Mons. Francesco Follo, #LectioDivina "Conversione: cammino in avanti: dono e risposta"

Conversione: cammino in avanti: dono e risposta
II Domenica di Avvento – Anno A – 4 dicembre 2016
Rito Romano
Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

Rito Ambrosiano
Is 40,1-11; Sal 71; Eb 10,5-9a; Mt 21, 1-9
IV Domenica di Avvento
L’ingresso del Messia
1) Attesa di Dio e conversione.
In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia ci invita alla conversione che è necessaria per
accogliere il Regno dei cieli1 che si avvicina: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino” (Mt 3,1). Questo Regno dei cieli è Gesù stesso, quindi il “vicino” è il Figlio di Dio che si fa carne nel grembo di una donna e porta a tutta l’umanità la salvezza. Questa salvezza portata da Cristo e attesa da noi é giustizia, gioia, pace, amore, verità, benevolenza, solidarietà, fratellanza rettitudine, bontà.
Poiché la venuta di Dio nella nostra vita è imminente, Giovanni il Battista ci chiede con energia di dedicarci alla penitenza che purifica il cuore, lo apre alla speranza e lo rende capace all’incontro con Gesù che viene nel mondo.
Va però tenuto presente che l’invito alla conversione facendo penitenza non vuol dire solo vivere - durante l’avvento - con uno stile di vita più sobrio, con una preghiera più frequente e una carità più generosa. La conversione chiama ad un cambiamento interiore, che inizia con il riconoscimento e la confessione del proprio peccato. In effetti, convertirsi indica il cambiamento della mente e quello del comportamento ed esige il riconoscimento di non essere degni che Dio venga ad abitare a casa nostra.
Va pure tenuto presente che la prima conversione consiste nella fede2, che non è solo adesione al contenuto di un messaggio, ma adesione ad una Persona, che ci chiede di venire nella nostra vita e di essere accolta. Dunque, la conversione è un radicale e profondo cambiamento dell’uomo. Essa non implica soltanto un cambiamento morale, ma un cambiamento teologico, cioè un modo nuovo di pensare Dio e di vivere in Lui. E’ un orientamento nuovo di tutta la nostra persona: mente e cuore, pensiero ed azione.
Da un lato, questo orientamento a Regno dei cieli si colloca nella linea dei profeti che intendevano la concretezza della conversione nel distacco radicale da tutto ciò che finora aveva un valore. Dall’altro, va oltre e mostra che la conversione è un volgersi verso il Regno dei cieli, verso una novità che si presenta imminente con le sue esigenze e prospettive. Si tratta di dare una svolta decisiva alla vita orientandola in una nuova direzione: il Regno dei cieli fonda e definisce la conversione e non una serie di sforzi umani.
Perché questa conversione avvenga, facciamo nostra la preghiera che il Sacerdote fa all’inizio della Messa di oggi: “Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l'incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla terra. Per il nostro Signore Gesù Cristo nostro Signore” (Colletta della II Domenica di Avvento – Anno A). Allora si realizzerà l’augurio di San Paolo: “Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo” (1 Ts 5, 23-24)
2) Conversione dall’alto delle stelle e conversione verso l’alto.
In questa domenica siamo chiamati ad andare spiritualmente nel deserto, perché il Vangelo di oggi ci fa ascoltare la “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico” (Mt 3, 3-4). San Giovanni Battista, la voce che annuncia la Parola, è presentato come un asceta del deserto, che indossa ruvide vesti, ha una cintura di pelle attorno ai fianchi e si nutre di insetti. Ma se non ci è chiesto di essere asceti vivendo la sua stessa vita nel deserto, ci è chiesto la nostra conversione sia evangelica come la sua.
