Don Marco Ceccarelli, "Il cristiano non deve essere sale e luce; il cristiano “è” sale e luce. Lo è"

V Domenica Tempo Ordinario “A” – 5 Febbraio 2017
I Lettura: Is 58,7-10
II Lettura: 1Cor 2,1-5
Vangelo: Mt 5,13-16
- Testi di riferimento: Is 52,5; Ez 36,20-22; Zc 4,11-14; Mt 4,15-16; 12,33; 28,19-20; Mc 4,21-22;
9,50; Gv 8,12; 15,4-8; Rm 2,17-24; 1Cor 10,31; Gal 1,23-24; Ef 5,8-9; Fil 2,14-15; Col 4,6; 1Ts
4,9-12; 2Ts 1,11-12; 1Tm 5,25; 6,1; Tt 2,5; 1Pt 2,12; 4,10-11; Ap 2,5; 11,4
1. La missione dei cristiani. Dopo la solenne introduzione costituita dalle Beatitudini con le quali

Gesù enunciava le categorie di persone che hanno il giusto atteggiamento per entrare nel regno di
Dio, il discorso della montagna (Mt 5-7) continua rivolgendosi direttamente ai suoi discepoli. Tutto
il discorso della montagna è rivolto ai discepoli (cfr. Mt 5,2); Gesù parla per i cristiani, mostrando
in cosa consista la loro chiamata a seguirlo. Quelle che troviamo nel breve brano odierno di Vangelo
sono dunque le prime dirette affermazioni di Gesù riguardo ai suoi discepoli, che fanno seguito a
quella dei due versetti precedenti relativi alla persecuzione. La prima cosa infatti che Gesù dice loro
è che essi saranno perseguitati (vv. 11-12). Non è certo un inizio molto incoraggiante! Ma la realtà
della persecuzione è indicativa del fatto che i cristiani hanno un ruolo pubblico per il mondo. Gesù
nel v. 12 paragona i suoi discepoli ai profeti antichi. Come loro, anche i cristiani hanno una missione
pubblica, palese, sociale, a causa della quale si attireranno una persecuzione. I cristiani hanno
una missione in funzione della “terra” e del “mondo”, cioè di tutti gli uomini di tutti i tempi. Le
prime affermazioni di Gesù ai suoi discepoli riguardano quindi la loro missione nei confronti
dell’umanità. E, curiosamente, ciò è anche l’oggetto delle ultime parole riportate da Mt alla fine del
suo Vangelo (28,19-20). Nel Vangelo odierno la missione dei cristiani viene rappresentata con la
metafora del sale e soprattutto della luce.
2. “Risplenda la vostra luce”.
- Il cuore del Vangelo di oggi è costituito dal v. 16. Qui possiamo sottolineare due cose. Va notato
che il verbo “risplenda” è l’unico imperativo che appare nel brano. Il cristiano non deve essere sale
e luce; il cristiano “è” sale e luce. Lo è, potremmo dire, ipso facto, per il fatto stesso di essere cristiano.
La questione che si pone è se tale sale e tale luce dovessero fallire nello svolgimento del servizio
che costituisce la loro ragion d’essere. Per il sale salare non è un optional, né un aspetto secondario
del suo essere sale. Il sale esiste per salare; punto. Quello è il fondamentale e unico senso
del suo esistere. Lo stesso dicasi per la luce. Ma, paradossalmente, si può dare il caso in cui questo
non avvenga. Ciò sarebbe un grosso problema perché per il mondo non ci sarà altro sale o luce. I
due articoli (“il sale … la luce”) stanno a dire che questo ruolo nel mondo è svolto soltanto dai discepoli
di Gesù. Dunque l’imperativo non è “siate luce”, ma “risplenda la vostra luce”; cioè: non sia
che questa luce che è fatta per illuminare se ne stia nascosta.
- La luce dei cristiani che deve brillare e illuminare il mondo sono le loro “buone opere”. Queste
opere buone vengono poi delucidate – perché non ci sbagliamo – a partire dal v. 17 e che ascolteremo
nel lungo brano del Vangelo della domenica prossima. E che in definitiva sono le opere di
Cristo; perché lui è la luce, come ci aveva detto Mt in 4,15-16. I cristiani riflettono le stesse opere.
Mt è il Vangelo delle opere. Non qualsiasi opera. Anche gli scribi e i farisei facevano opere buone.
Ma Gesù dice che la giustizia dei discepoli è superiore a quella degli scribi e dei farisei (Mt 5,20). A
questo proposito possiamo fare una considerazione preliminare sul fatto che il cristianesimo non è
questione di chiacchiere. Non è una dottrina speculativa. Non è un prodigio di architettura filosofica.
