Chiesa del Gesù - Roma, "Dobbiamo diventare figli e vivere il Regno: questo è il nostro DNA"

II Domenica di Avvento (Anno A) (04/12/2016)
Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
Nella prima lettura, Isaia descrive la promessa dei tempi messianici e il sorgere di un nuovo re
rivestito delle doti di governo e ripieno dello Spirito del Signore.

L’oracolo è rivolto ad Acaz che, per salvare il suo popolo, sta seguendo una politica di alleanze fondata esclusivamente sulla ragione di stato, senza troppi scrupoli.

Isaia denuncia questo comportamento e volge lo sguardo verso ciò che vede venire da Dio: il Messia che porterà la restaurazione del regno del Signore.

Ciò che caratterizza questo personaggio non sono le doti o i doni che Isaia enumera, quanto il lasciarsi plasmare dallo Spirito di Dio.

Da questo lasciarsi compenetrare totalmente da quel soffio divino che è la vita stessa del Dio amore, ne viene la serenità e la pace per tutto il popolo, quella saggezza che è la conoscenza della verità.

I doni dello Spirito, che abbiamo ricevuto nel battesimo e nella crismazione, non sono perfezioni umane egocentriche, ma bensì carismi che portano frutto solo se posti al servizio della comunità.

Al centro della scena del brano di oggi c’è un tronco tagliato e inaridito, simbolo della conseguenza dei peccati e delle infedeltà della dinastia davidica.

Ma l’opera del Signore è far spuntare da un tronco morto, un germoglio che è un inizio assoluto di vita.

Questo dono è totalmente inatteso e impossibile da ottenere con le sole forze dell’uomo, che sa raccogliere solo la morte dalla morte.

Il re-germoglio è grazia immeritata, puro dono che viene da Dio e non dagli uomini.

Questo fragile ramoscello, simbolo di speranza, è mosso dal vento, che in ebraico è espresso con il termine “ruach”, lo stesso usato per descrivere lo Spirito.

Ma “ruach” esprime anche il soffio, l’alito di vita… in ultima analisi il bacio.

Il Messia, dunque, è il bacio di Dio all’umanità; è il principio divino capace di trasformare la realtà umana impregnandola della vita stessa di Dio che è amore e verità.

La seconda parte dell’inno è dedicata alla descrizione dell’idillio di un nuovo paradiso in cui le coppie antitetiche ed ostili degli animali selvaggi e domestici si congiungono in armonia indistruttibile e festosa.

L’immagine-simbolo del bambino che va a giocare sulla buca dei serpenti velenosi è una chiara evocazione in positivo della disarmonia causata dal peccato, così come è presentata dalla pagina amara di Genesi 3.

Ora, nel momento in cui Dio interviene, l’armonia è ristabilita e l’immagine presentata da Isaia prevede proprio un bambino, un uomo nella sua debolezza, di fronte al serpente velenoso, senza più averne danno.

Questa è l’opera di giustizia del Signore!

La pace si estende a tutto il regno animale, fino al serpente, responsabile della prima colpa: l’era messianica è qui descritta simbolicamente come un ritorno alla pace paradisiaca.

È questo un segno eloquente che il Paradiso, l’Eden di Genesi, non è tanto il racconto di qualcosa che è perduto, quanto il racconto di ciò per cui siamo stati creati.

Dobbiamo diventare figli e vivere il Regno: questo è il nostro DNA, l’essenza, la peculiarità della nostra natura di uomini.

Nella seconda lettura Paolo interviene a sedare i conflitti insorti tra i cristiani di origine giudaica – che si ritenevano superiori e privilegiati – e i cristiani convertiti dal paganesimo – che non si volevano sottomettere alle pratiche giudaiche, non più percepite come garanzia di salvezza.

I cristiani devono superare queste incomprensioni: devono riconoscere la chiamata di Dio, guardare in alto e vivere secondo l’amore misericordioso imitando Cristo e accogliendosi gli uni gli altri.

A Paolo sta a cuore l’unità della comunità cristiana e per raggiungere questo fine parla di perseveranza e di consolazione.

La consolazione è un termine usato dai profeti per designare la liberazione di Israele e la sua costituzione come popolo.

Ora, la liberazione è il passaggio dalla non-relazione e dalla schiavitù al ristabilimento della relazione con Dio nel servizio filiale e della relazione tra di noi nella mutua accoglienza e nel servizio reciproco.

Il punto di riferimento è Cristo, dei cui sentimenti siamo chiamati a rivestirci: è lui la nostra speranza e la nostra consolazione che apre il cuore al rendimento di grazie, a divenire noi stessi eucaristia uniti a Lui.

Se al centro della prima lettura c’era un tronco senza vita da cui spunta un germoglio giusto, al centro del vangelo c’è una scura posta alle radici dell’albero.

Sembra che le due letture siano in contrasto tra loro: l’una aperta alla speranza, l’altra chiusa sulla nostra triste esperienza di alberi senza frutto.

La scure taglia tutto ciò che non è sobrietà – la ridondanza dei nostri peccati – che impediscono all’albero di portare frutto.

Se ogni taglio porta con sé il dolore della ferita, tuttavia il rigore dell’amore del Signore è capace di aprire il cuore alla danza.

La conversione è il coraggio di lasciarci ferire dallo Spirito, perché purificati dal suo fuoco trasformante.

La scure e il fuoco sono due immagini di purificazione e di trasformazione che stanno alla base della autentica conversione.

Convertirsi non è solo pentirsi, ma lasciare che il Signore tagli via tutto ciò che è ridondante e lo bruci nel fuoco del suo amore.

Accogliere la venuta del Signore è desiderare che Lui purifichi la nostra vita, ci aiuti a cambiare mentalità attraverso tutti quei tagli che sono necessari.

Ciò che non si lascerà trasformare dallo Spirito brucerà in eterno come le scorie.

È un battesimo di fuoco quello che annuncia a noi oggi il Battista, un battesimo che è una ferita salutare, che ci fa passare dalla non-relazione alla comunione con il Dio-con-noi.

La giustizia di Dio è il discernimento che lo Spirito opera nel nostro cuore, smascherando attraverso la scure dell’amore di Dio il male celato sotto le molteplici facce delle ipocrisie umane e potando la ridondanza delle nostre coscienze.

Solo questo battesimo di fuoco ci fa figli nel Figlio e fa irrompere nel nostro oggi il giorno di Dio: giorno di collera e di salvezza.

Fonte:http://www.chiesadelgesu.org/

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