FIGLIE DELLA CHIESA LectioDivina"Epifania del Signore"

Epifania del Signore
Antifona d'ingresso
È venuto il Signore nostro re:
nelle sue mani è il regno, la potenza

e la gloria.(cf. Ml 3,1; 1Cr 19,12)

Colletta
O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella,
hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio,
conduci benigno anche noi,
che già ti abbiamo conosciuto per la fede,
a contemplare la grandezza della tua gloria.

PRIMA LETTURA (Is 60,1-6)
La gloria del Signore brilla sopra di te.
Dal libro del profeta Isaìa

Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 71)
Rit: Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.

O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto. Rit

Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra. Rit

I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti. Rit

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri. Rit

SECONDA LETTURA (Ef 3,2-3a.5-6)
Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Canto al Vangelo (Mt 2,2)
Alleluia, alleluia.
Abbiamo visto la sua stella in oriente
e siamo venuti per adorare il Signore.
Alleluia.

VANGELO (Mt 2,1-12)
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.
+ Dal Vangelo secondo Matteo

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA
Dopo la proclamazione del Vangelo, il diacono o il sacerdote o un altro ministro idoneo può dare l’annunzio del giorno della Pasqua.

Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.
Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 16 aprile.
In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:
Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 1° marzo.
L’Ascensione del Signore, il 28 maggio.
La Pentecoste, il 4 giugno.
La prima domenica di Avvento, il 3 dicembre.
Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.
A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli.
Amen.

Preghiera sulle offerte
Guarda, o Padre, i doni della tua Chiesa,
che ti offre non oro, incenso e mirra,
ma colui che in questi santi doni
è significato, immolato e ricevuto:
Gesù Cristo nostro Signore.

PREFAZIO DELL’EPIFANIA
Cristo luce di tutti i popoli

E' veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
[Oggi] in Cristo luce del mondo
tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza
e in lui apparso nella nostra carne mortale
ci hai rinnovati con la gloria dell’immortalità divina.
E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli,
ai Troni e alle Dominazioni
e alla moltitudine dei Cori celesti,
cantiamo con voce incessante
l’inno della tua gloria: Santo...

Antifona di comunione
Noi abbiamo visto la sua stella in oriente
e siamo venuti con doni per adorare il Signore. (cf. Mt 2,2)

Preghiera dopo la comunione
La tua luce, o Dio, ci accompagni sempre e in ogni luogo,
perché contempliamo con purezza di fede
e gustiamo con fervente amore il mistero
di cui ci hai fatto partecipi.

Lectio
«Videro il Bambino con Maria sua Madre, si prostrarono e lo adorarono».
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Il Signore sia nel nostro cuore, nella nostra mente, sulle nostre labbra, perché possiamo accostarci con cuore semplice, con la mente libera dalla “folla dei pensieri”, con labbra pure e orecchie circoncise, alla Parola del Vangelo e permetterle di entrare, di prendere dimora e di fecondarci, per l’azione dello Spirito Santo. Maria, icona privilegiata del ciclo liturgico d’avvento-epifania che volge al termine, ci sia maestra e modello nel suo ascolto colmo di fede e ci mostri Gesù, come ai magi e ai servi delle nozze di Cana.

Ascoltiamo! Dal vangelo secondo Matteo (2,1-12)
1Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: “Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. 3All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
6E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo
che sarà il pastore del mio popolo, Israele.
7Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo”. 9Udito il re, essi partirono.
Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Accingendomi ad offrire il frutto della mia lectio divina sulla pagina evangelica che la liturgia ci offre nella solennità dell’Epifania del Signore, do per scontato di entrare in dialogo con fratelli e sorelle che settimanalmente, e nelle grandi solennità, si accostano alla Parola, non solo individualmente ma in comunione con tutti i fratelli e le sorelle che, servendosi di questo umile mezzo, costituiscono una comunità “virtuale” ma reale, giacché lo Spirito che dà la vita non conosce barriere, come il vento, soffia dove vuole e ne senti la voce, tu non sai da dove viene e dove va, ma ne percepisci la luce e avverti la forza unitiva (cf. Gv 3,8). Oso dire che, ogni volta che entriamo in rete, dovremmo “vedere” e “percepire”, con gli occhi della fede, i fratelli e le sorelle che si confrontano con la medesima Parola. Potrebbe essere interessante – non so se fattibile – avere la possibilità di condividere la propria “goccia di miele”   come dicevano i Padri della Chiesa   elaborata nell’ascolto personale che certamente ha preceduto l’incontro mediatico.
In forza di questa supposizione, prima di entrare nel merito della lectio, mi permetto di collegare l’odierna solennità alla prima domenica di Avvento, che avevamo guardato all’interno del ciclo avvento-epifania, evidenziando il significato del tempo e dell’anno liturgico. L’annuncio della Pasqua, opportunamente ripreso, e dato immediatamente dopo la proclamazione del Vangelo, ci permetterà di approfondire l’orizzonte proposto dalla lectio della prima domenica di Avvento e in particolare il senso del tempo scandito dalla centralità della Pasqua   e da tutte le principali festività dell’anno che dalla Pasqua traggono origine   e la “vigilanza” dei Magi.

I primi 12 versetti del capitolo 2 del vangelo di Matteo, a prima vista, sembrano avere un tenue collegamento con ciò che precede e costituire piuttosto il punto di partenza dei fatti che seguono. In effetti, il libro della genealogia col quale Matteo apre il suo vangelo costituisce lo sfondo essenziale del nostro brano. Matteo, infatti, fa risalire la sua genealogia ad Abramo, il progenitore capostipite d’Israele nel quale sarebbero state benedette tutte le stirpi della terra (cf. Gen 12,3; 18,18; 22,18) – a questa universalità della paternità di Abramo Matteo accennerà anche in seguito (cf. Mt 3,9; 8,11; 22,32) – e chiude il vangelo con la visione di Gesù che dal monte dell’ascensione, in Galilea, dopo aver dato ai discepoli “ogni potere” li invia in tutto il mondo dicendo:

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,18b-20).

