Abbazia Santa Maria di Pulsano,LectioDivina DOMENICA «DELLE BEATITUDINI»

DOMENICA «DELLE BEATITUDINI»
IV del Tempo Ordinario per l'Anno A
Matteo 5,1-12; Sofonia 2,3; 3,12-13; Salmo 145; 1 Corinti 1,26-31
Antifona d'Ingresso Sal 105,47
Salvaci, Signore Dio nostro,
e raccoglici da tutti i popoli,

perché proclamiamo il tuo santo nome
e ci gloriamo della tua lode.

L’antifona d'ingresso è dal Sal 105,47, SI. Con due epiclesi, l'Orante a nome dell'intera comunità chiede che il Signore, Dio dell'alleanza, salvi il popolo suo, e nella situazione di dispersione e d'esilio raduni i suoi fedeli di tra i pagani (Dt 30,3; Sal 106,2), fatto a cui il Signore si è impegnato se il suo popolo si converte. Solo allora questo nella pace può celebrare il Nome divino, e trovare la sua unica gloria nella continua lode divina.

Canto al Vangelo Mt 5,12a
Alleluia, alleluia.
Rallegratevi, esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nel cieli.
Alleluia.

Il canto all'Evangelo è da Mt 5,12a. Alla fine delle beatitudini, riportate dall'Evangelo di oggi, il Signore esorta a gioire, poiché chi si lascia fare beato nei modi da Lui adesso annunciati, ha conseguito già la seconda grazia, la ricompensa celeste. Tale è l'orientamento della proclamazione della pericope evangelica che segue.
Nell’A.T. il Signore sul monte aveva donato la sua Legge al suo popolo. Adesso Gesù sulla montagna conferma la Legge antica e dona un avanzamento ai suoi discepoli. Infatti, non si tratta di «un’altra Legge» che copre ed annulla la precedente, ma si ha adesso la lettura autentica della Legge antica, che Gesù porta alla sua perfetta attuazione secondo l’unico Disegno divino (cfr Mt 5,17-37 evangelo della VI Dom. Tempo Ord. A).
Gesù nello Spirito Santo continua la divina liturgia del Padre che è l’opera per il popolo con l’annuncio dell’Evangelo del Regno e compiendo le opere del Regno affinchè il popolo incontri il Padre onnipotente.
La «povertà» che la Divina Liturgia di oggi vuole puntualizzare, prende qui pienamente il suo vero significato di libertà e disponibilità; di docilità a qualche cosa che è più grande di noi; a piani divini, che cerchiamo di scrutare e che ci oltrepassano sempre. La povertà rivelata agli apostoli ha qui il significato di
gratuito servizio per quanto suggerito dal Padre, Dio di Misericordia, Ricco di Grazia e di Bontà e non di imposizione di nostre vedute, di nostri calcoli, di una nostra sensibilità soltanto umana (cfr collette ).
Comincia oggi la lettura semi-continua del «discorso della montagna», considerata la carta costitutiva della comunità dei figli del Regno. Il testo, proclamato anche nella solennità di Tutti i Santi, si estende da 5,1 a 7,29 ed è il primo dei 6 grandi discorsi di Gesù riportati dall'evangelista Matteo. Oltre questa Domenica, il testo prosegue così:
Dom. 5a, 5,13-16;
Dom. 6a,5,17-37;
Dom. 7a,5,38-48;
Dom. 8a,6,24-34;
Dom. 9a, 7,21-27.
Al termine del lungo discorso Matteo nota che le folle rimangono incantate dall’insegnamento di Gesù (7,28-29).
Come si vede esistono ampie lacune, che possono e devono essere colmate da una buona predicazione omiletica e dalla lectio personale, un impegno di tutti i cristiani, non solo di alcune categorie. Quest’anno l'impegno a fare "lectio" di questo grande discorso è più gravoso perché la datazione pasquale comporta la I Dom di quaresima dopo l’VIII Dom. del Tempo Ordinario.
Del discorso sulle beatitudini Matteo e Luca (6,20ss) presentano due redazioni differenti; la prima differenza è già nell'ambientazione geografica, luogo pianeggiante per Luca, montagna per Matteo. In Luca il discorso è più breve che in Matteo, poiché Luca toglie ciò che troppo giudaico per interessare i suoi lettori. Matteo ha 8 beatitudini, Luca 4 beatitudini e 4 maledizioni.
Quelle di Matteo tracciano un programma di vita virtuosa con una ricompensa celeste; quelle di Luca annunciano il rovesciamento delle situazioni da questa vita a quella futura (cfr. Lc 16,25). In Matteo Gesù usa la terza persona, tipica della letteratura sapienziale, in Luca apostrofa l'uditorio.
