dopo di me è più forte di me.
Pulirà la sua aia. Raccoglierà il suo frumento. Brucerà la paglia.

A noi, in questo preciso momento, il compito di preparare la strada, di pulire i sentieri.
Almeno questo.


Giorgio Scatto  
Fonte:MONASTERO MARANGO,CAORLE(VE)