La menzione di Abramo e delle donne pagane, nella genealogia, mostra senza dubbio l’universalità della salvezza. La prospettiva di tutto il vangelo di Matteo è la proclamazione di Gesù come il Cristo   emergente già nella presentazione di Gesù come Figlio di David e di Abramo, nel concepimento verginale e nella precisazione che i Magi entrati videro “il Bambino con Maria sua Madre”. Non si fa menzione di Giuseppe, della mangiatoia, delle fasce (particolari noti dal vangelo di Luca), a Matteo interessa provare che il Re neonato è il Figlio di Dio e ne è conferma l’adorazione resa dai magi. Dobbiamo quindi entrare nell’intento cristologico ed ecclesiologico proprio di Matteo per leggere l’avvenimento nel suo significato più profondo.
Il compimento delle promesse fatte ad Abramo, con riferimento alla misericordia usata verso Israele, è cantata da Luca sia nel Magnificat di Maria, quando conclude «Come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Lc 1,55) sia nel Benedictus: «Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1,72-75). Zaccaria fa precedere anche il richiamo a David (cf. Lc 1,68).
Ma l’universalità della venuta del messia era accennata già nel libro della Genesi: nel capitolo noto come “benedizioni di Giacobbe”, nell’oracolo su Giuda   un testo difficile in alcuni punti   la tradizione ha riconosciuto un importante oracolo messianico. Si legge, infatti: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli» (Gen 49,10). E per popoli si intendono, tutte le nazioni.
Dunque, la cornice della venuta dei magi è data dall’insieme del prologo (cc. 1-2) e in esso dall’intendimento cristologico ed ecclesiologico, che attraverserà tutto il vangelo di Matteo, ed è anticipato, in modo sintetico ed essenziale, nei primi due capitoli. Matteo non ci narra la nascita di Gesù   la conosciamo dalla narrazione di Luca che, a sua volta, ignora la venuta dei magi – né il luogo della nascita, al termine della genealogia si limita, ad enunciare elementi anteriori alla nascita. Scrive Matteo:

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”". 22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù (Mt 1,18-25).

Solo al versetto 1 del capitolo 2 è nominata Betlemme   e come un dato già a conoscenza dei lettori: ci vengono date le coordinate di luogo e di tempo: “Betlemme”, “i giorni del re Erode”, “Gerusalemme”.

 1Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme.

Siamo subito posti davanti a due città, Betlemme e Gerusalemme, e a due protagonisti: i magi e Erode, in quadri contrapposti. La contrapposizione di intenzioni e sentimenti tra i magi ed Erode a noi diventa chiara solo dopo l’avvertimento, avuto in sogno, di non tornare da Erode (2,12) e soprattutto alla luce dei due episodi successivi: la fuga in Egitto, grazie al comando dell’angelo del Signore che, apparso in sogno a Giuseppe subito dopo la partenza dei magi, dice:

Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo" (Mt 2,13),

e del successivo racconto della strage degli innocenti:

Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi (Mt 2,16).

Si tratta di Erode il grande che aveva ricevuto il titolo di re della Giudea verso la fine del 40 a.C. e morirà il 4 d.C. Il nome di “Erode” accompagnerà tutta la vita di Gesù: tornerà in Matteo nel ritorno di Gesù dall’Egitto, dopo la morte di Erode il grande (Mt 2, 19s) e lo slittamento verso Nazaret a causa della malvagità del successore: Erode Antioco che morirà il 19 d. C. e, infine, con l’Erode che sembrerà ereditare la curiosità di voler vedere Gesù: Erode Antipa, salito al trono il 19 d.C.

Senza tenere presente gli avvenimenti successivi al ritorno dei magi, ci sarebbe preclusa la conoscenza delle intenzioni malefiche di Erode   che causano il turbamento dinanzi alla domanda dei magi   e dell’accurata ricerca per dare una giusta informazione. Obiettivo ultimo del “pellegrinaggio” dei magi è l’adorazione del Bambino che riconoscono come “re dei giudei” e, servendosi proprio di questo titolo, si presentano con ingenuità ad Erode per ricevere indicazioni sulla strada da percorrere per raggiungere la meta. I magi ci appaiono come uomini semplici, ingenui; sembra ben lontano da loro qualsiasi sospetto di mettere il Bambino in bocca al leone e di una possibile reazione di Erode, del quale certamente non ignorano la sovranità su tutta la Giudea. Alla purezza d’intenzione che caratterizza la ricerca dei magi, messi in moto dalla sincera volontà di adorare, si contrappone, dunque, il raggiro di Erode col tentativo di ingannarli, manifestando loro la falsa intenzione di volere anche lui andare ad adorare il Bambino. Non c’è nessun indizio che faccia intravedere il sospetto dei magi dinanzi alla simulazione di Erode, solo l’avvertimento in sogno farà sì che eludano le attese di Erode che, vistosi ingannato dai magi, si serve della citazione profetica e delle informazioni relative all’apparire della stella per ipotizzare   con largo margine!   la fascia di età delle vittime innocenti, nella quale doveva rientrare, senza alcun dubbio nei calcoli umani!, il Bambino perseguitato.