In sintesi possiamo dire che questo discorso, vero nel contenuto, non fu tenuto da Gesù nella forma in cui lo troviamo oggi, discorso continuo, unitario pronunciato di fronte allo stesso uditorio, ma sicuramente proviene da vari discorsi tenuti in occasioni diverse.
Lo scopo manifesto del lavoro dell’evangelista Matteo era quello di offrire un insegnamento attuale alla sua chiesa. Dopo la distruzione del Tempio con l'occupazione della città di Gerusalemme (70 d.C.) il ruolo di capi spirituali riconosciuti, del giudaismo del tempo, era tenuto saldamente in mano dai rabbini. Questi per creare un centro di unità del popolo disperso avevano iniziato a codificare l'eredità giudaica incentrata sulla conservazione e interpretazione della legge di Dio. La comunità cristiana di Matteo viene provocata a interrogarsi quale sia stato in proposito l'atteggiamento di Gesù; si domanda se la sua interpretazione della legge collimi o meno con quella rabbinica; si vuol sapere se egli sia stato uno dei tanti dottori della legge oppure un maestro eccezionale ed unico.
Il tema fondamentale del discorso è che Gesù non è venuto ad abolire la Legge o i Profeti ma ad adempierli (5,17). Dobbiamo tenere presente che per l'evangelista tutto ciò che è detto nel discorso serve a illustrare o è coerente con questo principio fondamentale.
Il paragone con il grande legislatore dell'AT si impone: è il nuovo Mosè, oppure uno più grande di lui? Il confronto divenne molto polemico, i rapporti tesi sino alla rottura definitiva. Il clima di contrapposizione tra opposti schieramenti si farà sentire nella stesura del discorso della montagna; ad esempio le antitesi di 5,21-48 non sono un puro e semplice artificio letterario; il voi dei discepoli (evangelo V Dom.) viene sottolineato in contrasto con il comportamento dei maestri della legge e dei farisei.
Vi erano anche grossi problemi all'interno della comunità; da una parte la presenza di settori legati alla tradizione giudaica, fedeli osservanti delle pratiche religiose e ascetiche del mondo da cui provenivano, diffidenti ed addirittura ostili all'apertura ai pagani. Secondo questi neppure una virgola delle prescrizioni della legge mosaica poteva cadere (5,18-19).
Dalla parte opposta si collocavano credenti provenienti dal mondo greco, che sbandieravano una libertà più o meno radicale della fede cristiana dall'eredità giudaica. Se ai primi Gesù appariva un rabbino, intento a conservare gelosamente ciò che era stato trasmesso da una storia millenaria, per gli altri era il liberatore da ogni legge (5,17).
Al di là di queste posizioni dottrinali, nella comunità si costatava un generale scadimento morale; il fervore iniziale era solo un ricordo, si erano introdotte forme preoccupanti di lassismo. Si coltivavano false sicurezze, fondate sull'appartenenza alla chiesa, sulla pratica liturgica e sui doni carismatici straordinari. Non mordendo più sul vissuto, la fede tendeva a degenerare in una ortodossia sterile e in uno spiritualismo disincarnato (7,15.21-23).
L’evangelista Matteo prende posizione, come pastore d'anime deve intervenire per ribadire l'autenticità della fede cristiana. Dal punto di vista strutturale il discorso si presenta con le seguenti articolazioni:
1. 5,1-2, sono una brevissima introduzione;
2. vv. 3-12, sono le beatitudini e costituiscono il solenne esordio;
3. vv. 13-16, è un brano redazionale sull'altissima missione dei discepoli: sono il sale della terra e la luce del mondo.
4. vv. 17-48, è una grossa unità tematica e letteraria, polarizzata attorno alla nuova obbedienza al volere di Dio, rivelata in modo definitivo da Cristo;
5. 6,1-18, un brano strutturato attorno all'esigenza di non strumentalizzare il proprio atteggiamento religioso a fini utilitaristici;
6. vv. 19-34, una lunga esortazione ad affrontare con serenità e fiducia la vita;
7. nel c. 7 emergono tre esortazioni a non condannare (1-5); i vv. 6-14 sono completivi e si distingue la cosiddetta regola d'oro dell'agire cristiano (v. 12); a guardarsi dai falsi profeti (15-20) e a mettere in pratica le parole di Cristo (21-27); da notare come queste piccole unità presentino ciascuna un'illustrazione parabolica.
8. vv. 28-29 concludono il discorso con l'annotazione dello stupore della gente.

