Mons. Giuseppe Costa, "Dio porta avanti il suo disegno di salvezza"

DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO
13 Novembre 2016  Una Parola per noi (a cura di mons. G. Costa)
Ml 3,19-20a; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19
1. La pericope di Malachia, che costituisce il testo della prima lettura di oggi, presenta l’annunzio del
Signore, quale risposta al lamento di alcuni israeliti. Viene affermato che per tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia nel giorno di Jahweh, che corrisponde con l’inizio del tempo escatologico, ci sarà la condanna, mentre per i giusti che hanno timore di Dio sorgerà il sole di giustizia. Malachia, presentando l’immagine del giorno che brucia come una fornace, descrive la distruzione riservata agli empi: una rovina totale, come totale è l’azione del fuoco. Le immagini della radice e del germoglio, di cui non resterà traccia, sono introdotte per specificare e confermare che degli empi non potrà salvarsi neppure un resto. Infatti, se di una pianta si salva la radice, c’è sempre la speranza che ricresca, ma se anche la radice muore nulla può più rinascere. Anche la condizione dei buoni è decritta con due immagini: quella del sole che sorgerà benefico, e che chiude a metà il versetto finale della nostra pericope (v. 20a), e quella di giovanile letizia che sarà presente nella seconda parte del verso finale, omesso dal nostro testo (v. 20b). La bellissima immagine del sole di giustizia, unica citazione in tutto l’Antico Testamento, simboleggia il dono della salvezza che Dio assicura a coloro che lo temono. L’espressione si ispira a un simbolo molto comune ai popoli dell’Antico Vicino Oriente, i quali pensavano che il sole, una degli delle divinità più importanti, fosse datore di calore e di vita, di luce e di legge. È chiaro che Malachia usa lo stesso simbolismo ma, spogliandolo di ogni tinta mitologica, identifica la divinità con l’unico Dio, Jahweh (cfr. Sal 19,4-11).

2. Nella seconda lettura, l’Apostolo Paolo insegna, con il suo esempio presentato in forma negativa («non siamo rimasti oziosi … né abbiamo mangiato gratuitamente») e positiva («abbiamo lavorato duramente»), a quei cristiani di Tessalonica che col pretesto dell’imminente giudizio finale vivevano nell’ozio e nell’agitazione, che il cristiano non mangia oziosamente il pane, non vive senza fare nulla, ma cerca di rendersi utile agli altri e di guadagnarsi il pane lavorando in pace. Il tema dell’imitazione di Paolo si trova anche in Fil 3,17 dove l’Apostolo si propone in modo molto chiaro come paradigma di vita per i componenti della sua comunità. Tuttavia, non c’è alcuna esaltazione fanatica in Paolo, ma una ferma esortazione: pur nella viva attesa della parusia, i cristiani debbono concentrarsi completamente nell’assolvere i loro impegni quotidiani. I fedeli di Tessalonica, invece, vivono nel disordine, trascurando il lavoro e mettendo in subbuglio anche la vita degli altri. Ad essi Paolo, «esortandoli nel Signore», ordina di procurarsi da sé il loro sostentamento! La bellezza di questo passaggio sta nel fatto che Paolo unisce in modo ammirevole autorità e tenerezza: ecco perché ordina e allo stesso tempo supplica.