Il secondo elemento che attira la nostra attenzione, restando ancora sul versetto 1, è la contrapposizione dei due centri geografici: Gerusalemme e Betlemme.
Tutti, certamente, conosciamo l’importanza nella storia d’Israele della città di Gerusalemme. Gerusalemme, la fortezza gebusea che, attorno all’anno 1000 a.C., conquistata da Davide, prese il nome di “Città di Davide”, indicando così il possesso esclusivo di essa da parte del re, e fu dallo stesso Davide scelta come capitale del regno per la sua posizione geografica centrale fra le tribù del nord e quelle del sud; con la costruzione del tempio acquistò, nella tradizione nazionale e religiosa d’Israele, grande importanza soprattutto spirituale e cultuale: numerosissimi sono i riferimenti a Gerusalemme che attraversano tutta la scrittura fino all’Apocalisse che contempla la “nuova Gerusalemme”, simbolo della città celeste e della salvezza (cf. Ap 3,12; 21,2).
Betlemme, che significa “casa del pane”   denominata anche Èfrata (cf. Gs 15,59)   è invece una piccola cittadina della Giudea, a circa 8-10 km da Gerusalemme con la quale ha in comune il riferimento a Davide, nativo di Betlemme (cf 1 Sam 16,1ss). L’importanza di Betlemme è tutta legata alla nascita del messia profetizzata dal profeta Michea che scrive:

E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall'antichità,
dai giorni più remoti (Mi 5,1).

Matteo riporta questa citazione come risposta di “tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo”, che Erode aveva convocato per dare risposta alla domanda dei magi, ma con alcune intenzionali modifiche tese ad attualizzare la profezia.

E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo
che sarà il pastore del mio popolo, Israele (Mt 2,6).

Come si può facilmente notare, Matteo integra la citazione di Mi 5,1 con 2 Sam 5,2 evidenziando così, fin dall’inizio, la connotazione cristologia e la vera identità del Messia: non sarà “dominatore”, secondo la citazione di Michea ma “pastore” «sarà il pastore del mio popolo, Israele»   Gesù stesso si attribuirà questa immagine, lo leggiamo in Giovanni 10,11: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» – e si manifesterà come il re mansueto, come Matteo esplicita nella pericope dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme (cf. Mt 21,5).
Siamo posti davanti alla logica di Dio, che si “rivela velandosi e si vela rivelandosi”   e questo in modo emblematico nel mistero dell’incarnazione e massimamente sulla croce. In questo orizzonte Matteo può modificare l’espressione di Michea: «così piccola per essere fra i villaggi di Giuda» in: «non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda». E la causa di questo capovolgimento è proprio l’avvenuta nascita del Messia giustificata da Luca con la circostanza del “censimento di tutta la terra”, voluto da Cesare Augusto, che obbligò Giuseppe e Maria a salire dalla città di Nazareth in Giudea, nella città di Davide chiamata Betlemme (cf. Lc 2,1-5). Notiamo che Luca attribuisce a Betlemme l’appellativo “città di Davide”, proprio di Gerusalemme, probabilmente nel senso di “città nativa” di Davide o per richiamare la profezia di Michea.

Ma cerchiamo di approfondire la contrapposizione tra Erode e i magi.
Riguardando da vicino gli elementi che emergono dal nostro testo, ci accorgiamo innanzitutto che la figura di Erode occupa tutta la prima parte del brano, la più estesa che si svolge a Gerusalemme (vv. 1-9a), e ha un richiamo all’ultimo versetto (v. 12).

Il turbamento di Erode e le sue motivazioni.
Il primo elemento che tradisce l’ambiguità di Erode è il turbamento davanti alla domanda posta dai magi: “Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”.
Un turbamento che stride con la serenità con cui i magi hanno affrontato il lungo viaggio, e la gioia che proveranno al rivedere la stella, e presenta subito Erode come antagonista del “Re bambino” del cui avvento teme per la stabilità del suo trono. Ma la causa remota del turbamento di Erode va cercata nell’orgogliosa sete di potere? Già il profeta Isaia accennava alle conseguenze della venuta del Signore per l’uomo superbo e idolatra. Infatti essa avrebbe comportato l’umiliazione dell’orgoglio umano, la sconfitta e il terrore della superbia di fronte al giudizio divino; la fine dell’uomo aggrappato alle proprie sicurezze: potere, ricchezze, culto degli idoli.

Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre (Isaia 9,5-6).

L'uomo sarà piegato, il mortale sarà abbassato …
L'uomo abbasserà gli occhi superbi, l'alterigia umana si piegherà;
sarà esaltato il Signore, lui solo, in quel giorno.
Poiché il Signore degli eserciti ha un giorno
contro ogni superbo e altero, contro chiunque si innalza, per abbatterlo,…
Sarà piegato l'orgoglio degli uomini, sarà abbassata l'alterigia umana;
sarà esaltato il Signore, lui solo, in quel giorno (Is 2, 9-12.17).

Soltanto l’orgoglio e la superbia, la sete di potere può far tremare davanti all’avvento del Messia. La liturgia delle ore nell’inno alle lodi canta:

Perché temi Erode, il Signore che viene?
Non toglie i regni umani, chi dà il regno dei cieli.

Il sospetto di Dio … è il peccato dell’uomo dall’origine ai nostri giorni: dall’insinuazione del serpente al Eva, con la conseguente paura di Dio (cf. Gen 3,1-10), al tentativo di proclamare “la morte di Dio” in nome dell’auto realizzazione dell’uomo. L’orgoglio, la superbia, le sete di potere e di dominio sono i mali di ieri, di oggi, di sempre, la radice di ogni violenza, di ogni guerra, di ogni povertà. Erode sembra impersonare questo tipo di uomo. Un retaggio che tutti ci portiamo dentro più di quanto crediamo e che, spesso, si presenta camuffato da spoglie di religiosità e di virtù: è il combattimento più duro da affrontare tutta la vita! Non a caso i padri del deserto vedevano l’orgoglio e la superbia come l’ultimo e il più tenace nemico che a differenza degli altri “loghismoi” o “pensieri malvagi” o “demoni”   come chiamavano quelle passioni o tentazioni che in seguito furono chiamati “vizi capitali”   non si alimenta dei vizi ma delle virtù ossia delle vittorie portate sulle altre passioni.
Per lasciarsi guarire è necessario ascoltare e fare vibrare nel cuore la parola di Colui che dice:

Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. … Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita (Mt 11, 25-29).