Questa conversione ha almeno tre caratteristiche.
La prima è la radicalità. La conversione non è un cambiamento esteriore o parziale, ma un riorientamento totale di tutto l'essere dell’uomo. Si tratta di un vero e proprio passaggio dall’egoismo all'amore, dal trattenere tutto per sé al dono di sé.
La seconda caratteristica è la religiosità: non è confrontandosi con se stesso che l'uomo scopre la misura e la direzione del proprio mutamento, ma riferendosi a Dio. La prima conversione (nel senso etimologico di voltarsi verso per essere con) non è quella della persona umana verso Dio, ma quella di Dio verso ogni essere umano. E’ un movimento di grazia che rende possibile il cambiamento dell'uomo e ne offre il modello. Nella notte e nella solitudine di una grotta sta per arrivare la primavera dell’umanità: il Figlio di Dio che si fa pellegrino dall’alto delle stelle.
La terza caratteristica della conversione evangelica è la sua profonda umanità. Convertirsi significa tornare a casa, un ricupero di umanità integrale, un ritrovare la propria identità di figlio, come accade nella parabola del figlio prodigo.
Ragionando in modo non evangelico la conversione è vista come una perdita di ciò che è umano e –sbagliando- si pensa che la persona umana si ritrova non convertendosi a Cristo, E vero il contrario: convertendosi l’uomo non si perde, ma si ritrova, liberandosi dalle alienazioni che lo affascinano ma lo distruggono.
La conversione è un cammino costante verso Cristo per rinnovare di continuo la nostra “condotta celeste”, per mezzo di un nuovo desiderio del cielo. Rendiamo quindi diverso (cambiato) il nostro cuore con il santo desiderio di Cristo in questo modo il Cielo (Cristo) vi troverà più spazio.
Se vogliamo che la vita cresca, fiorisca e giunga a maturazione, per squarciare, un giorno, i veli della caducità. Allora la cosa più importante è che questa vita metta radici sempre più profonde. Se vogliamo che la pienezza di Dio ci riempia di grazie è fondamentale che il nostro cuore si allarghi sempre di più, per contenere sempre di più.
La condotta cristiana, dunque pienamente umana, diventa più perfetta quando sgorga da un più robusto desiderio del cielo: “Vieni, Signore, per visitarci nella pace, perché ci allietiamo in Te con cuore perfetto” (cfr. Antifona al Magnificat, primi Vespri della II Domenica di Avvento).
Questa domanda: “Vieni, Signore Gesù” deve essere fatta da tutti i cristiani e la vergine consacrate nel mondo con il dono totale di sé a Cristo ce ne danno un esempio bello, grande e generoso. Sono consapevoli che lo sposo cerca la sua diletta ed ella veglia in sua attesa e fanno proprio questo brano del Cantico dei Cantici: “Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. L’amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate” (2,8-9) . Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore! La voce del mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba” (5,2). “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (6,3).
Con la loro consacrazione queste donne vergini mostrano come sia possibile e fonte di gioia accogliere Cristo come un ospite dolcemente atteso, come lo sposo a cui dedicare per sempre la propria fedeltà. Esse ci mostrano con umiltà che è possibile tenere sempre accese le lampade, aspettando con amore la venuta del Salvatore.
A partire dal loro esempio auguro che non solo in questo tempo di Avvento ma tutti cerchiamo di essere sempre attenti alla voce di Cristo e di amarlo sopra tutte le cose.


