MONASTERO MARANGO, "Abitare lungo la riva della vita comune di tutti"

3° Domenica del Tempo Ordinario (anno A))
LETTURE:  Is 8,23b-9,3: 1 Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23
Abitare lungo la riva della vita comune di tutti
1)Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea.

Leggendo il vangelo di Matteo, ho notato che questo evangelista, forse più di altri, ama ricordare numerosi “ritiri” vissuti da uomini giusti, davanti a minacce di persecuzione. Basta pensare ai Magi, che scelgono di non tornare da Erode, e fanno ritorno al loro paese per un’altra strada; o a Giuseppe che, avvertito della volontà di Erode di uccidere il bambino, si rifugiò in Egitto; o a quando lo stesso Giuseppe, rientrato nella terra di Israele, si ritirò nella regione della Galilea per paura di Archelao, che dominava la Giudea.

Il “ritiro” di Gesù è motivato dall’arresto di Giovanni: è una fuga? E’ paura di dover subire la stessa sorte? No, ma preparazione alla missione che gli sta davanti. Non una preparazione nelle biblioteche specializzate in teologia, o nelle “case del libro” che sorgevano accanto ad ogni sinagoga, ma una “preparazione” vissuta nella precarietà, come un povero, sapendo che la via aperta da Giovanni sarebbe stata anche la sua via, e che la morte del Battista sarebbe stata anche annuncio profetico del suo destino di morte. Leggiamo nel vangelo di Giovanni che, quando i Giudei decisero di uccidere Gesù, egli «si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove rimase con i discepoli» (Gv 11,54). Era una città dei Samaritani, e la tradizione dice che Gesù vi si trattenne per un periodo di quaranta giorni. Come il lungo digiuno nel deserto aveva preparato Gesù al ministero pubblico, affrontando tentazioni e ogni sorta di prove, così quaranta giorni di preghiera prepareranno Gesù al combattimento decisivo, che culminerà con la sua passione e morte. Penso allora che la decisione di Gesù di ritirarsi nella Galilea, non sia una fuga, ma una precisa determinazione, una preparazione alla missione che lo attende. E vive tutto questo in una condizione di povertà, di precarietà, perché sente che la sua esistenza è come quella del “servo sofferente”, sta sul solco della vita tribolata di tutti i profeti, è stata anticipata dalla testimonianza e dal martirio del Battista.

Andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali.
Cafarnao viene nominata cinque volte nel vangelo di Matteo, ed è il terreno privilegiato dell’agire di Gesù nella regione del lago, al punto di suscitare la gelosia degli abitanti di Nazareth (cfr. Lc 4,23). Lo stesso Matteo ci avverte però, riportando i violenti rimproveri di Gesù, che questa città, nonostante i segni e i prodigi operati da Gesù, non si era affatto convertita. Gesù non aveva scelto un terreno facile.
Nel 732 l’esercito assiro aveva invaso questa regione, deportando tutta la popolazione e minacciando il resto del paese. E’ allora che Isaia fece udire il suo messaggio di speranza: «In passato umiliò la terra di Zabulon e di Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse». Questa luce, annunciata dal profeta, è la luce del Messia.

Gesù, dopo il suo prolungato ritiro nella Galilea, non sceglie a caso questo territorio, segnato «dalle tenebre e dall’ombra di morte». Inizia da lì il suo ministero per compiere le Scritture, in radicale obbedienza alla Parola, prolungando nella storia il suo battesimo che lo immerge sempre più in un mondo di peccato, nel “mistero dell’iniquità”. E’ per questo che apprezzo molto tutti coloro che, senza calcoli e interessi, ma per pura obbedienza all’amore, si inabissano nei sotterranei della storia, nei luoghi della miseria e della disperazione, della solitudine e della violenza, portando semi di speranza. A mani nude. Con un cuore ferito dalla compassione e uno sguardo che vede nell’altro solo il volto di un fratello. Tante volte sono i non credenti a insegnarci questo. Apprezzo meno i discorsi sui poveri, le conferenze ben pagate nelle quali una platea compiaciuta si sente tranquilla perché è d’accordo con il conferenziere che parla dei drammi di mezzo mondo; ho un senso di rigetto per le frasi ad effetto o per le immagini violente che vogliono buttarci in faccia la realtà, suscitando la pietà di un momento. Poi si passa a cani e gatti, o al cibo preferito. Talvolta anche noi monaci ricerchiamo la bellezza dei luoghi, la salubrità dell’aria, la vicinanza a siti storici che richiamano molte persone a motivo dell’arte e della cultura, dove poter costruire le nostre dimore. Siamo invece sordi al grido dei poveri e ci teniamo lontani dalla loro amara esistenza. Talvolta certi predicatori si fanno ricchi parlando della Chiesa dei poveri, e pretendono che la location dove si devono esibire sia all’altezza della loro fama e che i loro eventuali interlocutori siano importanti quanto loro! Per non parlare del compenso richiesto! Occorre dire basta a questi professionisti della Parola, a questa giostra di saltimbanchi che hanno il profumo del mondo e non l’odore di Cristo.

Ancora una volta mi domando cosa voglia dire, per me e per voi, «abitare sulla riva del mare», cioè condividere la vita, la fatica e il dolore, la solitudine e la paura, la gioia e la speranza di tutti . Quella che il grande monaco Thomas Merton chiamava la vera «vita comune».
Mi domando, e lo domando a voi, cosa voglia dire: «Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino»
(Mt 4,17). Non vuol dire, forse, dedicare meno tempo agli affari della Chiesa e delle sue strutture, e di più al Vangelo e alla vita delle persone? Non vuol dire coinvolgersi maggiormente con tutti quelli che incontriamo «lungo il mare di Galilea»?.

Gesù vide due fratelli, Simone chiamato Pietro, e Andrea suo fratello,…e disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
L’annuncio del Vangelo mette in moto degli uomini, invitandoli a conversione: all’inizio solo quattro pescatori di Galilea, poi una folla numerosa proveniente «dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano» (Mt 4,25). Sono persone che normalmente erano ritenute inadatte alle relazioni con la sacralità del mondo religioso. Nella «Galilea delle genti» nasce, dalla parola di Gesù, il nuovo popolo di Dio, fatto con pietre di scarto, edificato dallo Spirito con tutti coloro che non avevano diritti da esibire o buone opere da ostentare. Un popolo di peccatori. Però tutti coloro che sono chiamati, e nello stesso istante amati e purificati, sono anche mandati: «Vi farò pescatori di uomini».
Se uno cade nel mare, muore affogato. Spero che lo sappiamo, perché è una tragica verità di ogni giorno, che non fa più notizia.
A quanti sono chiamati ad essere discepoli viene mostrato il loro compito: strappare uomini alla morte. Vincere l’indifferenza. Impegnare una vita , perché la vita di tutti sia degna di essere vissuta.
Oggi c’è un mondo intero che sta affogando.
C’è urgente bisogno di pescatori.

Giorgio Scatto
Fonte:MONASTERO MARANGO, Caorle (VE)

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