don Marco Pedron, "Vieni e seguimi, ti va di seguirmi!


Vieni e seguimi, ti va di seguirmi
don Marco Pedron
III Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) 
Vangelo: Mt 4,12-23 
Nel vangelo di oggi Mt ci presenta l'inizio dell'attività di Gesù.
"Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea lasciò Nàzaret e andò ad
abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali" (Mt 4,12-13).
Il Battista è stato arrestato e l'aria si fa pesante, pericolosa. Quindi Gesù scappa e sale al Nord in Galilea, lascia Nazaret e va ad abitare a Cafarnao.
Troviamo varie volte nei vangeli che Gesù "scappa". Meraviglia che Gesù sia stato ammazzato, meraviglia è come sia riuscito con le sue idee, con il suo messaggio, a vivere così tanto.
E' interessante che sia Nazaret che Cafarnao non vengano mai nominate nell'A.T.. Cafarnao, comunque, era una città importante, di frontiera.
"Sulla riva del mare": in realtà però non è il mare ma il lago di Genesaret. Ma perché l'evangelista parla di mare quando si sa benissimo che è un lago? Perché sostituendo "mare" a "lago", Mt dà un'indicazione teologica. Il mare era quello che separava Israele dai pagani ma soprattutto era quello che il popolo d'Israele aveva passato per fuggire dalla schiavitù egiziana. Indicava quindi la piena liberazione. Quindi, per Mt, Gesù è il nuovo Mosè che viene a liberare il suo popolo.
"Perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta" (Mt 4,14-17).
Mt vede in questo fatto (che Gesù cioè si stabilisce sulle rive del lago di Genesaret) il compimento della promessa messianica (Is 8,23, dove si parla di "Galilea delle genti").
Mentre la Giudea deve il suo nome a Giuda, uno dei patriarchi più importanti, questa regione al nord era talmente disprezzata (d'altronde era una regione abitata da poveri, da bifolchi, da gente violenta e i Giudei erano disgustati di questa gente) che lo stesso Isaia non sa come definire questa regione ed usa un termine dispregiativo. La chiama, infatti, "la provincia o il distretto dei non ebrei". Distretto, in ebraico, è Ghelil da cui Galilea.
Ebbene, come secoli prima in quella regione di tenebre era sorta una luce, così Gesù è la nuova luce che illuminerà altre persone ("Voi siete la luce del mondo" Mt 5,14).
Gesù poi inizia la sua attività: "Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi (metanoeo), perché il regno dei cieli è vicino"." (Mt 4,17).
Il verbo convertirsi nei vangeli, in greco, si trova in due maniere.
1. Epi-strepho indica il ritorno religioso a Dio. Prima non pregavi, non credevi, non andavi al tempio e poi è successo qualcosa e ritorni a Dio attraverso il culto, la legge e i sacrifici. Gv non lo usa mai; Mt e Mc una sola volta; Lc poche volte.
2. Meta-noeo (cambiamento di pensiero-noeo; il pensiero nell'antichità era la sede non solo dei pensieri ma anche dell'azione), invece, indica un cambio di mentalità che incide, cambia il comportamento.
Questo perché con Gesù non c'è più da tornare verso Dio, ma da accogliere questo Dio, e con Lui e come Lui, andare verso gli altri. Quindi conversione significa orientare diversamente la propria esistenza.
Conversione vuole dire: 1. mi accorgo che c'è un comportamento, un'idea, che non va; 2. accolgo la forza di Dio che 3. mi permette di cambiarla.
Conversione, metanoeo, mi invita a fermarmi sulle mie "conversioni" e sulle mie "conversazioni interiori": quello che mi dico, i miei pensieri, determinano le mie emozioni.
Sto insegnando a scuola e c'è un allievo a cui cade la testa dal sonno (evento). Penso: "Lo sto annoiando" (pensiero). Il pensiero mi fa triste (emozione): "Con tutto il tempo che ci ho dedicato ieri..." e fisiologicamente sento un po' di ansia (reazione fisiologica): "Cosa devo fare adesso x renderlo attento?". Dov'è il problema? Il problema è quello che penso: "E' colpa mia se ha sonno". Se avessi pensato (com'era!): "Forse ha fatto tardi ieri sera... forse ha dormito poco...", mi sarei evitato quella tristezza.
Un ragazzo doveva fare l'esame della patente. Quando lo vedo gli dico: "E allora?". E lui: "Sono un fallimento totale... sono davvero un fallito". Ci stava malissimo. Capisco, non è bello essere bocciati, ma un esame non è la vita (poi è passato!!!). Perché stare così male? Perché non pensare: "Ce la farò la prossima volta! Studierò di più! Non è la fine del mondo!".