3. Nel brano del Vangelo di oggi, articolato in tre momenti, Luca presenta una riflessione di Gesù a proposito degli ultimi avvenimenti, della fine di Gerusalemme e del mondo stesso. Prende le mosse da una osservazione sulle pietre del tempio e sui doni votivi che impressionano, per grandezza e ricchezza, i discepoli di Gesù (vv. 5-7). Prosegue con le parole di Gesù che mette in guardia dai falsi messia, che si presenteranno nel suo nome e che cercheranno di indicare nelle guerre e negli sconvolgimenti della storia la fine del mondo (vv. 8-9). Si conclude, all’interno di una chiara cornice cosmica (vv. 10-11), con la profezia sul tempo delle persecuzioni e sulla testimonianza resa alla Parola di Dio nella vita dei discepoli, che persevereranno sino alla fine (vv. 12-19). L’intento di Luca è quello di mostrare che si sta andando non verso la fine, ma verso il fine! Non si tratta della fine di ogni cosa, realizzata con dolore e disperazione, nella tragedia di sconvolgimenti terrestri, ma del compimento di tutto, della vita e della storia dell’umanità, che tuttavia interessa già la vita presente. Ciò che conta non è tanto lo svolgersi degli eventi finali, ma il rapporto che lega l’attesa di quegli eventi alla vita presente e alla condizione nella quale si trova il discepolo di Gesù. Nella storia attuale, con le sue contraddizioni e le sue atrocità, Dio porta avanti il suo disegno di salvezza. Quando avverrà tutto questo … e quale sarà il segno? Sono le domande di sempre! Quelle che continuamente affliggono l’umanità paurosa, incerta e dubbia del suo destino! Sono le domande che nascono da un desiderio di sicurezza, di certezza, di soddisfazione … Gesù non appaga il desiderio di curiosità circa il futuro, non rivela giorno, mese e anno di un evento, non esaudisce la richiesta di segni manifesti e chiari di eventi temuti! Il Maestro mette di fronte alla realtà concreta del presente: l’unica che dà il vero senso della vita, la sola che può illuminare le scelte quotidiane e disporre saggiamente il credente alla perseveranza per “salvare” la propria anima (v. 19). L’universo finirà … e finirà anche male, perché non accetta il suo fine! Non riconosce nell’oggi della storia i segni della risurrezione di Cristo, che danno la piena speranza e la rassicurante fiducia nell’amore misericordioso del Padre. Né i falsi messia, né le catastrofi cosmiche dovranno trarre in inganno … né tanto meno le persecuzioni della Chiesa potranno intaccare la fede del credente! Niente e nessuno deve turbare il cuore del vero discepolo: falsi profeti, catastrofi, tragedie e guerre saranno sempre presenti nella storia dell’umanità, così come già presente e definitivamente operante è la salvezza donata da Dio in Cristo Gesù. Quindi, nessuno scoraggiamento e nessuna paura! Niente spazio per tragici pessimismi, per terrificanti scenari, per facili millenarismi pseudoreligiosi! Non ansia e allarmismo sulla fine del mondo, ma una vita presente che si lascia guidare con fiducia alla sequela del Maestro, il Cristo morto e risorto! Un sereno ottimismo e una fondata speranza deve guidare il cammino del credente, ancorato alla croce di Cristo e sospinto dalla gioia della sua Risurrezione.

4. L’Anno Liturgico, che si avvia al termine domenica prossima con la Solennità di Cristo Re, invita ogni cristiano a guardare al momento in cui avrà fine il mondo e, per ciascuno, al termine dell’esistenza terrena. È in questa prospettiva che siamo invitati a riflettere sulla Parola di Dio proposta in questa Domenica. Oggi il Signore ci rivela il termine della storia umana, che avrà una conclusione, una fine non scritta dall’uomo, ma da Dio Signore della storia, che la dirige fino al suo traguardo finale. Un traguardo segnato dal giorno del Signore, che punirà tutti i superbi e gli operatori di iniquità, mentre darà la salvezza a quelli che hanno temuto il suo nome e hanno operato la giustizia (prima lettura). Gesù è ancora più esplicito (Vangelo): la fine di Gerusalemme e del Tempio è vista come il segno della manifestazione della giustizia divina, che avverrà appunto alla fine del mondo e che sarà preceduta da segni quali guerre, persecuzioni, carestie, pestilenze … Tuttavia la vittoria sarà di Dio e di quelli che sono con lui e che saranno salvati per la loro perseveranza. Di fronte a questa rivelazione, il cristiano deve rigettare l’atteggiamento ozioso di chi non fa  nulla e non attende ai propri doveri; al contrario deve impegnarsi nel quotidiano e nell’esercizio della sua vita con operosità e in perfetta tranquillità (seconda lettura). Tutta la Parola di Dio di oggi invita, dunque, ad avere fiducia nel Signore e a rigettare ogni timore, ansia, dubbio sul futuro, giacché quest’ultimo è nelle mani di Dio e nella sua provvidenza e che non permetterà che «nemmeno un capello del capo andrà perduto». Il credente deve, perciò, impegnarsi nel presente, deve compiere il proprio dovere, deve vivere con serenità e sicurezza e, responsabilmente, dedicarsi alla preghiera, alla propria famiglia, al proprio lavoro, facendo tutto nell’amore e nella pace secondo la volontà di Dio. Solo così preparerà bene l’incontro con il Signore giusto giudice alla fine della sua vita e della storia dell’umanità.

Fonte:VICARIATO DI ROMA Ufficio Liturgico