CARLA SPRINZELES," La luce nelle tenebre, "


Commento su Isaia 8,23-9,3; Matteo 4,12-23
Carla Sprinzeles  
III Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (22/01/2017)
Vangelo: Mt 4,12-23 
Oggi nella liturgia si parla della luce nelle tenebre, che Gesù rappresenta.
Le tenebre, di cui parla il profeta Isaia nella prima lettura e poi il vangelo, che riprende il testo di
Isaia, non sono una realtà negativa come tale, cioè non hanno consistenza negativa: sono la mancanza di luce. Per cui è sufficiente una luce per diradare le tenebre, mentre le tenebre non possono soffocare la luce come tale, perché la luce trionfa sulle tenebre.
Ma può venir meno, questo è il dramma della nostra vita.
Il peccato è appunto il rifiuto di accogliere l'azione di Dio in noi, quindi di diventare luce che risplende.
Più l'ingiustizia si diffonde, più l'odio e la violenza prendono corpo nella storia degli uomini, più è urgente che ci siano persone luminose, trasparenti all'azione di Dio, proprio partendo dall'esperienza del male, della negatività.
Portare il male del mondo è un compito essenziale per tutti gli uomini.
Noi abbiamo il compito di far risplendere la luce del Vangelo. E più il sopruso, la violenza, l'ingiustizia, l'inganno, il sotterfugio si diffondono, più la politica degrada, più l'impegno che dobbiamo prendere insieme deve essere profondo, coinvogente, fiducioso, perché l'azione di Dio è luminosa.
Giovanni dice: "Dio è luce, in Lui non ci sono tenebre."
Allora vivere il rapporto con Dio significa accogliere qualche riflesso di questa luce profonda, che può indicare il cammino per la storia degli uomini.
ISAIA 8, 23 - 9, 3
Nella prima lettura si legge Isaia: siamo nel cuore del così detto "libretto dell'Emmanuele", una raccolta di oracoli messianici di Isaia e della tradizione profetica, che si rifaceva a lui.
La loro fonte ispiratrice originaria dovette essere la profezia di Natan a Davide.
Nucleo profetico centrale risulta essere l'annuncio e l'attesa di un discendente di Davide: l'Emmanuele.
In questo brano che leggiamo si distinguono due parti:
la prima parte rievoca il capovolgimento della situazione storica, annunciato dal profeta come disposto dal Signore per la "Galilea delle genti", per la zona di due delle dodici tribù. Zabulon e Neftali sono appunto i nomi di due figli di Giacobbe, che avevano avuto per sorte queste zone della Galilea, una più vicina al Mar Mediterraneo, l'altra al di sopra, nella cosiddetta "curva delle genti", ossia dei pagani, perché in Galilea erano presenti molti di origine pagana.
Essendo una terra fertile, nella successione delle dominazioni degli Assiri e dei Babilonesi, molti erano confluiti lì. Per questo veniva disprezzata. Ebbene, una luce risplende proprio lì, dove nessuno si aspettava.
Isaia descrive il ritorno dalle tenebre alla luce e alla libertà di quelle genti: in un futuro non meglio determinato.
Nella seconda parte il profeta presenta il capovolgimento della situazione galilaica con l'esperienza della gioia, simbolicamente espressa con i momenti umani della mietitura, della vittoria sui nemici e relativa spartizione del bottino e con il richiamare la sconfitta epica di Gedeone "nel giorno di Madian".
Centrale, e a più riprese sottolineata, è l'affermazione di fede in Dio: colui che guida la storia!
Il profeta non è mai un cronista di eventi ossevati in superficie, bensì uno che esplora e cerca la dimensione "provvidenziale" di essi: là dove ci si incontra con le sorprese di Dio.
MATTEO 4, 12 - 23
Cerchiamo di avvicinarci al testo del vangelo secondo Matteo che leggiamo oggi.
Gesù non s'impone: quando Giovanni è ucciso in Giudea, si ritira in Galilea per non esporsi inutilmente all'odio dei suoi avversari.
Questa regione del nord era popolata da pagani venuti ad occupare i territori lasciati liberi dagli israeliti deportati - la pulizia etnica non è una novità! -.
Agli occhi dei giudei, i galilei erano dunque gente da poco, che non apparteneva al popolo eletto, anche se aveva aderito alla religione ebraica.
E' là che Gesù aveva trascorso la sua infanzia, la sua giovinezza ed è là che inizia la sua vita pubblica.
A questi poveri, disprezzati dai giudei praticanti, è annunziato il che il Regno è vicino per chi cambia mentalità.
Quale stato d'animo bisogna adottare? Il suo, quello di quell'uomo che "pur essendo di condizione divina", scelse di stare con la gente che non conta.
Quando noi vogliamo portare avanti un progetto che ci è caro, selezioniamo collaboratori di prestigio. Lui invece invita le persone più rozze e meno adatte a predicare: pescatori senza cultura, con un accento provinciale che li farà notare a Gerusalemme appunto come provenienti da una terra considerata come pagana.
Non gli faranno fare certo bella figura. Noi pensiamo che se ci circondiamo di persone grossolane, ne allontaneremo altre più colte.
Lui sembra dar poco peso alle conseguenze della sua chiamata, rivolta a persone apparentemente poco idonee a diffondere un messaggio radicalmente nuovo.
"Seguitemi, vi farò pescatori di uomini", dice loro.
Ecco il cambiamento di mentalità al quale siamo invitati: non più lavorare per nostro conto, ma per il bene degli altri, non più per attirare l'affetto o l'onore, ma per servire la vita, il valore reale della persona.
"Seguitemi", non state seduti nel vostro stile di vita, mettetevi in cammino.
Il nostro Dio è un Dio di strada, che va avanti, non è statico.
Abbandonate i vostri preconcetti, aagliate i vostri valori alla luce della vita che sorge sempre nuova, sempre sorprendendete, mai scontata.
Seguire Cristo non richiede qualità particolari, non è una scelta di èlite: basta essere pronti a camminare verso la luce, a servizio degli uomini e non più dei nostri piccoli comodi.
Spesso di fronte all'ingiustizia, alla violenza del mondo, noi reagiamo lasciandoci coinvolgere dagli stessi meccanismi di violenza, di contrapposizione. Oppure reagiamo con l'abbattimento, con la passività, con la rinuncia, col dire "non c'è niente da fare contro il male, contro l'ingiustizia".
Invece l'indicazione che ci viene da Gesù è molto chiara: occorre che ogni volta che il male, la tenebra prevale, che si accenda una luce.
Deve esprimersi una potenza di vita, questo oggi avviene attraverso di noi.
E' questo tipo di reazione che è necessario. Più l'ingiustizia diventa grande, più le tenebre si espandono, più la luce deve risplendere, più l'impegno di fraternità, di condivisione, di trasparenza di vita deve esprimersi nella nostra vita.
Il nostro compito è essere luce, far risplendere la luce del Vangelo, non dobbiamo schernirci e dire che non siamo capaci, perché è il Signore che lo fa attraverso di noi, seguire Cristo richiede di essere pronti a camminare verso la luce e a servizio degli uomini.

Fonte:http://www.qumran2.net/

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