Accogliere la Parola che salva e lasciarsi conformare a Colui che:

pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio,
ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce …
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre (Fil 2,6ss).

È il segreto per gioire, come i pastori e come i magi, nel riconoscere, nel “Re bambino” e nel “Re crocifisso”, il Salvatore, Colui che non solo non “toglie i regni umani” ma “dà il regno dei cieli” intronizzandoci “con Lui per Lui e in Lui” (cf. Ef 2,3-7) Dice Paolo: “Se con lui morirete con lui anche risorgerete”. Da Betlemme al calvario risuonano le parole di Gesù: “Chi s’innalza sarà umiliato/ chi si umilia sarà innalzato” e si rivela sempre nuovamente la logica di un Dio che si “rivela velandosi” e si “vela rivelandosi”.

La convocazione degli “esperti della scrittura”
4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo.

L’associazione di questi due gruppi è menzionata da Gesù nel contesto della terza predizione della passione (Mt 20,18) e, in forma redazionale, nel contesto della cacciata dal tempio dei profanatori e della successiva acclamazione da parte dei fanciulli “Osanna al Figlio di Davide” (2 21,15). Dobbiamo ricordare che i capi dei sacerdoti nel racconto della passione sono i promotori dell’uccisione di Gesù e gli scribi, tipici avversari di Gesù, esercitavano un notevole nocivo influsso sulla folla contro Gesù. Il verbo greco che traduciamo con riunisco o raduno o convoco è il medesimo che Matteo utilizza per la condanna di Gesù (cf. Mt 22,41; 26,3.57; 27,17.62; 28,12), dunque possiamo ritenere che la convocazione da parte di Erode per una riunione ufficiale di tutti i capi dei sacerdoti e degli scribi del popolo rappresenti già un preludio della condanna. Del resto anche il titolo “Re dei giudei” ritorna solo nella passione, sulle labbra dei pagani, e nell’iscrizione della croce (cf. Mt 27,11.29.37).

La chiamata segreta
7Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella

Il termine greco, che la traduzione italiana rende con “segretamente” è lathra, un avverbio che può essere tradotto anche con nascostamente, furtivamente, a tradimento. Queste possibilità di traduzione gettano una luce sulla falsità delle parole con le quali Erode invia i magi a Betlemme:

Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo.

Il chiamare segretamente o furtivamente è rivelatore delle tenebre che avvolgono questa figura (cf. Gv 3,19-21). Una luce ci viene dalle parole che Matteo riporta all’inizio del discorso missionario: dopo la scelta dei Dodici, prima di inviarli Gesù li istruisce e, predicendo persecuzioni, aggiunge:

Non abbiate dunque paura di loro [coloro che vi perseguitano], poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima (10,26-28).

Il detto si riferisce esplicitamente ai Dodici e se la raccomandazione di non andare tra i pagani può sembrare misteriosa accostata al contesto dei magi   i pagani, infatti, nei magi hanno accolto la novità del regno sul suo apparire – più evidente è la relazione Erode. Infatti, nella serie di contrapposizioni che Matteo presenta in forma di parallelismi antitetici: nascosto/svelato, segreto/conosciuto, tenebre/luce, possiamo vedere le tenebre di Erode vinte dalla fulgida luce della stella che riappare ai magi e si ferma esattamente nel luogo dove si trova il Bambino. Le vere intenzioni di ciò che Erode aveva detto in segreto, in modo ingannevole, vengono portate a conoscenza dei magi, nel sonno, e permettono loro di impedire l’uccisione del Bambino. L’efferata crudeltà di Erode, che non conosce mezze misure e, confidando nell’apparente forza della sua sovranità, fa strage di “tutti” i bambini di Betlemme e di “tutti” i dintorni (cf Mt 4,16-18), non si ferma ma alle vittime innocenti si addice il v. 28 “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima”.

Il tentativo d’inganno sventato
9Udito il re, essi partirono… 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Col v. 9a si chiude la prima parte e si apre la seconda che, con i suoi appena quattro versetti, ci conduce al cuore stesso del brano:

11Videro il Bambino con Maria sua Madre, si prostrarono e lo adorarono … offrirono in dono oro incenso e mirra.

Nello sfondo dell’approfondimento della figura di Erode si staglia ancora più chiara la figura dei magi. Una casta di sapienti dediti all’astrologia, all’interpretazione dei sogni e alla magia. Se il nome e la provenienza dei maghi resta enigmatica sono indiscussi sia il recondito sapere, che traggono dall’osservazione delle stelle, sia la loro appartenenza a popoli pagani: dato importante proprio per l’intendimento ecclesiologico dell’apertura universalistica della salvezza, che abbiamo visto preannunciata già dalla genealogia. La tradizione cristiana li chiama re, precisa che provengono dall’oriente e vengono portando doni. In questi elementi è chiaro l’intento di Matteo di sottolineare il compimento delle antiche profezie, come la prima lettura e il salmo, accostati al vangelo della odierna liturgia, evidenziano (cf. Is 60,1-6; Sal 71-72).