Outlaw invece dice: "Occhio ai tuoi pensieri, perché si trasformano in parole!... Occhio alle tue parole, perché si trasformano in azioni!... Occhio alle tue azioni, perché si trasformano in atteggiamenti!... Occhio ai tuoi atteggiamenti perché si trasformano in carattere!... Occhio al tuo carattere perché si trasforma in destino".
Allora convertirmi (metanoeo) è innanzitutto per me: "Prima li individuo e poi cambio i miei pensieri che mi fanno soffrire".
Molti pensieri sono dei veri e propri virus per la nostra vita, che creano epidemie di dolore, paura, colpa e angoscia: "Piacerò?... Bisogna assolutamente!... Non si deve mai... E se non gli andrò bene?... Devo proprio... E se poi succede questo?... E se sbaglio?... E se deludo?... Nessuno mi vuole!... Non piaccio a nessuno!... Sono un disastro!... Non ho futuro!... Non sono capace!... Ormai è troppo tardi!... Non c'è più niente da fare!... Tu sei tutto!... Sarò sempre triste!... E' un dolore troppo grande!... Non riuscirò mai più a riprendermi!... Senza di lui la vita non ha senso!... Se ne è andato per colpa mia!... Cosa faccio di male?... Ho un brutto carattere!... Non cambierò mai!... La mia vita è inutile!... E' troppo tardi!... Sono così e rimarrò sempre così! Nessuno mi ama!... Non merito di essere felice con tutta questa gente che soffre!... E se un giorno mi ammalo?... E se mi succede che...? E se poi...? Non finirà mai!... Ecc".
Ma come sarà la tua vita con questi pensieri, con questi virus che hai dentro? Ma è la vita difficile o dolorosa, o sono i tuoi pensieri che la rendono così? Perché se sono i tuoi pensieri qualunque posto e qualunque situazione sarà così.
Un uomo esce dalla sua stanza e inizia ad urlare: "Non ci vedo più... non ci vedo più... portatemi subito in chirurgia per operarmi subito". Arriva lo psichiatra e gli toglie gli occhiali neri che ha addosso: "Adesso ci vedi?". "Sì". "Operazione fatta!".
La prima conversione allora è quella che io devo operare sui miei pensieri. Io penso e non sono pensato dai miei pensieri. Io sono il capitano dei miei pensieri e non i miei pensieri di me.
Ma perché convertirsi? Chi me lo fa fare? Ecco il motivo: "Il regno dei cieli è vicino" (Mt 4,17). E' vicino perché non è ancora realtà. Lo diventerà realmente con l'accoglienza delle beatitudini nel capitolo successivo (Mt 5,3).
Ma cosa si intende con il "regno dei cieli" (Mt 4,17)? Gesù non parla di un regno "nei" cieli, cioè nell'aldilà. Anche noi diciamo grazie al cielo! Mica ringraziamo l'atmosfera: è una maniera per dire grazie a Dio.
Mt scrive per una comunità di ebrei ed evita di utilizzare il termine "Dio" tutte le volte che gli è possibile per non offendere la sensibilità dei suoi lettori e in alcuni casi usa dei sostituti. Uno di questi è proprio "regno dei cieli". Quindi, "regno dei cieli" significa semplicemente il "regno di Dio". Cioè: Dio che diventa re del popolo, della tua vita.
Regno dei cieli è un'espressione che troviamo soltanto in Mt e indica semplicemente il regno di Dio.
Ma perché regno? Mentre i regni della terra sono fatti per dominare, per sottomettere, per conquistare, il regno di Gesù (e lo si vedrà in ogni pagina del vangelo) è un regno dove lui, il re, si prende cura dei più poveri, degli afflitti, dei miserevoli, di coloro che sono bisognosi. Non è più un regno dove il re chiede, domanda, pretende, obbliga, impone leggi, sanzioni e tasse, ma un regno dove il re si offre, si dona, si prende cura.
Mt 20, 25-28: Gesù li chiamò a sé e disse: "Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti".
Il discepolo di Gesù non si chiede: "Ma cosa fanno gli altri? Ma perché solo io? Ma gli altri... Perché la gente non fa". Il discepolo di Gesù sa che la sua missione è offrirsi, annunciare, portare un messaggio di gioia, di vita e di speranza. Se lo accolgono bene; altrimenti peccato per loro: un'occasione persa! "Io faccio la mia parte e sono felice; quello che tocca a voi ve la vedrete con il vostro cuore".
"Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello" (Mt 4,18). Ritorna "il mare" per "il lago".
Simone e Andrea hanno nomi greci quindi significa che provengono da una famiglia abbastanza aperta. Una famiglia ortodossa ebrea mai avrebbe messo nomi non ebrei ai propri figli.
Simone, in particolare, è conosciuto, per la sua testardaggine. Infatti il suo soprannome, "Pietra" (Cefa) indica un tratto del suo carattere, la sua caparbietà, che verrà scoperta più avanti lungo tutto il vangelo.
"Gettavano le reti in mare, poiché erano pescatori" (Mt 4,18).
In Ez 47,10 c'è la profezia dove si dice che il tempo del Messia sarà un tempo di abbondanza per i pescatori (Ez 47,10: "Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engaddi a En-Eglaim vi sarà una distesa di reti. I pesci, secondo la loro specie, saranno abbondanti come i pesci del Mar Mediterraneo").
"E disse loro: "Venite dietro a me (lett.)"" (Mt 4,19). E' interessante che Gesù per iniziare la sua comunità non va in cerca di monaci come gli esseni o le persone pie come i farisei o gli appartenenti al clero come i sacerdoti o i benestanti e potenti sadducei e tanto meno i teologi, gli scribi, ma chiama gente normale.
"Venite dietro a me": Lui è il riferimento, Lui è davanti e noi dietro ma lui ha bisogno di noi.
Lui sceglie questi pescatori: non gente particolare ma soltanto disponibile. S. Paolo in Rm 8,15-17 dice qualcosa di meraviglioso: "E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre". Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo...".
A noi questa cosa di essere figli adottivi ci suona un po' male. Una volta l'adozione di un potente significava individuare tra le persone quello che era il più capace di portare avanti la sua opera. Un re quando si vedeva ormai alla fine dei suoi anni, non lasciava il regno al figlio che aveva avuto ma sceglieva tra i propri generali o ufficiali, un individuo che riteneva capace come lui di portare avanti il regno e lo adottava a suo figlio.
Quindi essere adottati a figli significa essere riconosciuti come capaci di continuare l'azione di colui che adotta. Allora il fatto che noi siamo figli adottivi significa, ed è stupendo, che Dio ha tanta stima di ognuno di noi.
1. Dio ha stima di te. Dio ha più fiducia di noi perché ci conosce meglio di noi. Noi abbiamo paura ma lui, invece, ha fiducia, stima di noi. Sa cosa possiamo fare. Conosce la nostra grandezza.
Mandela diceva: "Un vincitore è solo un sognatore che non si è arreso". E ancora: "La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati, la nostra paura più profonda è di essere potenti oltre misura. È la nostra luce, non il nostro buio che ci fa paura".
Noi ci chiediamo: "Chi sono io per essere così brillante, così grandioso? Così pieno di talenti, favoloso?". In realtà chi sei tu per non esserlo? Tu sei un figlio di Dio. Se tu voli basso, non puoi servire bene il mondo. Non si illumina nulla in questo mondo se tu ti ritiri, appassisci. Gli altri intorno a te non si sentiranno sicuri. Noi siamo nati per testimoniare la gloria di Dio dentro di noi". Noi no, ma Dio sì: Lui conosce la nostra grandezza.
2. Dio ha bisogno di te. La mistica Etty Hillesum nel suo meraviglioso Diario dice: "Non saremo noi, o Signore, un giorno a chiamarti in causa e a dirti: "Dov'eri Tu?", ma sarai Tu un giorno a chiamarci in causa e a dirci: "Dov'eri tu o uomo?"".
Durante la guerra il Duomo di Colonia viene bombardato e il Cristo cade e si rompono le mani e i piedi. Allora viene raccolto dalle macerie e il parroco ci mette un cartello: "Dio non ha mani se non che le nostre mani (per fare, costruire, realizzare, cambiare), Dio non ha piedi se non che i nostri piedi (per andare, incontrare), Dio non ha cuore se non che il nostro cuore (per amare questi uomini e questo mondo).
E dice loro: "Vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19). E' interessante che questo titolo "pescatori di uomini" verrà poi abbandonato dalla chiesa. Preferiranno farsi chiamare "pastori", titolo che Gesù non aveva dato a nessuna persona (solo Lui si è definito così: "Io sono il Buon Pastore" Gv 10,11) piuttosto che "pescatori di uomini". Ma cosa significa quest'espressione?