Riassumendo i motivi che hanno portato Matteo a comporre il discorso evangelico distinguiamo:
a) una ragione pratica che è quella di avere un riassunto completo e continuo dell’insegnamento etico di Gesù, da utilizzare con facilità nella predicazione e nell'insegnamento della Chiesa.
b) Un'altra ragione importante per Matteo è quella di presentare Gesù come il nuovo Mosè, fondatore di un nuovo popolo che conduce alla comprensione della Legge e dei suoi precetti. Il discorso presenta un compendio degli insegnamenti di Gesù in primo luogo ai Giudei con lo scopo di mostrare come Gesù adempia la Legge e i Profeti, non quello di dimostrare la superiorità del suo insegnamento sulle Scritture o sulla tradizione ebraica.
c) Nel discorso Gesù presenta ciò che per i cristiani è un'interpretazione autorevole della Torah. Il discorso è più interessato ai princìpi e agli atteggiamenti che non al dirimere questioni giuridiche o allo stabilire nuove norme.
d) Il discorso non rappresenta né un'etica strettamente individuale né un progetto di Utopia sociale. Tuttavia presenta implicazioni per la vita sia personale che comunitaria. Gran parte dell'insegnamento di Gesù riguarda la buona condotta al presente.

I lettura: Sof 2,3; 3,12-13
Sofonia scrive circa un secolo dopo Isaia (640 a.C). Dopo la caduta del regno d'Israele sotto la bufera assira (755 a.C), l'accorto ma avvilente destreggiarsi dei re di Giuda aveva conservato al regno la sua personalità nazionale, ma non era riuscito ad arrestare il processo di dissolvimento che l’instabile situazione politica portava con sé.
Intanto la condizione di vassalli nei confronti dei re assiri li aveva costretti ad ospitare, persino nel tempio (Sof. 1,4), divinità e riti pagani. Inoltre, la decadenza della religione nazionale aveva portato con sé anche l'abbandono della legge di Iahvé e nuovi incidenti di violenza e di ingiustizia (Sof 1, 9; 5,1-17).
In questo quadro di miseria Sofonia annuncia il «giorno di lahvé» (come Isaia e Michea), dipingendolo a tinte fosche ma individuandone insieme l'aspetto positivo: un «piccolo resto», la massa dei poveri e diseredati fedeli a lahvé, sfuggirà alla distruzione e sarà lasciato a godere i frutti che ne seguiranno. L'oracolo 5,11-15 compie la promessa di 2, 5. Esso è uno dei testi fondamentali per capire il concetto di «poveri di spirito» nell'AT. La parola «poveri» si riferisce soprattutto al popolo umile che era interamente abbandonato alla volontà divina.
Si ha nella Profezia la visuale preparatoria alle beatitudini evangeliche. L'oracolo del Profeta è rivolto alle nazioni pagane. L'invito iniziale è a cercare il Signore d'Israele, dimostrando così la sincera volontà (Am 5,4.6), e la mansuetudine (Sal 75,10; Is 11,4, dote del Re messianico), quindi anche la volontà di attuare gli ordini divini. In questo si ripete l'imperativo di cercare il Giusto e Mansueto (Dt 30,15.19; Am 5,14-15), che rende simili a Lui, al fine che possa scampare le sue creature dal terribile «giorno dell'ira» divina, ponendosi Egli stesso come il loro riparo (Is 2,10; 26,20), poiché altro non ne esiste (v. 2,3).
Il Profeta nella nostra pericope rivolge l'oracolo contro Gerusalemme, ma questa termina bensì con la promessa della redenzione vicina. Il Signore le rivolge la sua sublime promessa di nuova redenzione. Egli si sceglie e si seleziona, per farlo dimorare nella sua Città, un popolo reso povero e umile (Is 14,32; Ez 6,8; Ger 39,9-10), un "resto" di perfetti, che finalmente confida e spera (cfr 3,2) solo nel Nome divino (v. 3,12). Questo «resto d'Israele» sarà santo della divina santità: non conoscerà più l'iniquità (Is 60,21), non proferirà menzogna, una sola bocca d'inganno non esisterà più in esso (Sal 31,2; e Gv 1,47; Ap 14,5). Essi staranno in pace come un gregge al pascolo sicuro (Mich 5,4), godranno del riposo pacifico, essendo scomparso ogni timore, per la quiete procurata dal Signore (v. 3,13). I tempi messianici con la loro condizione simbolica di pace e di idillio, stanno per essere inaugurati per i mansueti. Le beatitudini sono in atto. Il Signore mantiene la sua antica promessa (Lv 26,6; Is 17,2; Mich 4,4; Nah 2,11).

Il Salmo responsoriale 145,7.8-9a.9bc-10 I
Il Versetto responsorio: Beati i poveri in spirito, Mt 5,3, fa cantare i poveri e il Regno che ad essi appartiene.
