MONASTERO MARANGO, "Mettere la nostra vita a servizio del disegno di Dio"

Maria SS. Madre di Dio
Letture: Nm 6,22-27; Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21
Mettere la nostra vita a servizio del disegno di Dio
1)Il nuovo anno inizia con una bellissima preghiera di benedizione:

«Così benedirete gli israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».

Nell’antico Israele la benedizione del padre di famiglia sui figli gli permetteva di prolungare in qualche modo la sua paternità, assicurando così il pieno sviluppo della vita che egli aveva dato loro. La benedizione, anche quando veniva impartita dal re o dal sacerdote, era sempre in ordine alla vita, alla fecondità, alla moltiplicazione del bene. Al contrario “maledire” significava riconoscere che una vita non aveva prodotto amore, ed era perciò destinata a inaridirsi e a morire. Ne abbiamo un esempio nel vangelo di Matteo, quando il Figlio dell’uomo, venendo nella sua gloria, dirà a quelli che sono alla sua sinistra: «Via, lontano da me, maledetti…perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare,…ero straniero e non mi avete accolto,…malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25,41-43). Allora, la benedizione e la maledizione non sono formulari di preghiera, parole da dire a favore o contro qualcuno, ma riconoscimento e augurio per una strada intrapresa, per un bene compiuto, o profondo dispiacere per la carità negata per semplice egoismo e per la durezza del cuore. La benedizione è una via di fecondità; la maledizione è l’esito amaro di una vita senza amore.
Con la benedizione Dio stesso agisce interiormente, custodisce il suo popolo, allontana i pericoli. La benedizione è il sorriso di Dio verso i suoi figli che si mantengono fedeli alle promesse. E’ lo sguardo benevolo del Signore che veglia sul suo popolo, una sorgente di vita e di felicità. La benedizione porta in dono la pace, lo shalom di Dio, una grazia che sorpassa ogni immaginazione.
Essere benedetti e accogliere la benedizione, all’inizio di questo nuovo anno, è uno dei modi più efficaci per testimoniare la gioia del Vangelo.

Il brano del vangelo torna sulla scena dei pastori:
«I pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia».
Un bel quadretto di vita familiare, se pur in un contorno di evidente povertà? Una scena d’altri tempi, quando non c’era problema ad accogliere degli sconosciuti, degli stranieri pure, che avessero bisogno di aiuto? L’ospitalità era un dovere sacro, e lo è tutt’oggi in alcuni paesi dell’Oriente. Penso che si tratti di altro. Molti sono i verbi a cui bisogna fare attenzione, per capire il messaggio: vedere, riferire, dire, stupirsi, custodire, meditare, glorificare, lodare. I pastori glorificano e lodano Dio «per tutto quello che avevano udito e visto». Hanno ascoltato una Parola, hanno visto un bambino, hanno saputo leggere i segni che la provvidenza di Dio poneva sulla loro strada. La loro notte è stata rischiarata dalla luce più fulgida. E anche Maria, la madre, custodisce nel cuore la Parola a cui lei ha dato carne e sangue. Proviamo a fare nostro anche uno solo dei verbi che abbiamo elencato, e inizieremo anche noi ad aprire sentieri nella notte.

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna».
I pochi versetti della lettera di Paolo ai Galati, scelti per questa domenica, sono l’unico passo in cui Paolo ricorda la madre di Gesù e indica, nello stesso tempo, come il figlio di Maria sia il principio della nostra libertà spirituale e della nostra adozione a figli.
«Nato da donna»: sottolinea l’umiltà della condizione del Messia, la sua umanità in tutto simile alla nostra.
«Nato sotto la Legge»: il Figlio dell’uomo non solo si è sottoposto alla Legge religiosa ebraica, ma «svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini, facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce» (Fil 2,7-8).
«Per riscattare quelli che erano sotto la Legge»: Cristo ha partecipato in tutto alla schiavitù di coloro che erano soggetti alla Legge, fino ad essere condannato a morte dalla Legge stessa. Risorto dai morti, e ora non più soggetto alla Legge, ci ha comunicato la sua libertà. Questa libertà è infinitamente di più che non la fine della schiavitù; essa ha un valore positivo: è la condizione dei figli, a cui accediamo per adozione. Siamo fatti figli di Dio! La prova è «il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà, Padre!». Lo Spirito santo è lo Spirito del Figlio, la preghiera che egli suscita nei figli adottivi è la preghiera stessa di Gesù, che chiama Abbà suo Padre. La straordinaria familiarità di questa parola aveva talmente colpito i primi discepoli di Gesù che l’hanno conservata tale e quale, nella sua lingua originale, nella tradizione evangelica.

In conclusione, all’inizio del nuovo anno Paolo ci aiuta a riflettere sulla nostra condizione di uomini, sulla nostra grandezza di figli di Dio, sulla nostra libertà conquistata da Gesù e incessantemente suscitata in noi dal suo Spirito.
Con un accenno discreto alla madre di Gesù, l’Apostolo ci invita a mettere la nostra vita a servizio del disegno di Dio, nell’ascolto adorante della sua Parola e nella fedeltà alla storia.
Costruendo giorno dopo giorno la famiglia umana, attraverso relazioni profondamente riconciliate e purificate nella comunione reciproca.


Giorgio Scatto  
Fonte:  MONASTERO MARANGO,CAORLE (VE)

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