Se io pesco un pesce, lo tiro fuori dal suo habitat naturale, la vita, e portandolo a terra gli do la morte. Ma pescare un uomo, invece, significa tirarlo fuori da quello che gli può dare la morte. Infatti un uomo che sta in mezzo all'acqua, sta per affogare e pescarlo significa tirarlo fuori e dargli la vita. Quindi gli apostoli sono chiamati ad andare dietro Gesù per comunicare vita a tutta l'umanità.
E' interessante che Gesù non dice: "Venite dietro di me e vi farò maestri di spiritualità, vi farò diventare santi, vi farò diventare asceti". Ma dice: "Venite dietro a me e vi farò capaci di togliere le persone dalla morte per ridare a loro la vita".
"Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono" (Mt 4,20). 1943: siamo in piena guerra e l'agnostico e indifferente Lorenzo Milani (fu battezzato solo per timore delle leggi razziali e i suoi genitori sposati solo civilmente si sposarono religiosamente per lo stesso motivo), di famiglia bene e agiata, assiste alla morte di un giovane sacerdote e, interpellato nel suo profondo, dice: "Io prenderò il suo posto". Così fece e così fu.
La fede non è una produzione di preghiere, di salmi, di concetti religiosi. La fede è andare. Dio mi chiama (chiamata) e io sono chiamato a rispondere (respondeo: la responsabilità!).
C'è una chiamata (vocatus, vocazione): è qualcosa che mi tocca... che mi interpella, che dice al mio cuore: "Tu!" e c'è una risposta (responsabilità) che è sempre una pazzia a pensarci bene.
La fede è andare: c'è qualcosa che mi "tocca", che mi sollecita: la fede è coinvolgersi, mettersi in gioco, scendere: "Ci sono io! Io vado! Eccomi! Non posso far finta di niente! Non posso tirarmi indietro! Non posso vivere e sottrarmi alle mie responsabilità! Devo andare!". Dire di "no", è già una risposta, tanto quanto dire di "sì".
Le persone a volte dicono: "Ma qual è la mia chiamata? Ma cosa devo fare io nella vita?". E' una domanda da porsi certo, ma a volte è un modo per sfuggire dal coinvolgersi. Si aspetta la grande chiamata e si fugge dalle piccole chiamate di ogni giorno.
Coinvolgiti nella scuola, nel lavoro, nell'ingiustizia, nel territorio: "Puoi stare zitto? Puoi tirarti indietro? Puoi far finta di non sapere, di non aver visto?".
M. Buber: "Si diceva che alle porte di una città c'era un mendicante che sapeva chi era il Messia. Così un rabbino, appena sentita la notizia, si mise subito in viaggio, desideroso di sapere chi fosse. Quando arrivò alla città, effettivamente trovò alle porte della città un uomo che mendicava. "Mi hanno detto che tu sai chi è il Messia? E' vero?". "Sì, è vero". "Ti prego, allora, dimmelo. Chi è il Messia?". "Tu!".
Poi c'è poi la chiamata di altri due apostoli, Giacomo e Giovanni: "Andando oltre vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono" (Mt 4,21-22). Questi due hanno nomi giudaici, ebrei. E nel corso del vangelo si vedrà come il loro atteggiamento rispecchia il loro nome.
E qui Mt sottolinea che c'è la presenza del loro padre, Zebedeo.
Gesù li chiama ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre. Per seguire Gesù bisogna abbandonare il padre. Il padre indica l'autorità. Per seguire Gesù bisogna abbandonare il padre, ogni padre, ogni autorità, perché l'unico padre è il Padre dei cieli.
"Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo" (Mt 4,23).
Mt adopera due verbi differenti per l'azione di Gesù. Nelle sinagoghe Gesù insegna: cioè prende dal patrimonio dell'A.T. e poi lo propone, lo spiega. Quindi nelle sinagoghe Gesù si rifà alla ricchezza dell'A.T.. Ma per annunciare la buona notizia del regno, Gesù non insegna ma annuncia.
Quando Gesù si rivolge agli ebrei insegna; quando si rivolge a miscredenti o a non ebrei, Gesù annuncia o predica. Cioè annuncia il nuovo senza il bisogno di andare a ripescare nell'antico.
Qui per la prima volta appare il termine "vangelo" (euanghelion=buona notizia). E qual è la buona notizia? La buona notizia è quella del regno, cioè di un annuncio che non è solo parola ma azione guaritrice e di vita.
Pensiero della Settimana
Alcune persone vicine... sono molto lontane.
Alcune persone lontane... sono molto vicine.

Fonte:http:http://www.qumran2.net/

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