Ma risaliamo all’input iniziale che ha messo in cammino i magi: «2bAbbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
La stella, lungo i secoli, ha costituito un’attrattiva irresistibile. Sebbene nell’opinione diffusa nel mondo antico ogni uomo ha “la sua stella”, che sorge al suo nascere e scompare alla morte, è verosimile che Matteo utilizzi questo simbolo alla luce della profezia di Baalam, un pagano, che chiamato dal re di Moab, Balak, per benedire il suo popolo, profetizza a favore di Israele e dice:

Egli pronunciò il suo poema e disse: Oracolo di Balaam, figlio di Beor,
oracolo dell'uomo dall'occhio penetrante, 16oracolo di chi ode le parole di Dio
e conosce la scienza dell'Altissimo,
di chi vede la visione dell'Onnipotente,
cade e gli è tolto il velo dagli occhi.
Io lo vedo, ma non ora,
io lo contemplo, ma non da vicino:
una stella spunta da Giacobbe
e uno scettro sorge da Israele (Num 24,16-17)

La stella che spunta e lo scettro erano già simboli della nascita del re, l’oracolo di Baalam probabilmente si riferisce alla nascita di Davide, ma nel giudaismo del tempo di Gesù questo testo veniva già letto in chiave messianica, nel vangelo di Matteo la stella è intesa come “segno” della nascita del Messia mentre nell’Apocalisse la stella è Cristo stesso (cfr. Ap 22,16). Non si tratta dunque di continuare ad indagare a quale particolare fenomeno astro-fisico si debba pensare: la stella è decisamente un segno messianico dal libro dei Numeri all’Apocalisse. I magi, rappresentano i popoli della terra, quei popoli preannunciati da Isaia e ai quali Gesù stesso farà riferimento quando, meravigliato della fede del centurione, un pagano, dirà:

In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli (Mt 8,1-11; cf. Lc 13,29).

La stella è scomparsa nell’arrivo dei magi a Gerusalemme e ricompare dopo la ripresa del viaggio verso Betlemme «Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino» (v. 9b).
“La sua stella” diventa ora “la stella”: l’articolo indica che non si tratta di una delle tante stelle ma della stella attesa da secoli. Il suo apparire e scomparire evoca, sebbene con significative differenze, la colonna di fuoco che nella notte accompagnava il cammino esodico del popolo di Dio nel deserto. Per la verità la luce della stella, dopo le informazioni ricevute a Gerusalemme, non sembra più necessaria per raggiungere la meta; la sua funzione sembra piuttosto quella di confermare l’informazione profetica e la stessa intuizione iniziale. Per questo i magi «Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima» (v. 10).
Il nostro percorso di Avvento era iniziato con l’esortazione alla veglia: “Vigilate” e i magi ci appaiono simbolo degli uomini che non si sono lasciati prendere dal sonno e prova tangibile dei frutti che si possono raccogliere dalla vigilanza.

11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Siamo al cuore stesso del brano evangelico, presentato con una brevità e sobrietà sbalorditiva. Quattro, verbi che collegati all’iniziale ricerca e alla ferma decisione di intraprendere il cammino “per adorare”, racchiudono il senso del cammino dei magi e dell’itinerario spirituale di ogni uomo/donna di buona volontà, che cerca la verità con cuore sincero: “Entrare”, “vedere”, “prostrarsi”, “offrire” “ripartire”.
Sono i verbi che ritroviamo, anche se non testualmente, nella chiamata dei discepoli (cf. Gv, 1, 36-42), nel racconto dei discepoli di Emmaus, in Luca, e in ogni celebrazione eucaristica.
“Entrati”: dopo aver intravisto il Mistero è necessario “entrare”, non si può restare sulla soglia. Ma per compiere questo primo passo fondamentale è necessario “attraversare la soglia”, lasciare dietro di noi gli affanni quotidiani, le preoccupazioni; lasciarsi purificare gli occhi e tutte le facoltà per poter vedere. E’ ciò che compiamo nel primo gradino della lectio divina: l’attenzione al testo!
“Videro” il Bambino in una povera grotta, tra le braccia di una semplice fanciulla, ma “videro oltre”, i loro occhi illuminati dal sorgere della stella, dalla profezia e dal riapparire della stella, che si era fermata sopra il luogo dove si trovava il bambino, diventano contemplativi ed entrati possono vedere “oltre” e riconoscere il “Re” che cercavano per adorarlo.
“Si prostrarono e lo adorarono”: Il verbo greco proskynein, che alla lettera significa prostrarsi con la faccia a terra, è un verbo caro a Matteo che lo utilizza 13 volte (contro le 2 di Marco e le 3 di Luca) ricorre soprattutto nei racconti dei miracoli ma anche – e sono i brani che più si accostano alla prostrazione dei magi – nell’omaggio dei discepoli sulla barca, collegato al riconoscimento della identità di Gesù quale Figlio di Dio: «Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”» (Mt 14,33) e nei racconti pasquali (28,9.17).
Prostrarsi e adorare è l’atteggiamento spontaneo di chi è stato messo a contatto con il tanto vicino e alla portata di tutti, come può essere un bambino, e tuttavia sempre “Il totalmente altro”.
“Offrirono”: il tipo di doni richiama i testi di Isaia 60,1-6 e del salmo 71/72. Il significato dell’omaggio offerto attraverso la simbologia dei doni possiamo ricordarlo richiamando semplicemente alcuni versetti dell’inno alle lodi nella solennità dell’Epifania:
Prostrati i santi Magi adorano il bambino,
offron doni d’oriente: oro incenso e mirra.
O simboli profetici di segreta grandezza,
che svelano alle genti una triplice gloria!
Oro e incenso proclamano il Re e Dio immortale;
la mirra annunzia l’Uomo deposto dalla croce.
“Ripartirono”: L’epifania o manifestazione del Signore Gesù, prefigurata nell’AT, diventa radiosa con l’incarnazione del Verbo. La venuta dei magi rappresenta solo la prima manifestazione: tutta la vita di Gesù è un’epifania in crescendo fino alla gloria della croce nella logica cui sopra abbiamo accennato del “rivelare/velando” e “velare/rivelando”. La liturgia delle ore, nel già citato inno ai Vespri, richiama oltre alla venuta dei magi, anche il battesimo nel Giordano e il prodigio di Cana; la liturgia ambrosiana vi aggiunge la moltiplicazione dei pani: il primo evento è la manifestazione dell’identità del Figlio da parte del Padre; il prodigio di Cana fu “l’inizio dei segni compiuti da Gesù” nel quale “Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero a Lui” (Gv 2,1); l’inno ambrosiano, aggiungendovi anche la moltiplicazione dei pani, con riferimento a Matteo 14,15 e// canta: “Con stupore dei cinquemila di cinque soli pani si saziano …”, proiettando così lo sguardo verso l’istituzione dell’eucaristia della quale la moltiplicazione dei pani dalla più antica tradizione è stata intesa una preparazione. La liturgia prolunga la contemplazione dell’epifania del Signore riproponendo la pericope della manifestazione sulle acque del Giordano, nella prima domenica del tempo ordinario, festa del battesimo di Gesù, con la quale si conclude il tempo natalizio e si apre il tempo ordinario e nella seconda domenica del tempo ordinario con la testimonianza del Battista e le nozze di Cana. Solo con la terza domenica del tempo ordinario iniziamo il percorso con l’evangelista Matteo, come l’anno A prevede.
Il ciclo di Avvento-Epifania si chiude, ma l’epifania del Signore continua ogni giorno e raggiunge il suo apice nella liturgia eucaristica. Contemplando la gloria di Dio nel neonato Bambino, osservando nell’esperienza dei magi quale frutto porta la veglia, ossia l’essere vigilanti, lo scrutare i segni della creazione, i segni dei tempi e le Scritture sante, impariamo da Maria, dai pastori e dai magi a vivere nella vigilanza, non una stagione della nostra vita o un tempo liturgico ma l’intera esistenza; solo così ogni tempo cronologico potrà trasformarsi in un chairos, ossia in un momento favorevole, un’occasione di grazia per incontrare e riconoscere il Signore nelle situazioni più felici e più tragiche, più semplici e umili “in un bambino avvolto in fasce” tra le braccia di una giovane Madre, una fanciulla ebrea che fin dalla sua infanzia ha imparato ad ascoltare e a saper custodire nel cuore la Parola nell’attesa che da se stessa si svelasse. E ciò è avvenuto in modo pieno, sebbene ancora tanto misterioso, ai piedi del Crocifisso nella consegna: “Donna ecco tuo figlio”; uno scambio abissale che ancora una volta trasforma le viscere di Maria e le dilata così da poter accogliere l’umanità redenta adottata dal Figlio, e da Madre di uno solo diventa Madre di una moltitudine, da Madre del Figlio di Dio fatto carne, diventa Madre del Corpo mistico di Cristo, della Chiesa, dell’intera umanità e come nelle nozze di Cana non cessa di additare il Figlio e di dire: “fate quello che vi dirà”. Dalla luce della Pasqua il Natale assume tutto il suo spessore teologico! Maria, Gesù, la Scrittura santa, la Chiesa sono la nostra stella che ci conduce senza incertezze ad “adorare” il Mistero.