Il gruppo di Salmi 144-150 sono «Inni di lode». Già in antico, per gli Ebrei formavano l’«HalleI mattutino», ossia i Salmi con alleluia che aprivano la preghiera della giornata. Tali restano sostanzialmente nelle Chiese per le Liturgie laudative del mattino. La loro caratteristica è anche di formare per così dire un'estesa dossologia finale del Salterio. All'interno del gruppo però si notano anche due particolarità:
1. il Sal 144 contiene in sé come il programma conciso, che poi i Sal 145-149 sviluppano, un preludio che è svolto in un concerto più ampio e articolato. Nella lode, come si sa, con preghiera gioiosa, innica, solenne e disinteressata, si celebra il Signore in sé, in quanto è Lui, con i suoi titoli e le sue opere;
2. il Sal 150 è sapientemente posto alla fine come «dossologia della dossologia» dell'intero Salterio.
L'Orante qui loda il Signore poiché mantiene inalterata nei secoli la sua Fedeltà (= verità), promessa con la sua Parola e sigillata nell'alleanza (99,5; 116,1). Per questo «fa il Giudizio», ossia interviene in modo soccorrevole in favore degli oppressi (102,6) e ciba gli affamati (103,27; 106,9; 144,15), prendendosene cura; e libera i prigionieri, sia dall'esilio, sia dalla prigionia ingiusta (Is 61,1-2, funzione del Re messianico, che per questo «fu unto» dallo Spirito del Signore; Sal 67,7), Queste sono le prime categorie dei bisognosi (v. 7).
Ma il Signore restituisce la luce ai ciechi (Is 29,18; Gv 9,7; Mt 9,30; 11,5), e rialza i caduti (144,14; 146,6). Inoltre ama i giusti (v. 8), e si prende personalmente cura dei pellegrini (Es 22,21-22; Dt 10,18-19; Sal 10,35), degli stranieri, che sono i senza casa né diritti né speranza (v. 9a). A Lui stanno sommamente a cuore da sempre due categorie, tra le più povere e socialmente prive di tutela, l'orfano e la vedova (v. 9b), dei quali si pone, ed è invocato, quale Padre e Giudice (67,6). La gamma della divina Bontà qui riceve solo una descrizione densa ed efficace. Tuttavia, Gratificante e Tenero (Es 34,6), il Signore non di meno odia la protervia dei peccatori (Es 34,7), e ne disperde le vie, ossia i piani e i comportamenti (146,6). Quelle vie non terminano se non nella rovina (v. 9c).
Con questi titoli e con queste funzioni si riconosce così la Regalità divina. Il Signore regna in eterno, ma nel tempo il suo regnare indica il suo salvare, il ristabilire le condizioni ideali e perenni della salvezza (92,1; 98,1, etc.). Però in questo si rivela anche come il Signore di Sion, la Sposa diletta, la Città del Grande Re (46,3), per tutte le generazioni dei figli che donerà alla Sposa (v. 10).

Esaminiamo il brano

vv. 1-2 - In poche righe Mt riesce a darci il quadro esterno del discorso: due cerchie di ascoltatori, la folla dietro e in primo piano i discepoli; il monte da cui scende la Parola; l'atteggiamento di Gesù; la qualifica di insegnamento del suo parlare.
«La folla» sta sullo sfondo, è presente come uditrice, pronta alla fine a stupirsi; è la moltitudine dei potenziali discepoli, ai quali la chiesa è mandata in missione a portare l'insegnamento di Gesù (cfr Mt 28,19-29). Il sommario della pericope 4,23-25 aveva adunato un pubblico per il Discorso sul Monte nominando i luoghi in cui molto probabilmente l’Evangelo di Matteo aveva cominciato a circolare (Siria, Galilea, la Decapoli, Gerusalemme e la Giudea, oltre il Giordano). L'accenno alle folle all'inizio (5,1) e al termine (7,28-29) del discorso fa da cornice all'insegnamento impartito da Gesù a Israele.
«i discepoli» (mathetai): L'accenno ai discepoli in 5,1 non esclude la folla. L'insegnamento del discorso non è inteso solo per il ristretto gruppo dei discepoli, che in ogni caso non sono necessariamente i «dodici apostoli», sono certo i dodici che hanno fatto vita comune con Cristo ma rappresentano anche i credenti della chiesa.