1  “Regno dei cieli” è una tipica espressione di San Matteo, che la usa trentatré volte nel suo vangelo. E’ un modo di dire ebraico che, in segno di rispetto, sostituisce “cieli” al nome di Dio. L’espressione “Regno dei cieli” sta a indicare che Dio si rivelerà a tutti gli uomini e con grande potenza: la potenza dell’Amore che si dona e non domina.


2  S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, I-IIae, q. 113,a.4.


Lettura Patristica
Sant’Ilario di Poitiers (ca 315–367)
In Matth. 2, 2-4

       In quei giorni venne Giovanni a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: "Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino", ecc. In Giovanni bisogna esaminare il luogo, la predicazione, il vestito, il cibo, e ciò per ricordarci che la verità dei fatti non è compromessa, se la ragione di una intelligenza interiore soggiace al compimento dei fatti. Avrebbe potuto esserci, per lui che predicava, un luogo più opportuno, un vestito più comodo e un cibo più appropriato, ma sotto i fatti c’è un esempio nel quale l’atto compiuto è di per sé una preparazione. Giunge infatti nel deserto della Giudea, regione deserta quanto alla presenza di Dio, non del popolo, e vuota quanto all’abitazione dello Spirito Santo, non degli uomini, di modo che il luogo della predicazione attestava l’abbandono di coloro ai quali la predicazione era stata indirizzata. Siccome il regno dei cieli è vicino, egli lancia anche un invito a pentirsi, grazie al quale si torna indietro dall’errore, ci si distoglie dalla colpa e ci si impegna a rinunziare ai vizi dopo averne arrossito, perché egli voleva che la deserta Giudea si ricordasse che doveva ricevere colui nel quale si trova il regno dei cieli, per non essere più vuota in futuro, a condizione di essersi purificata dai vizi di un tempo mediante la confessione del pentimento. La veste intessuta anche con peli di cammello sta a indicare la fisionomia esotica di questa predicazione profetica: è con spoglie di bestie impure, alle quali siamo pareggiati, che si veste il predicatore di Cristo; e tutto ciò che in noi era stato in precedenza o inutile o sordido è reso santo dall’abito di profeta. Il circondarsi di una cintura è una disposizione efficace per ogni opera buona, nel senso che abbiamo la nostra volontà cinta per ogni forma di servizio a Cristo. Per cibo inoltre egli sceglie delle locuste che fuggono davanti all’uomo e che volano via ogni volta che ci sentono arrivare: siamo noi, quando ci allontaniamo da ogni parola dei profeti e da ogni rapporto con essi lasciandoci analogamente portar via dai salti dei nostri colpi. Con una volontà errante, con opere inefficaci, con parole lamentose, con una dimora da stranieri, noi siamo ora quel che costituisce il nutrimento dei santi e l’appagamento dei profeti, essendo scelti nello stesso tempo del miele selvatico per fornire proveniente da noi, il cibo più dolce, estratto non dagli alveari della Legge, ma dai nostri tronchi di alberi silvestri.

       Predicando dunque in quest’abito, Giovanni chiama i Farisei e i Sadducei che vengono al battesimo "razza di vipere": li esorta a produrre un "frutto degno di penitenza" e a non gloriarsi di "avere Abramo per Padre", perché Dio, da pietre, è capace di suscitare figli ad Abramo. Non è richiesta infatti la discendenza carnale, ma l’eredità della fede. Pertanto il prestigio della discendenza consiste nel carattere esemplare delle azioni e la gloria della razza è conservata dall’imitazione della fede. Il diavolo è senza fede, Abramo ha la fede; l’uno infatti ha dimostrato la sua cattiva fede al tempo della disobbedienza dell’uomo, l’altro invece è stato giudicato mediante la fede. Si acquisiscono dunque i costumi e il genere di vita dell’uno o dell’altro grazie all’affinità di una parentela che fa sì che quanti hanno la fede sono discendenza di Abramo per la fede, e quanti non l’hanno sono mutati in progenie del diavolo per l’incredulità, giacché i Farisei sono chiamati razza di vipere e il gloriarsi di avere un padre santo è loro vietato, giacché da pietre e rocce sorgono figli ad Abramo ed essi sono invitati a produrre frutti degni di penitenza, di modo che coloro che avevano avuto prima per padre il diavolo ridiventino figli d’Abramo per la fede con quelli che sorgeranno dalle pietre. La scure posta alla radice degli alberi testimonia il diritto della potenza che agisce in Cristo, perché essa indica che, abbattendo e bruciando gli alberi sterili, si prepara la rovina dell’inutile incredulità in vista della conflagrazione del giudizio. E col pretesto che l’opera della legge era ormai inutile per la salvezza e che egli si era presentato come messaggero a coloro che dovevano essere battezzati in vista del pentimento il dovere dei profeti, infatti, consisteva nel distogliere dai peccati, mentre era proprio di Cristo salvare i credenti,Giovanni dice che egli battezza in vista del pentimento, ma che verrà uno più forte, i cui sandali egli non è degno di incaricarsi di portare, lasciando agli apostoli la gloria di portare ovunque la predicazione, poiché ad essi era riservato di annunciare coi loro bei piedi la pace di Dio. Fa dunque allusione all’ora della nostra salvezza e del nostro giudizio, quando dice a proposito del Signore: "Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" - poiché a quanti sono battezzati in Spirito Santo resta di essere consumati dal fuoco del giudizio - "e avendo in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile". L’opera del ventilabro consiste nel separare ciò che è fecondo da ciò che non lo è. Messo nella mano del Signore, indica il verdetto della sua potenza che calcina col fuoco del giudizio il grano che deve essere riposto nei granai e sono i frutti giunti a maturità dei credenti e, d’altra parte, la pula, vacuità degli uomini inutili e sterili.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.it/

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