Appendice
La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo. Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata, paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste. Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti, e i figli della promessa ricevano la benedizione come stirpe di Abramo, mentre a questa rinunziano i figli del suo sangue. Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell'universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto ma in tutta la terra, perché ovunque in Israele sia grande il suo nome (cf. Sal 75,2). Figli carissimi, ammaestrati da questi misteri della grazia divina, celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l'inizio della chiamata alla fede di tutte le genti. Ringraziamo Dio misericordioso che, come afferma l'Apostolo, «ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,12-13). L'aveva annunziato Isaia: Il popolo dei Gentili che sedeva nelle tenebre, vide una grande luce e su quanti abitavano nella terra tenebrosa una luce rifulse (Is 9, l). Di essi ancora Isaia dice al Signore: Popoli che non ti conoscono ti invocheranno, e popoli che ti ignorano accorreranno a te (cf. Is 55,5).
Abramo vide questo giorno e ne gioì (cf. Gv 8,56). Gioì quando conobbe che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè nel Cristo, e quando intravide che per la sua fede sarebbe diventato padre di tutti i popoli. Diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto il Signore aveva promesso, lo avrebbe attuato (cf. Rm 4,20-21). Questo giorno cantava nei salmi Davide dicendo: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome» (Sal 85,9) e ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97,2).
Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete tutti aiutarvi l'un l'altro. Risplenderete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo che con Dio Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen. (Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa).

Tu nella tersa infinità dei cieli
accendi le miriadi di stelle:
o Gesù, pace, vita, luce vera,
ascolta chi ti implora!
Oggi fulgente un astro Ci rivela
il parto verginale
e guida i Magi a prostrarsi
all'umiltà del presepio.
Il rito mistico del tuo battesimo
oggi consacra il corso del Giordano,
che nell'antica storia tre volte
sospinse a ritroso i suoi flutti.
Oggi al banchetto nuziale di Cana
per sorprendente miracolo
il servo dall'idrie ricolme
attinge vino squisito e stupisce
che l'acqua s'invermigli
donino ebbrezza le fonti,
l'onda muti natura
e di nuova virtù lieta s'adorni.
Con uguale stupore i cinque mila
di cinque soli pani si saziano:
sotto l'avido dente
sempre si accresce il cibo.
Di là di quanto le bocche divorano
il nutrimento arcano si moltiplica:
chi della fresca e nitida sorgente
più meraviglia il perenne prodigio?
Copioso il pane tra le dita scorre;
ed altri tozzi ancora,
che mano d’uomo non ebbe spezzato,
nei canestri rampollano.
A te, Gesù, sia gloria
che ti riveli ai popoli
col Padre e con lo Spirito
negli infiniti secoli. Amen. (Inno ai Vespri della Epifania nella liturgia ambrosiana)