«Il monte» secondo alcuni si riferisce alla zona collinosa sovrastante la riva occidentale del lago di Tiberiade. Ma poiché Luca dà una circostanza topografica del tutto diversa è probabile che Mt abbia voluto dare al celebre discorso una cornice teologica, più che topografica, richiamando alla mente dei lettori lo scenario in cui fu promulgata l'antica Legge. Il monte delle beatitudini è l'eco e la pienezza del monte Sinai; è il luogo della rivelazione divina [cfr. vocazione di Mose sull’Oreb (Es 3,lss); consegna della Legge sul Sinai (Es 19,lss); il sacrificio del Carmelo (1 Re 18,20ss); Elia sull'Oreb (1 Re 19,lss); la trasfigurazione (Mt 17,1-8); l'apparizione del risorto ai discepoli (Mt 28,16).
«messosi a sedere»: si annota che Gesù parla stando seduto, è la posizione del maestro e la sua parola ha un timbro autorevole. Nelle scuole ebraiche il maestro si metteva a sedere su una panca con gli studenti seduti per terra davanti a lui. In Matteo, Gesù si mette a sedere su una barca (13,2) e sul Monte degli Ulivi (24,3). Matteo parla anche (letteralmente o simbolicamente) della (autorevole) «cattedra di Mose» (23,2). In Luca Gesù si mette a sedere per insegnare nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,20).
«prendendo la parola li ammaestrava»: Lett: «e aprendo la sua bocca insegnava», espressione semitica usata quando qualcuno sta per iniziare un discorso pubblico (Gb 3,1-2), un insegnamento pubblico (Sal 77,2) o una dichiarazione solenne (Gdc 11,35-36). Il verbo «edidasken»  in Matteo è usato esclusivamente in questo discorso, qui e in 7,29. Il discorso è sapienzale anche nella formula, che rinvia al Sal 77,2 (cfr At 8,35; 10,34); è un insegnamento, termine tecnico per indicare che Gesù è l'interprete autorizzato della Parola di Dio contenuta nelle sacre scritture dell'A.T.
vv. 3-11 - Segue la proclamazione d'apertura, con 8 beatitudini (ma sono 9 se si considera quella riassuntiva del v. 11). In gr. MaKarioi è dire uno beato, makarios è il beato. L'A.T. è pieno di makarismòi, di proclamazioni di beatitudine: il Sal 1,1 lo pone in inizio; beato è Israele perché ha il Signore per suo Dio (cfr Dt 33,29; Sal 143,15) e lo sa acclamare (cfr. Sal 88,16); è beato l'uomo che ha acquisito la sapienza divina (cfr. Prov 3,13); ecc. Ciascuna «beatitudine» dichiara che il possessore di questa caratteristica sarà «benedetto» da Dio. Una benedizione formale è un'azione divina, a volte effettuata per mezzo di un intermediario (sacerdote, re, genitore, ecc.). Le beatitudini sono usate di frequente nei libri sapienziali dell'AT (es.: Prov 3,13; 28,14). Le beatitudini del NT si riferiscono a un premio futuro (o escatologico), mentre le beatitudini sapienziali presuppongono che il premio sia già presente. Il Programma divino per i «beati» è paradossale, quasi assurdo per la logica solo umana; se si legge l'elenco dei beati con termini correnti o con la morale corrente essi sono solo dei «disgraziati», dei falliti che la società del profitto e del successo vuol cancellare dalla faccia della terra. Il brano si presenta costruito con arte; ci si accorge subito della divisione in due strofe, simmetricamente disposte: i vv. 3-6 e 7-10. Ciascuna presenta quattro beatitudini; la promessa del regno ricorre all'inizio della prima strofa e alla fine della seconda (è una inclusione letteraria; vuol dire che tutte le benedizioni sono una realtà del Regno).
«beati i poveri quanto allo spirito»: non in spirito (che purtroppo è la traduzione letterale), quasi fossero ricchi sciocchi che fanno finta di essere poveri, ma coloro che sono onesti, pii, praticanti la giustizia e aperti a Dio che li ricompenserà (cfr I lettura). Una traduzione più libera porta «coloro che hanno spirito di povertà» (= che hanno un'anima da poveri); la bibbia in lingua corrente porta «quelli che sono poveri davanti a Dio», indicando così coloro che nella vita hanno imparato a contare solo su Dio. La spiegazione è difficile; si vuole indicare l'atteggiamento religioso di colui che ha la viva coscienza del bisogno delle ricchezze di Dio, dei doni celesti di salvezza, dell'integrità della vita e dell'apertura agli altri. Si tratta di quelli che si lasciano fare poveri del tutto, economicamente e moralmente, ma da Dio. Accettano la situazione non per rinuncia, tutt’altro, bensì perché hanno finalmente conosciuto due fatti: confidare solo in Dio e che i beni materiali e morali sono il diaframma insidioso che impediscono di aderire a Dio ed ai suoi diritti. Sono gli «anawim» (- poveri) dell'A.T. che non hanno nessuna pretesa o falsi orgogli. Il rimando è ai testi di Is 57,15; 66,2; cfr Mt 11,29; 18,3. Luca 6,20 ha soltanto «i poveri». Il termine ptochos denota un «accattone», non semplicemente una persona povera con pochi possedimenti. Le beatitudini devono essere lette in relazione alla tradizione anticotestamentaria della cura speciale che Dio ha per i poveri (vedi Es 22,25-27; 23,11; Lv 19,9-10; Dt 15,7-11; Is 61,1). La precisazione di Matteo «in spirito» serve a definire meglio i «poveri» come coloro che hanno riconosciuto nel regno di Dio un dono che non può essere forzato. Le espressioni «poveri» e «poveri in spirito» erano usate dai membri delle comunità ebraiche contemporanee per definire se stessi, come mostrano rispettivamente i Salmi di Salomone 10,6 ; 15,1  e il Rotolo della guerra 14,7 di Qumran.
