Mons. Giuseppe Costa, NATALE DEL SIGNORE (MESSA DEL GIORNO)

NATALE DEL SIGNORE (MESSA DEL GIORNO)
Domenica 25 Dicembre 2016
Is 52,7-10; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18
1. La Messa del giorno di Natale è un tripudio di festa e di gioia. La prima lettura, tratta dal libro del
profeta Isaia, è la visione stupenda del messaggero che, dalla terra dell’esilio, arriva ai monti della Giudea portando la lieta notizia della fine della prigionia babilonese e del ritorno, già in atto, del resto d’Israele (v. 7). È il racconto gioioso di ciò che vedono le sentinelle della Città santa: «il ritorno del Signore in Sion» (v. 8); è l’annuncio festoso, a esprimersi con canti di gioia, del Signore che consola il suo popolo e che riscatta Gerusalemme (v. 9). È, dunque, l’annuncio della venuta del Signore, che ben si addice a questo santo giorno di Natale, nel quale, in Gesù che nasce, veramente Dio regna, apporta gioia, libera da ogni forma di schiavitù e offre al mondo intero una salvezza universale. Tutti i popoli della terra, come le sentinelle d’Israele, possono contemplare la salvezza operata da Dio e ogni uomo può ricevere consolazione, riscatto e difesa da parte di Dio (vv. 9b-10a). Nel giorno di Natale la Chiesa fa propria la profezia di Isaia e le parole delle sentinelle d’Israele perché le vede compiute in Gesù, Messia del popolo santo e Salvatore universale. Questa salvezza, infatti, è stata donata da Dio con la nascita del Figlio suo a Betlemme e la Chiesa oggi la ripropone a ogni uomo di buona volontà.

2. Il prologo della Lettera agli Ebrei (1,1-14), da cui viene estrapolato il brano che viene presentato come seconda lettura di questa Messa del giorno di Natale, è un’introduzione di pensiero artisticamente strutturato. Il testo si apre con l’affermazione che la Parola di Dio è stata affidata anzitutto ai profeti e, ultimamente, al Figlio (vv. 1-2a); prosegue affermando la dignità sovrana del Figlio e la sua opera di redenzione (vv. 2b-3); annunzia il tema della preminenza di Cristo sugli Angeli (v. 4), che sarà sviluppata nei versetti seguenti (vv. 5-14). La venuta di Cristo è presentata come il culmine della rivelazione. Gesù Cristo è Dio Figlio, con-creatore col Padre, irradiazione della sua gloria, cioè dell’eterna gloriosa azione del Padre e impronta della stessa sostanza del Padre. La sua opera redentrice è la purificazione dei peccati e perciò, anche come uomo, è stato esaltato sopra gli Angeli. Il Figlio è venuto a noi, come uomo, per farci conoscere il Padre, per portarci il suo Vangelo, il suo divino insegnamento, che è luce ai nostri passi. E dopo aver compiuto la sua missione terrena è stato glorificato dal Padre nei cieli. Non è difficile scorgere in questo brano una certa analogia col Prologo di Giovanni, dal quale però si discosta sia per il linguaggio, ancorato alla tradizione anticotestamentaria, sia per i concetti, che ricalcano gli stessi modelli cultuali del mondo giudaico. Tuttavia, ben posto nella liturgia accanto all’altro, getta una chiara luce sul mistero del Natale, che all’alba del giorno celebra la nascita del Figlio di Dio.

