don Luciano Cantini"Io non lo conoscevo"

Io non lo conoscevo
don Luciano Cantini  
II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/01/2017)
Vangelo: Gv 1,29-34 
Ecco l'agnello di Dio
Cosa effettivamente abbia detto il Battista vedendo Gesù venire verso di lui non è dato di saperlo, il
Vangelo ci dona l'immagine dell'Agnello, assai caro all'evangelista Giovanni che fa coincidere il sacrificio della Croce all'offerta sacrificale degli agnelli per la Pasqua dei giudei. È abbastanza plausibile che l'affermazione del Battista sia più frutto della esperienza pasquale della comunità cristiana che un fatto reale, oltretutto la parola aramaica talià è ambigua e potrebbe indicare sia agnello che servo. Si potrebbe ipotizzare che il Battista avesse l'intenzione di applicare a Gesù l'immagine del Servo di cui ci parla Isaia (Is 42,1-8; 49,1-6; 50,4-9.10; 52,13-53,12), una figura di scelto da Dio che vive pienamente la dimensione del servizio, nell'obbedienza fino alla fine; lascia alla violenza che lo circonda e incombe su di lui di sovrastarlo e umiliarlo ma la sua coerenza è motivo di salvezza.
Il peccato del mondo!
Prima ancora di cercare di capire il significato del peccato è opportuno notare l'uso del singolare per superare un certo moralismo che tende a individuare peccati in ogni dove, a scoprirne dimensioni e caratteristiche diverse, a alimentarne la casistica. Non interessano le multiformi manifestazioni quanto la radice stessa del peccato, l'atteggiamento di fondo, l'opzione fondamentale dell'umanità.
Peccato traduce il termine greco hamartia con il significato di errore fatale, fallimento, mancare il bersaglio. È il fallimento dell'umanità di cui il Servo di Dio si fa carico (cfr. Is 53,4) subendone le conseguenze fino alla morte, rispondendo però con un amore talmente pieno da far fallire la morte nel suo intento.
Invece la parola italiana peccato deriva dal latino peccatum che significa violazione, trasgressione, infrazione di una norma stabilita. Si capisce allora come la cultura e l'uso di una lingua possa aver condizionato il senso delle cose. Ancora diverso è il significato del corrispondente ebraico, che appartiene alla cultura dell'evangelista, khata significa smarrirsi, perdere la strada che conduce a Dio. Non possiamo non pensare ai tanti smarriti che il Signore cerca e incontra.
Dovremo domandarci l'origine dei tanti fallimenti del genere umano, dei bersagli mancati e degli obiettivi sbagliati. Perché ci lasciamo dominare dall'egoismo, dal potere sulle cose e sulle persone, dalle strade facili; perché siamo attratti dalla trasgressione nelle piccole e nelle grandi cose perdendo di vista ciò che è buono.
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rm 12,2).
Gesù è l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Lui ha già fatto tutto quanto era necessario fare. Non c'è da conquistarsi una salvezza tentando di rimanere dentro delle regole o riparare al peccato con penitenze, sacrifici, piuttosto con un nuovo modo di vedere, con un cambiamento di mentalità che ci permette di superare i fatti contingenti e dare un orientamento alla nostra vita. Uno solo è il vero peccato: vivere senza Cristo, e senza il Prossimo, incapaci di lasciarsi amare e di tessere relazioni d'amore. Più che fissarci sui cumuli di peccati che disseminano la vita dovremmo essere affascinati da ciò che ci sta davanti.
Io non lo conoscevo
Non è possibile che il Battista non sapesse di Gesù e della sua parentela, eppure per due volte ripete io non lo conoscevo. Sembra quasi un ritornello atto a evidenziare, attraverso un prima e un poi, la sua relazione con lui segnata dal battesimo perché egli fosse manifestato a Israele e dalla testimonianza nei confronti di colui che battezza nello Spirito Santo.
Il Battista - e con lui l'autore del Vangelo e noi che lo ascoltiamo - non lo conosceva perché si era fermato all'apparenza, non era entrato nella profondità del Cristo, non si era lasciato immergere (battezzare) in Lui.
Fermarsi a ciò che sappiamo di lui non basta bisogna entrare nella sua e nella nostra missione e contemplare l'azione dello Spirito. L'esperienza della fede rimane una non-conoscenza che adombra la vita nella sua quotidianità, ma anche una azione che inaspettatamente sa vedere la luce di Dio ed aprirsi alla forza dello Spirito.
Giovanni lascia alle spalle la sua non conoscenza, guarda lontano, contempla lo Spirito, diventa testimone.


Fonte:http://www.qumran2.net/

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