«di essi è il regno dei cieli»: la serie di beatitudini che si snoda dal v. 3 al 10 sono racchiusi dalla identica promessa, mentre i vv. 11-12 riprendono in una nuova forma il v. 10. Siamo di fronte ad una struttura letteraria detta inclusione. Possiamo inoltre costatare che i vv. 3-10 sono composti di due parti completamente simmetriche (3-6; 7-10), che in greco hanno persino lo stesso numero di parole (questo ci conferma che siamo di fronte ad un brano molto elaborato e ritenuto molto importante dal redattore). Il regno si riferisce al governo o alla sovranità di Dio. Qui predomina il suo significato escatologico, anche se non è esclusa la ricompensa al presente. Il termine «cielo» è un sostituto ebraico di «Dio» (vedi 1 Maccabei), probabilmente per non usare troppo liberamente il termine «Dio».
«gli afflitti»: lett. penthountes = i piangenti, sono innanzi tutto coloro che soffrono per gli ostacoli posti dal mondo all'adempimento della volontà divina di salvezza (cfr. Lc 4,16-22; Is 61,1-6); quanti soffrono per le miserande condizioni del mondo senza Dio o a lui avverso. Lo sfondo è Is 61,2-3, dove la missione del profeta è quella di confortare tutti coloro che piangono in Sion. L'occasione del loro pianto è la devastazione del Primo Tempio di Gerusalemme nel 587 a.C. Secondo Sir 48,24, Isaia «consolò gli afflitti di Sion». A questi Gesù promette consolazione (cfr. Lc 2,25), anzi Egli stesso asciugherà le loro lacrime (cfr. Ap 7,17, che cita Is 25,8; Ap 21,4).
«quelli che sono miti»: Lo sfondo è il Sal 37,11: «I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande prosperità [pace]». Il termine ebraico per «i miti» ('anawìm) corrisponde sostanzialmente al termine «i poveri (in spirito)» di Mt 5,3. La comunità di Qumran ha preso il Sal 37,11 per una profezia della loro lotta contro i loro nemici (4QpPsa). Non sono dunque i pavidi o i timorosi, ma gli stessi poveri di spirito che accettano senza amarezza o rancore la loro condizione e trovano la forza nella serenità ed in una coraggiosa sopportazione (rileggi Sal 37,7-9.11.29.40).
«erediteranno la terra»: La «terra» non è necessariamente limitata al territorio di Israele. Nella letteratura apocalittica (vedi 1 Enoch 5,7) la promessa viene stesa fino ad abbracciare il mondo intero dato in dono ai giusti: «Per gli eletti ci sarà luce, gioia e pace, ed essi erediteranno la terra». Alcuni manoscritti mettono 5,5 subito dopo 5,3, riunendo in tal modo le due beatitudini relative agli 'anawìm e l'abbinamento cielo/terra.
«fame e sete»: La fame e la sete, nella bibbia (Is 55,1-2; Sal 42,2-3), indicano la tendenza a Dio e la nostalgia di lui. Lo sfondo è il Sal 107,5.8-9, che descrive come Dio abbia soddisfatto la fame e la sete degli Israeliti. Matteo ha ampliato la fonte Q (Lc 6,21) aggiungendo la «sete» (in conformità al Salmo 107) e «della giustizia» (per chiarire la natura della fame e della sete). La giustizia si riferisce in primo luogo alla giustizia di Dio, ma anche ai rapporti umani e alla condotta. In un contesto apocalittico la giustizia si riferisce alla rivendicazione dei giusti nel giudizio finale.