Cari giovani!
Nel nostro pellegrinaggio con i misteriosi Magi dell'Oriente siamo giunti a quel momento che san Matteo nel suo Vangelo ci descrive così: «Entrati nella casa (sulla quale la stella si era fermata), videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono» (Mt 2,11). Il cammino esteriore di quegli uomini era finito. Erano giunti alla meta. Ma a questo punto per loro comincia un nuovo cammino, un pellegrinaggio interiore che cambia tutta la loro vita. Poiché sicuramente avevano immaginato questo Re neonato in modo diverso. Si erano appunto fermati a Gerusalemme per raccogliere presso il Re locale notizie sul promesso Re che era nato. Sapevano che il mondo era in disordine, e per questo il loro cuore era inquieto. Erano certi che Dio esisteva e che era un Dio giusto e benigno. E forse avevano anche sentito parlare delle grandi profezie in cui i profeti d'Israele annunciavano un Re che sarebbe stato in intima armonia con Dio, e che a nome e per conto di Lui avrebbe ristabilito il mondo nel suo ordine. Per cercare questo Re si erano messi in cammino: dal profondo del loro intimo erano alla ricerca del diritto, della giustizia che doveva venire da Dio, e volevano servire quel Re, prostrarsi ai suoi piedi e così servire essi stessi al rinnovamento del mondo. Appartenevano a quel genere di persone «che hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5, 6).
Questa fame e questa sete avevano seguito nel loro pellegrinaggio: si erano fatti pellegrini in cerca della giustizia che aspettavano da Dio, per potersi mettere al servizio di essa.
Anche se gli altri uomini, quelli rimasti a casa, li ritenevano forse utopisti e sognatori, essi invece erano persone con i piedi sulla terra, e sapevano che per cambiare il mondo bisogna disporre del potere. Per questo non potevano cercare il bambino della promessa se non nel palazzo del Re. Ora però s'inchinano davanti a un bimbo di povera gente, e ben presto vengono a sapere che Erode - quel Re dal quale si erano recati - con il suo potere intendeva insidiarlo, così che alla famiglia non sarebbe restata che la fuga e l'esilio. Il nuovo Re, davanti al quale si erano prostrati in adorazione, si differenziava molto dalla loro attesa. Così dovevano imparare che Dio è diverso da come noi di solito lo immaginiamo. Qui cominciò il loro cammino interiore. Cominciò nello stesso momento in cui si prostrarono davanti a questo bambino e lo riconobbero come il Re promesso. Ma questi gesti gioiosi essi dovevano ancora raggiungerli interiormente.
Dovevano cambiare la loro idea sul potere, su Dio e sull'uomo e, facendo questo, dovevano anche cambiare se stessi. Ora vedevano: il potere di Dio è diverso dal potere dei potenti del mondo. Il modo di agire di Dio è diverso da come noi lo immaginiamo e da come vorremmo imporlo anche a Lui. Dio in questo mondo non entra in concorrenza con le forme terrene del potere. Non contrappone le sue divisioni ad altre divisioni. A Gesù, nell'Orto degli ulivi, Dio non manda dodici legioni di angeli per aiutarlo (cf. Mt 26,53). Egli contrappone al potere rumoroso e prepotente di questo mondo il potere inerme dell'amore, che sulla Croce   e poi sempre di nuovo nel corso della storia   soccombe, e tuttavia costituisce la cosa nuova, divina che poi si oppone all'ingiustizia e instaura il Regno di Dio. Dio è diverso: è questo che ora riconoscono. E ciò significa che ora essi stessi devono diventare diversi, devono imparare lo stile di Dio.
Erano venuti per mettersi a servizio di questo Re, per modellare la loro regalità sulla sua. Era questo il significato del loro gesto di ossequio, della loro adorazione. Di essa facevano parte anche i regali   oro, incenso e mirra   doni che si offrivano a un Re ritenuto divino. L'adorazione ha un contenuto e comporta anche un dono. Volendo con il gesto dell'adorazione riconoscere questo bambino come il loro Re al cui servizio intendevano mettere il proprio potere e le proprie possibilità, gli uomini provenienti dall'Oriente seguivano senz'altro la traccia giusta. Servendo e seguendo Lui, volevano insieme con Lui servire la causa della giustizia e del bene nel mondo. E in questo avevano ragione. Ora però imparano che ciò non può essere realizzato semplicemente per mezzo di comandi e dall'alto di un trono. Ora imparano che devono donare se stessi   un dono minore di questo non basta per questo Re. Ora imparano che la loro vita deve conformarsi a questo modo divino di esercitare il potere, a questo modo d'essere di Dio stesso. Devono diventare uomini della verità, del diritto, della bontà, del perdono, della misericordia. Non domanderanno più: Questo a che cosa mi serve? Dovranno invece domandare: Con che cosa servo io la presenza di Dio nel mondo? Devono imparare a perdere se stessi e proprio così a trovare se stessi. Andando via da Gerusalemme, devono rimanere sulle orme del vero Re, al seguito di Gesù.
Cari amici, ci domandiamo che cosa tutto questo significhi per noi. Poiché quello che abbiamo appena detto sulla natura diversa di Dio, che deve orientare la nostra vita, suona bello, ma resta piuttosto sfumato e vago. Per questo Dio ci ha donato degli esempi. I Magi provenienti dall'Oriente sono soltanto i primi di una lunga processione di uomini e donne che nella loro vita hanno costantemente cercato con lo sguardo la stella di Dio, che hanno cercato quel Dio che a noi, esseri umani, è vicino e ci indica la strada. È la grande schiera dei santi   noti o sconosciuti   mediante i quali il Signore, lungo la storia, ha aperto davanti a noi il Vangelo e ne ha sfogliato le pagine; questo, Egli sta facendo tuttora. Nelle loro vite, come in un grande libro illustrato, si svela la ricchezza del Vangelo. Essi sono la scia luminosa di Dio che Egli stesso lungo la storia ha tracciato e traccia