Si può correre il rischio di trasformare il cristianesimo in una filosofia del linguaggio, vale a dire
in una realtà virtuale, che esiste solo a livello di parole, ma non nella realtà. Per esempio: il discorso
della montagna (che appunto continueremo ad ascoltare nella prossima domenica) che è un insieme
di opere concrete, dove si vede? Chi lo pratica? Magari se ne parla; magari molti restano ammirati
di cotanta sublimità di dottrina. Ma esiste da qualche parte nella realtà? Certamente esiste, anche se
non lo vediamo così frequentemente in mezzo a noi. Però ci può essere non di rado una profonda
dicotomia fra il dire e il fare. Gesù dice: «Non fate secondo le loro (dei farisei) opere, perché dicono
ma non fanno» (Mt 23,3). Consci di questa dicotomia, può sorgere allora per alcuni la tentazione di
abbassare il linguaggio, vale a dire di ridurre la dottrina, di semplificarla; oppure semplicemente di
non parlarne, pensando che in fondo non si può applicare. Altri, vedendo questo “tradimento”
dell’insegnamento di Cristo, al contrario affermano con forza la radicalità del Vangelo, senza però
forse riuscire a metterlo in pratica, aumentando così il rischio che il cristianesimo sia ridotto ad una
filosofia del linguaggio. Dobbiamo essere coscienti di questo pericolo, altrimenti vivremo sempre di
più una schizofrenia religiosa. «È meglio tacere ed essere piuttosto che dire e non essere» (Sant’Ignazio
di Antiochia agli Efesini, XV).
- Un ruolo pubblico. Come era stato per il popolo di Israele in mezzo alle nazioni, così la Chiesa è
in funzione di un servizio al mondo. Non ci può essere un cristiano solo per se stesso; qualsiasi cristiano,
se è tale, non può che fare un servizio al mondo. Come il sale insipido e una luce nascosta
sono assolutamente inutili, così sono i cristiani che non svolgono la loro missione. Si assiste oggi ad
un tentativo di voler relegare la dimensione cristiana nelle sacrestie. Come a dire: vuoi essere cristiano,
credere a quello che insegna la Chiesa, sostenere le tue tesi etico-religiose? Fai pure, basta
che lo fai all’interno dei tuoi ambienti di culto. Quando invece sei nella sfera pubblica allora la dimensione
religiosa deve rimanere nascosta. Insomma, la fede andrebbe vissuta soltanto nel privato.
Il fatto è che invece il cristiano ha una missione pubblica proprio in quanto cristiano; e questo per
comando esplicito di Cristo. La luce deve stare sul candelabro, non dentro un cassetto. Essere nascosti
significa essere nel posto sbagliato, come una lampada sotto il letto. Il cristiano svolge la sua
missione sul candelabro, cioè lì dove Dio lo ha posto per rendere testimonianza. Nell’Antico Testamento
il candelabro (la menorah) segnalava la presenza di Dio nel santuario, e la sua luce non
doveva mai essere spenta. Ogni cristiano ha un suo candelabro, un suo posto, nella Chiesa e nel
mondo; perché adesso è nel mondo che occorre segnalare la presenza di Dio. E ciò il cristiano lo
realizza rimanendo lì dove Dio lo ha messo. Nonostante le nostre ambizioni o le nostre difficoltà ad
accettare quella realtà in cui Dio ci ha posto a vivere, possiamo compiere la nostra missione, perché
questo è il motivo per cui Cristo ci ha chiamati a seguirlo. «Una Chiesa e una teologia che dimentica
o nega il mandato missionario dei credenti come messaggeri di salvezza in un mondo minacciato
dal disastro rinuncia al suo stesso fondamento e ciò facendo rinuncia a se stessa» (Martin Hengel).
3. “Affinché diano gloria al Padre vostro”. Il fine della missione dei cristiani è quella della glorificazione
del Padre. Il cristiano è colui che è unito a Cristo come il tralcio alla vite, e quindi produce
lo stesso frutto della vite. Il Padre è glorificato “per mezzo” di questa unione a Cristo che porta molto
frutto (Gv 15,8). Il servizio dei cristiani al mondo è quello che porta gli uomini a glorificare Dio.
Ai cristiani è richiesto, come prima di loro ai giudei (Rm 2,17-24), di vivere in conformità alla volontà
di Dio. Quando i credenti in Jahvè trasgrediscono i suoi comandi il Suo nome è bestemmiato,
è disonorato (Ez 36,20-22), perché le genti conoscono un Dio che non corrisponde al vero. Sono le
opere dei cristiani che possono far conoscere chi è Dio, perché dai frutti si riconosce la pianta (Mt
12,33); ma se le loro opere non fossero quelle di figli, non rivelassero cioè il Padre, Dio sarebbe conosciuto
per quello che non è. Ora, dice Gesù, le opere del cristiano che rivelano il Padre celeste
sono sì quelle vissute in conformità ai comandamenti, ma nel modo in cui Cristo li interpreta, secondo
la loro verità più profonda, come ascolteremo nel resto di Mt 5. È la santità dei cristiani che
fa conoscere la santità di Dio (Mt 5,48).
4. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono
uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati
e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori;
condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e
dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio … Come è
l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani … Dio li ha messi in un posto tale che ad essi
non è lecito abbandonare (A Diogneto, V-VI).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/