«di giustizia»: che è (per la bibbia) l'adempimento perseverante e fedele di ogni dovere verso Dio (cfr. Lc 1,6; Mt 1,19). Questi bisogni saranno saziati e non solo nel giudizio finale, la speranza si vede nell'apparizione del Messia, che è chiamato «YHWH nostra giustizia» (cfr. Ger 23,6; 33,16). Chiude il primo gruppo di beatitudini e ritornerà per chiudere poi il secondo gruppo (v. 10).
«i misericordiosi»: in gr. hoi eleèmones sono coloro che imitando Dio sanno comprendere e perdonare il prossimo secondo l'impegno evangelico che ripetiamo con la preghiera del Padre nostro (cfr. Mt 6,11-12.14-15). Lo sfondo è Prov 14,21; 17,5 (LXX), dove la «benedizione» è il premio per la gentilezza mostrata ai poveri. La misericordia è prima di tutto un attributo di Dio, che a sua volta desidera di vedere la misericordia praticata dagli esseri umani. Matteo cita due volte Os 6,6 a proposito del desiderio di Dio di vedere praticata la misericordia (9,13; 12,7) e include la misericordia tra «le prescrizioni più gravi della Legge» (23,23). La misericordia che ci si può aspettare di ricevere è quella al giudizio finale. Oiktirmon ed Eleèmon, Tenero e Misericordioso è il Signore stesso (cfr. Es 34,6 qui in ebraico troviamo la radice rhm il cui verbo è connesso con il sostantivo rehem – seno materno e il plurale rahamin – viscere materne; Sal 102,8), il quale vuole che tutti i suoi figli siano eleèmonen (misericordiosi), il culmine della loro perfezione (cfr. Lc 6,36 e Mt 5,48). Questo concetto di Dio «misericordioso e pietoso» sarà spesso ripreso negli scritti biblici (Sal 85,15; 102,8; Giona 4,2; Gl 2,13; ecc.) e culminerà nella definizione di Gv «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16).
«i puri di cuore»: non riguarda solo la castità (coloro che custodiscono il 6° e 9° comandamento), ma anche la purezza della vita; indica chi opera non solo con carità ma anche con chiarezza, senza doppiezza (cfr. Sal 24,3). Lo sfondo è il Sal 24,3-4, che descrive coloro che potranno salire «il monte del Signore» (il monte Sion), e sono quelli che hanno «mani innocenti e cuore puro». L'espressione «cuore puro» non è né un riferimento alla purità sessuale-rituale né alla sincerità, ma caratterizza le persone oneste la cui integrità morale si estende al loro essere interiore e le cui azioni sono coerenti con le intenzioni. Per la Bibbia il cuore è la sede della intelligenza, della volontà e dei sentimenti; nell'intimo dell'uomo infatti si annida il male (cfr. Mc 7,21-23; Mt 23,27-28). Perciò «l'interno del piatto» dev'essere limpido, non tanto l'esterno (cfr. 23,25), poiché «dal cuore», cioè dall'intimo dell'uomo, «provengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, ecc.» (15,19).
L'ideale evangelico della purezza «interiore» si ricollega espressamente alla predicazione dei profeti che insisteva sulla interiorità del culto e del servizio prestato a Dio (cfr. Am 4,1-5; Os 6,6; Is 1,10-17; ecc.).
Da qui la preghiera del salmista: «Crea in me o Dio un cuore puro» (Sal 50,12).
«vedranno Dio»: Il «vedere Dio» qui non si riferisce più al visitare il Tempio di Gerusalemme, bensì al giudizio finale.
«gli operatori di pace»: Lo sfondo è l'idea anticotestamentaria di shalom intesa come la pienezza dei doni di Dio. Anche se qualsiasi pace viene da Dio e la pace perfetta sarà realizzata solo nel regno di Dio, il seguire Gesù al presente comporta la ricerca attiva della pace. I portatori di pace saranno invitati ad unirsi agli angeli («figli di Dio», vedi Gn 6,1-4) in occasione del giudizio finale. “I portatori di pace” non sono dunque gli amanti del quieto vivere ma gli attivi operatori di pace, che agiscono come Dio stesso, perché Dio è il Dio della pace (Rm 16,20). L'uomo di pace per molti (ieri come oggi) è solo chi non fa la guerra. Oggi anche nella civile e tranquilla (sic?) Europa si chiamano “operatori di pace” i soldati che combattono vere guerre; passi l’America che ancora oggi come ieri nella sua violenta epopea western chiamava pacificatori quegli uomini che con una stella sul petto a colpi di pistola “pacificavano” le frontiere e gli “indiani ribelli” (quasi tutti!) affinché la civiltà potesse progredire anche nelle selvagge terre dell’ovest.
La scrittura loda l'uomo pacificato dentro!