3. Giovanni apre la sua opera anteponendo al racconto evangelico vero e proprio un Prologo, una composizione innica in stile espositivo, una vera perla di immenso valore spirituale e teologico. Da un lato, premesso al vangelo, esso è come un’ouverture a tutto ciò che in seguito sarà presentato e costituisce, già in se stesso, l’inizio vero e proprio del vangelo, di cui anticipa i temi e i concetti più importanti. Dall’altro, la profondità di questo prologo non può, tuttavia, essere penetrata senza una piena conoscenza di tutta l’opera di Gesù, così come verrà descritta nel resto del vangelo. Il testo può essere diviso in due parti principali: la prima parte (vv. 1-13) che, presentando il Verbo di Dio, definisce le connotazioni essenziali di Gesù Cristo; la seconda parte (vv. 14-18) che, annunciando l’incarnazione del Verbo, ne descrive forma, contenuto e presupposto della sua venuta sulla terra. Il centro di tutto il brano è costituito dai vv. 13-14. Presentano la venuta del Verbo che, increato, eterno e vivente, si fa carne, cioè uomo nella sua interezza: vero uomo, fragile, caduco e mortale. Tra l’inizio (v. 1: «… il Verbo era presso Dio …») e la fine (v. 18: «… il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre …») vi è una chiara e forte inclusione. Lo stile non è lineare, ma ciclico e circolare e il pensiero si sviluppa secondo l’immagine dell’onda del mare che bagna ripetutamente la spiaggia. Ciò produce quasi un triplice inizio, un triplice ingresso nel tema: al v. 1 (l’ingresso del Verbo), al v. 6 (l’ingresso di Giovanni Battista, che prepara quello del Verbo incarnato), al v. 15 (l’ingresso della testimonianza del Battista,che anticipa quella del Figlio unigenito del Padre). Per Giovanni, Gesù Cristo è il Verbo di Dio: Verbo eterno, divino, in perenne unità con Dio, Dio stesso. Il Verbo è, inoltre, agente di Dio nella creazione, sorgente di luce e di vita per gli uomini. È Verbo-luce, distinto chiaramente dalle tenebre, sulle quale splende e vince. Tutto deriva da questo Verbo: per mezzo del Verbo Dio si rivolge alle creature, si rivela loro e le fa partecipi del suo progetto. Il Verbo è vita: proviene da Dio e fonda il rapporto tra Dio e gli uomini. Tramite questa sua vita, tutto diventa chiaro e àmbito di vita per gli uomini, in opposizione alle tenebre e alla morte. È Verbo che si presenta, ma trova un’accoglienza discorde. Respinto dal mondo e dalla sua gente; accolto da quanti hanno creduto nel suo nome e sono diventati figli di Dio. Al verso 14, il Prologo giunge al suo culmine. È il mistero profondo dell’incarnazione. Il Verbo, rivestito di tutta la sua maestà, entra ora nella sfera umana e non è detto che si fa uomo, ma realizza questo suo ingresso facendosi carne (sárx). Carne, legato alla terra, alla debolezza e alla fragilità; carne, destinata alla caducità, alla sofferenza, alla morte. È la completa e perfetta umanità, assunta dal Verbo che, divenuto carne, non cessa di essere quello che era. Il Verbo si è fatto vero uomo, capace di comprendere e sentire tutte le sofferenze umane, solidale in tutto con la condizione fragile della natura umana, eccetto il peccato. Il Verbo è veramente uomo: è quel Gesù di Nazareth che è il Cristo, il Messia (v. 17), l’Unigenito Figlio di Dio (v. 18). Alla fine del Prologo (v. 18) il cerchio si chiude. Con la rivelazione che il Figlio unigenito fa del Padre, si ritorna (vedi inclusione) al punto di partenza: il Verbo rivolto verso Dio (v. 1). Gesù, pronunciando la parola, rivela il Padre e, allo stesso tempo, è Egli stesso parola che rivela il Padre. Egli solo, che è disceso dal cielo sulla terra, poteva rivelare per esperienza diretta e completa il volto del Padre. Gesù manifesta, dunque, il Padre con la sua parola e con la sua vita, ma è soprattutto Egli stesso manifestazione e rivelazione del Padre. Gesù rivela il Padre e, in perfetta comunione col Padre, rivela che Dio è comunione. Il Verbo, dunque, nella persona di Gesù-messia (Gesù Cristo) porta il messaggio di Dio che si identifica con la sua stessa persona. Gesù di Nazareth, che si manifesterà come Messia pienamente nella Pasqua, è il Rivelatore del Padre: con questa affermazione il Prologo getta le basi per la lettura e la comprensione del resto del vangelo.

4. Al centro della liturgia di questa Messa del giorno di Natale risuona la frase centrale del Prologo di Giovanni: il Verbo si fece carne. Questa semplice e lapidaria affermazione rivela il senso del mistero che viene celebrato e svela ancora più in profondità il senso delle letture. Il piccolo bambino nato a Betlemme, che ha fatto esultare di gioia la Vergine Maria e il giusto Giuseppe, che ha suscitato il canto degli angeli e la meraviglia dei pastori, è il Verbo di Dio, presente fin dalla creazione, attraverso cui tutto è stato chiamato alla vita, e per mezzo del quale tutto è stato creato e inondato di luce. Gesù si fa carne per condividere pienamente il destino, la fragilità, la provvisorietà delle sue creature, per farsi povero con i poveri e ultimo con gli ultimi, ma questa condivisione non è fine a se stessa, non è sterile compiacimento. Il fine è quello di condurre le creature alle altezze del Creatore, tracciare con loro, e per loro, il cammino che conduce nello Spirito e nel cuore del Padre. Egli tuttavia non si impone ma, con lo stile del Servo dei servi di Dio, si propone. Infatti, nonostante la sua luce squarci le tenebre e illumini la via che conduce alla vera gioia e alla salvezza, lascia all’uomo la scelta di intraprenderla, percorrerla e arrivare al traguardo. La kenosi del Verbo è per l’uomo di ieri e di oggi un messaggio di salvezza e di speranza: il Messia atteso dalle genti non è un Dio assolutamente altro, distante, irraggiungibile…. Egli è il Dio con noi che viene a condividere la nostra vita, il nostro dolore e le nostre debolezze, viene ad assumere le nostre fragilità e risollevarci dalla polvere in cui le difficoltà della vita ci prostrano. Egli ci indica la strada e illumina il nostro cuore, ci invita a vedere al di là delle tenebre che ci avvolgono e dalle quali non riusciamo a fare uscire la luce e la speranza. Il Verbo fatto carne ci invita soprattutto a riconoscerlo nella realtà fuori di noi: Egli si cela nelle povertà dei nostri fratelli, di coloro che sono più sfortunati di noi, perché costretti a lasciare la loro patria, la loro casa verso un destino ignoto di sofferenza chiusura e ostilità, o perché ammalati, carcerati emarginati e soli…. Il Verbo fatto carne esorta ciascun credente a essere oggi luce di gioia e di speranza, invita a sollevare dalla povertà e dalla miseria i fratelli più piccoli, spinge a edificare il suo regno d’amore e di pace, per vivere veramente in pienezza la gioia del Natale.

 Fonte:VICARIATO DI ROMA Ufficio Liturgico