Giuseppe di Stefano, "Ottantasei parole per essere felici..."

Commento su Matteo 5,1-12
Omelie.org - autori vari  
IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (29/01/2017)
Vangelo: Mt 5,1-12 
COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura di Giuseppe Di Stefano
Ottantasei parole per essere felici...
Le ottantasei parole che, nel Vangelo secondo Matteo, formano come tante pietre, una sull'altra,
l'armoniosa architettura delle "Beatitudini", sono tra le più belle e commentate di tutti i tempi. È un Vangelo che ogni volta ci fa pensosi e ci lascia disarmati, che ci propone un modo "altro" di essere uomini, diverso dalla logica imperante, ma soprattutto che risponde al desiderio più vero che abita il cuore dell'uomo: essere felici. Ed è proprio a queste ottantasei parole che Gesù affida la risposta alle attese più profonde e al grande desiderio di felicità delle generazioni di folle che gli sono accalcate lungo i tre anni del suo ministero e continuano, ancora oggi, tra l'inquietudine e l'insoddisfazione, a interrogarsi sul senso della propria vita.
Gesù pronuncia le "Beatitudini" sulle sponde del lago di Tiberiade, a Nord, in Galilea, e, nella versione di Matteo - il quale scrive il suo Vangelo per i convertiti dall'Ebraismo - sale su un monte (in realtà una collina) e, come un nuovo Mosè, consegna le "nuove" tavole della Legge.
Gesù vuol dare una risposta all'istanza primordiale che ci assedia l'anima da sempre. Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. È l'unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l'uomo: una gioia raggiungibile, vera; ma ad una prima lettura si resta spiazzati: Gesù sembra esaltare la povertà, il pianto, la rassegnazione, la persecuzione...
Ma come? Gesù conferma la terribile impressione che danno molti cristiani di essere delle anime sofferenti e piagnucolose? Gesù avvalora l'idea della vita come di una concatenazione di disgrazie e di un cristianesimo dolorante e crocifisso?
No di certo! Gesù propone, in realtà, una autentica rivoluzione. Se accogli le beatitudini, infatti, la loro logica ti cambia il cuore, a misura di quello di Dio. Che non è imparziale, ha un debole per i deboli, incomincia dalle periferie della storia, ha scelto ciò che nel mondo è povero e malato per cambiare radicalmente il mondo, per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia e raccolti di pace.
Sono detti beati i poveri, non la povertà. Sono beati gli uomini, non le situazioni. Dio è con i poveri contro la povertà. Beati quelli che sono nel pianto: Dio è dalla parte di chi piange, ma non dalla parte del dolore. È la beatitudine più paradossale: felice chi non è felice. Ma non perché la felicità si trovi nel piangere, ma perché accade una cosa nuova: «In piedi, voi che piangete, avanti: Dio cammina con voi, asciuga le vostre lacrime, fascia il vostro cuore, vi apre al futuro». Ecco, allora, la rivoluzione. Possiamo essere e sentirci "beati" del nostro limite, della nostra debolezza, che Dio trasfigura per sua grazia. Sì, perché "quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio" (1Cor 1,27-29).
Poiché le parole non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri, ma per prenderci e correre il mondo in noi, lascia, o Signore, che di quella lezione di felicità, di quel fuoco di gioia che accendesti un giorno sul monte, alcune scintille ci tocchino, ci mordano, c'investano, ci invadano.
Fa' che da essi penetrati come "faville nelle stoppie" noi corriamo le strade di città accompagnando l'onda delle folle contagiosi di beatitudine, contagiosi di gioia.
Perché ne abbiamo veramente abbastanza di tutti i banditori di cattive notizie, di tristi notizie:
essi fan talmente rumore che la tua parola non risuona più.
Fa' esplodere nel loro frastuono il nostro silenzio che palpita del tuo messaggio.
(Madeleine Delbrel)

Fonte:http://www.qumran2.net/

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