«i perseguitati...»: è l'eco della prima beatitudine con la quale racchiude tutte le altre, contempla infatti la stessa prospettiva, «il regno».
«per la giustizia»: Il riferimento alla «giustizia» riecheggia la quarta beatitudine (5,6) e prepara il campo per l'esigenza della vera giustizia (5,20).
«perché di loro è il regno dei cieli»: La ricompensa lega questa beatitudine alla prima. Gli appartenenti alla comunità di Matteo probabilmente vedevano in questa beatitudine una descrizione delle restrizioni e dell'ostracismo sociale che dovevano sopportare per il loro modo inconsueto di vivere il giudaismo.
«quando vi insulteranno»: Il linguaggio passa dalla terza persona di Mt 5,3-10 alla seconda persona plurale (come nelle beatitudini Q di Lc 6,20-23). I verbi in Mt 5,11 («insulteranno ... perseguiteranno ... diranno») in confronto a Lc 6,22 («odieranno ... metteranno al bando ... insulteranno ... respingeranno») indicano che la comunità di Matteo è impegnata in un conflitto ancora in corso, mentre i verbi di Luca suggeriscono che la separazione era già avvenuta. Il passaggio dalla terza persona plurale alla seconda comporta anche il coinvolgimento diretto dei discepoli.
«mentendo»: Il participio pseudomenoi («che mentiscono») non si trova in Lc 6,20 né nei testi occidentali di Mt 5,11. Potrebbe essere stato inserito da un copista per limitare la generalizzazione. Ma questo potrebbe anche essere stato fatto dallo stesso evangelista.
«Rallegratevi ed esultate»: Chairete e agalliasthe due imperativi presenti che ordinano di continuare un’azione già iniziata; quella che ha visto prima Maria, la madre di Gesù, prima discepola beata (Lc 1,45) rallegrarsi all’annuncio dell’angelo (cf Lc 1,28) “il Signore è con te! Concepirai un figlio...” ed esultare (Lc 1,47) “l’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio salvatore... perchè ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. Oggi anche noi, discepoli del Signore Risorto, cantiamo sia nella divina liturgia latina (cfr Alleluia all’Evangelo) che bizantina (Lit. Dom. 30 gennaio): «Effrenèsto ta urania, agalliasto ta epìghia... Esultino i cieli e si rallegri la terra poiché il Signore operò potenza con il suo braccio: calpestando la morte con la morte, divenne il primogenito dei morti. Egli ci ha scampati dal profondo dell’inferno ed ha accordato al mondo la grande misericordia» (Lit. biz. Tropario della Resurrezione tono III).
«la vostra ricompensa»: L'idea che Dio ricompensa i perseguitati è presente anche in alcune opere ebraiche (1 Enoch 108,10; 4 Esdra 7,88-101). I cristiani sono perseguitati a causa di Gesù (5,11), mentre in 4 Esdra 7 vengono premiati coloro che soffrono per «la perfetta osservanza della Legge del Legislatore» (7,89). Il motivo della persecuzione dei profeti in passato è ripreso in Mt 23,29-30. Vedi 2 Cr 36,16: «Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l'ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio». Nella situazione venutasi a creare dopo il 70 d.C. questo commentario alla distruzione del Primo Tempio doveva apparire particolarmente appropriata. La ricompensa dei discepoli e nostra è la grande misericordia (mega èleos): la partecipazione alla Resurrezione di Cristo Gesù, il Figlio di Dio. Questi vv. che sono chiamati la «magna charta» del regno di Dio, terminano con un tono meno universale e astratto (davvero lo erano?), ma concreto e personale. Sarà l'esperienza che i discepoli vivranno dopo la morte del Maestro. Solo gli uomini di quelle categorie che abbiamo ora tracciato sono posti al centro del Regno: essi portano sul loro volto il Volto del Signore che soffre con loro, per renderli «perfetti come il Padre celeste» (Mt 5,48).
A rileggere bene l'elenco, si è colpiti da un fatto: l'anonimato.
È beato chi si trova in questa o quella situazione, certo. Ma chi si trova in tutte quelle situazioni, ed insieme, e totalmente? Solo Cristo!
Lui è povero di spirito, sofferente, mite, ebbe fame e sete, è misericordioso, puro di cuore, pacifico, ha sopportato la persecuzione, la maledizione e la calunnia. Egli si pone come unico modello della beatitudine, e mostra che è possibile. Esistono quelli che accettano simili beatitudini ?
Certamente! Solo che non compaiono mai ai posti di comando, non contano socialmente, economicamente. Si tratta della maggioranza di noi.

Abbazia Santa Maria di Pulsano
Fonte:http://www.abbaziadipulsano.org/