padre Gian Franco Scarpitta,"Il preambolo della fede"

Il preambolo della fede
padre Gian Franco Scarpitta  
II Domenica di Avvento (Anno A) (04/12/2016)
Vangelo: Mt 3,1-12 
La personalità che maggiormente emerge in questa liturgia di Avvento è senz'altro quella del Battista,
la cui comparsa e la cui opera costituiscono quello che viene definito "l'inizio terreno di Gesù Messia" (Bordoni). E' infatti grazie a Giovanni che noi possiamo concepire la figura di Cristo e la centralità del suo messaggio e nella misura in cui consideriamo la sua attività possiamo immedesimarci nella vera identità del Salvatore.
Giovanni ci viene presentato come un personaggio tipico dei leaders dei movimenti penitenziali del tardo giudaismo e stando all'abbigliamento lo possiamo paragonare a Elia o a qualcuno degli antichi profeti dell'ambiente giudaico o anche essenico. Il vitto e il vestiario ci ricordano l'autodisciplina di quelli che saranno in futuro i primi anacoreti, o Padri del deserto quali Sant'Atanasio o Sant'Antonio Abate e le mortificazioni corporali che adotta si associano anche al suo messaggio: "Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino". E richiama immediatamente il profeta Isaia che a sua volta diceva (Is 40, 3 - 4): "Nel deserto, preparate la strada del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata." Il profeta invitava a raddrizzare le proprie vedute e a modificare ciascuno la propria vita, cioè a convertirsi considerando se stesso immerso " nel deserto", ossia nell'aridità spirituale e nell'abbandono, nella privazione di se stessi e nell'asperità peccaminosa della propria vita. Insomma considerandosi peccatore. Giovanni dice di se stesso: "Io sono voce di uno che grida nel deserto", presentandosi cioè egli stesso come il monito divino della conversione. Giovanni è il profeta del cambiamento e della novità in vista dell'avvento del Regno dei cieli, il preludio del Cristo che ne sarà l'apportatore. Nel suo messaggio vi è anzi una nota molto importante: non servono i soli sforzi umani a realizzare la conversione, non serve la sua autodisciplina, seppure essa si rivela tante volte necessaria e illuminante, ma la conversione avviene per opera di Dio. E' lo stesso Signore che opera per primo con l'intento di trasformarci radicalmente, operando in noi una radicale trasformazione mente - cuore-spirito e Giovanni di questo annuncio se ne fa portatore. Rivolto a farisei e sadducei esclama infatti: "Non credete di poter dire "Abbiamo Abramo per padre perché Dio da queste pietre può far sorgere figli di Abramo.", il che equivale a dire che solo Dio opera la radicale metamorfosi dell'uomo e qualsiasi giustificazione propriamente umana per non avvalersi della sua opera decade già sul nascere. Occorre lasciar fare a Dio e concedergli lo spazio che gli spetta per quanto riguarda noi. Fare in modo cioè che la sua opera si realizzi in noi senza opporgli resistenza. E anche il battesimo che Giovanni amministra, in acqua, è indice di questa conversione dei peccati. Tale rito si distingue dalle abluzioni già esistenti in ambiente ellenico e pagano perché non è semplicemente un atto di consacrazione ossia di separazione dal profano di ciò che è divenuto sacro, ma significa l'avvenuta conversione, cioè l'accoglienza del lavoro che Dio ha svolto nella persona che viene battezzata. E c'è di più. Il rimprovero rivolto ai succitati farisei e sadducei impone che il battesimo non resti un atto amorfo e vacuo in se stesso, ma occorre che sia accompagnato da opere concrete che manifestino che ci siamo convertiti: "Fate frutti degni di penitenza".
La vera conversione è delineata pertanto già nella figura e nell'opera del Battista: essa riguarda l'ascolto fiducioso del monito di Dio al cambiamento, la fede nella sua misericordia e la corrispondenza alla sua chiamata. Chi si converte comprende cioè l'invito del Signore a vita nuova, lo assimila e vi aderisce attraverso una radicale trasformazione di sé la cui espressione è la parola "metanoia" (ebraico shub) cioè trasformazione radicale, cambiamento di aspettativa, di vedute, di concezioni personali che si orientino secondo Dio. La conseguenza di tutto ciò è data dall'evidenza dei fatti, cioè dalla concretezza di opere concrete che ne manifestano la realizzazione.
Come si diceva all'inizio, l'opera di Giovanni Battista è propedeutica a quella di Gesù e anche il suo Battesimo è una preparazione a quello del Cristo, che avverrà in Spirito Santo e fuoco. In effetti, la conversione predicata da questo umilissimo penitente che vaga nel deserto geografico per incidere nel nostro deserto spirituale, è quanto di più necessario a predisporci all'accoglienza del Messia Salvatore, ci illumina e ci introduce nel mistero dell'incarnazione del Verbo che noi siamo chiamati ad accogliere con fede. E non si parla di fede fintanto che, per l'appunto, non vi è conversione reale e pertinace. Il Battista ci invita alla conversione ai fini della fede nel Signore che viene, la quale non ammette tentennamenti o ritrosie, ma esige stabilità e fermezza e di conseguenza non possiamo non cogliere anche la profonda attualità del messaggio di Giovanni, visto che al giorno d'oggi si interpreta la fede quasi in senso soggettivistico e secondo tendenze preferenziali e di comodo e non di rado si è facili a trascurare questa virtù teologale ogni qual volta la sua messa in atto esiga eroismo, sopportazione o rinuncia. La fede, se è coerente e identica, vuole stabilità e radicalità e soprattutto le circostanze spiacevoli o sacrificate ne sono il banco di prova. Per questo motivo occorre che essa sia preceduta dalla conversione, sia nella sua dimensione globale e generica sia nelle circostanze episodiche della vita, perché in fin dei conti ogni volta che si "perde la fede" in realtà non ci si era convertiti, perché si erano omesse le basi della sua persistenza. E appunto il battista ci invita alla conversione sotto tutti aspetti e soprattutto a non considerare quest'ottica come un fatto compiuto o un evento circoscritto. Il suo processo impegna tutta la vita e richiede un lavoro costante di revisione di noi stessi e delle nostre vedute, un cambiamento di presa di mira quanto agli ideali, questi ultimi incentrati tutti sul Dio che viene. Il tempo di Avvento è un privilegiato itinerario per comprendere che la conversione è indispensabile nello stesso modo in cui irrinunciabile è stata l'opera del Battista in relazione a Gesù.
Certo il nostro personaggio, anche a detta di tutti i biblisti, assume un linguaggio perentorio e apocalittico, che lascia supporre delle minacce nell'imminenza del giudizio di Dio. Non per niente Giovanni è stato definito anche il profeta del giudizio. Ciò nonostante, la conversione e la novità intrapresa della fede conducono a traguardi quali il profeta Isaia li descrive nel suo passo di cui alla prima Lettura di oggi: "Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l'orsa pascoleranno insieme." E le strade saranno tutte spianate e percorribili. Si tratta certo di una serie di allusioni metaforiche e fantasiose con le quali tuttavia si tratteggia l'ideale di un nuovo sistema nel quale anche gli opposti più avversi e contrastanti si uniranno in armoniosa simbiosi l'uno in relazione all'altro. Che inizia dal cuore convertito dell'uomo.

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