ancora. Il mio venerato predecessore Papa Giovanni Paolo II, che è con noi in questo momento, ha beatificato e canonizzato una grande schiera di persone di epoche lontane e vicine. In queste figure ha voluto dimostrarci come si fa ad essere cristiani; come si fa a svolgere la propria vita in modo giusto   a vivere secondo il modo di Dio. I beati e i santi sono stati persone che non hanno cercato ostinatamente la propria felicità, ma semplicemente hanno voluto donarsi, perché sono state raggiunte dalla luce di Cristo. Essi ci indicano così la strada per diventare felici, ci mostrano come si riesce ad essere persone veramente umane. Nelle vicende della storia sono stati essi i veri riformatori che tante volte l'hanno risollevata dalle valli oscure nelle quali è sempre nuovamente in pericolo di sprofondare; essi l'hanno sempre nuovamente illuminata quanto era necessario per dare la possibilità di accettare   magari nel dolore   la parola pronunciata da Dio al termine dell'opera della creazione: «È cosa buona». Basta pensare a figure come San Benedetto, San Francesco d'Assisi, Santa Teresa d'Avila, Sant'Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, ai fondatori degli Ordini religiosi dell'Ottocento che hanno animato e orientato il movimento sociale, o ai santi del nostro tempo   Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Madre Teresa, Padre Pio. Contemplando queste figure impariamo che cosa significa "adorare", e che cosa vuol dire vivere secondo la misura del bambino di Betlemme, secondo la misura di Gesù Cristo e di Dio stesso.
I santi, abbiamo detto, sono i veri riformatori. Ora vorrei esprimerlo in modo ancora più radicale: Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo. Nel secolo appena passato abbiamo vissuto le rivoluzioni, il cui programma comune era di non attendere più l'intervento di Dio, ma di prendere totalmente nelle proprie mani il destino del mondo. E abbiamo visto che, con ciò, sempre un punto di vista umano e parziale veniva preso come misura assoluta d'orientamento. L'assolutizzazione di ciò che non è assoluto ma relativo si chiama totalitarismo. Non libera l'uomo, ma gli toglie la sua dignità e lo schiavizza. Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero. La rivoluzione vera consiste unicamente nel volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l'amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l'amore?
Cari amici! Permettetemi di aggiungere soltanto due brevi pensieri. Sono molti coloro che parlano di Dio; nel nome di Dio si predica anche l'odio e si esercita la violenza. Perciò è importante scoprire il vero volto di Dio. I Magi dell'Oriente l'hanno trovato, quando si sono prostrati davanti al bambino di Betlemme. «Chi ha visto me ha visto il Padre», diceva Gesù a Filippo (Gv 14,9). In Gesù Cristo, che per noi ha permesso che si trafiggesse il suo cuore, in Lui è comparso il vero volto di Dio. Lo seguiremo insieme con la grande schiera di coloro che ci hanno preceduto. Allora cammineremo sulla via giusta.
Questo significa che non ci costruiamo un Dio privato, non ci costruiamo un Gesù privato, ma che crediamo e ci prostriamo davanti a quel Gesù che ci viene mostrato dalle Sacre Scritture e che nella grande processione dei fedeli chiamata Chiesa si rivela vivente, sempre con noi e al tempo stesso sempre davanti a noi. Si può criticare molto la Chiesa. Noi lo sappiamo, e il Signore stesso ce l'ha detto: essa è una rete con dei pesci buoni e dei pesci cattivi, un campo con il grano e la zizzania. Papa Giovanni Paolo II, che nei tanti beati e santi ci ha mostrato il volto vero della Chiesa, ha anche chiesto perdono per ciò che nel corso della storia, a motivo dell'agire e del parlare di uomini di Chiesa, è avvenuto di male. In tal modo fa vedere anche a noi la nostra vera immagine e ci esorta ad entrare con tutti i nostri difetti e debolezze nella processione dei santi, che con i Magi dell'Oriente ha preso il suo inizio. In fondo, è consolante il fatto che esista la zizzania nella Chiesa. Così, con tutti i nostri difetti possiamo tuttavia sperare di trovarci ancora nella sequela di Gesù, che ha chiamato proprio i peccatori. La Chiesa è come una famiglia umana, ma è anche allo stesso tempo la grande famiglia di Dio, mediante la quale Egli forma uno spazio di comunione e di unità attraverso tutti i continenti, le culture e le nazioni. Perciò siamo lieti di appartenere a questa grande famiglia che vediamo qui; siamo lieti di avere fratelli e amici in tutto il mondo. Lo sperimentiamo proprio qui a Colonia quanto sia bello appartenere ad una famiglia vasta come il mondo, che comprende il cielo e la terra, il passato, il presente e il futuro e tutte le parti della terra. In questa grande comitiva di pellegrini camminiamo insieme con Cristo, camminiamo con la stella che illumina la storia.
«Entrati nella casa, videro il bambino e Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono» (Mt 2,11). Cari amici, questa non è una storia lontana, avvenuta tanto tempo fa. Questa è presenza. Qui nell'Ostia sacra Egli è davanti a noi e in mezzo a noi. Come allora, si vela misteriosamente in un santo silenzio e, come allora, proprio così svela il vero volto di Dio. Egli per noi si è fatto chicco di grano che cade in terra e muore e porta frutto fino alla fine del mondo (cf. Gv 12,24). Egli è presente come allora in Betlemme. Ci invita a quel pellegrinaggio interiore che si chiama adorazione. Mettiamoci ora in cammino per questo pellegrinaggio e chiediamo a Lui di guidarci. Amen. (Discorso di Sua Santità Benedetto XVI nella veglia con i giovani, nel viaggio apostolico a Colonia in occasione della XX giornata mondiale della gioventù, 20 agosto, 2005)
 Fonte:http://www.figliedellachiesa.org/

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