MONASTERO MARANGO, "Epifania è la festa degli stranieri"

Epifania: Is 60,1-6; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12
Battesimo del Signore (anno A)
Letture: Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Mt 3,13-17
Epifania è la festa degli stranieri

1)Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo di re Erode, alcuni magi giunsero da oriente a
Gerusalemme.
Le testimonianze antiche variano molto a proposito del numero dei magi. Si va da due a un massimo di otto. Alla fine è prevalso il numero di tre, forse in riferimento ai tre doni offerti - oro incenso e mirra – o perché se ne fecero i rappresentanti delle tre razze di Sem, Cam e Jafet.
I loro nomi, attualmente accettati dalla tradizione – Melchiorre, Gaspare e Baldassarre – appaiono per la prima volta in un anonimo manoscritto italiano del IX secolo; quindi una testimonianza molto recente e poco fondata. La loro condizione di re manca totalmente di fondamento storico. Sembra piuttosto una interpretazione troppo letterale del salmo 72,10: «I re di Tarsis e delle isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni».
Una preziosa testimonianza archeologica del tempo di Costantino attesta l’origine persiana dei magi. Questi non avrebbero nulla in comune con i prestigiatori egiziani o con gli astronomi caldei, né in generale con coloro che si dedicano alla magìa. Erano probabilmente i seguaci della dottrina di Zarathustra (VI sec. A.C.), una casta di saggi che esercitava una grande influenza sugli imperatori assiri, caldei e medi.
La religione di Zarathustra presentava interessanti punti di contatto con le credenze mosaiche e con la speranza messianica dell’A.T. Si insegnava la lotta incessante per la vittoria finale del bene sul male, realizzata attraverso il soccorso di un «alleato» che doveva nascere da una vergine «che nessun uomo avrebbe avvicinato». Questa idea può essere una contaminazione con la fede e con le speranze messianiche del popolo giudaico, al tempo della deportazione in Babilonia.

«Dov’è colui che è nato, il re dei giudei?
Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo.»
Le Scritture di Israele, tradotte in greco due secoli prima di Cristo, avevano diffuso in tutto il mondo la speranza di un re che doveva venire dalla Giudea.
I magi si sono messi in cammino perché hanno «visto spuntare la sua stella». E’ una stella che essi hanno visto spuntare in Oriente, ma che in seguito non si mostrerà più fino a Gerusalemme e che si fermerà sulla casa di cui si trovava il bambino.
E’ difficile pensare ad una stella in senso astronomico: come farebbe del resto una stella posarsi sopra una casa?
E’ piuttosto da identificare la stella dei magi con la luce messianica annunciata da Isaia: « Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,1.5) «Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60,3). Il cammino dei magi è allora la certezza che la luce del messia non è una grazia riservata solamente ai giudei, ma è un dono offerto gratuitamente a tutti.

Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Sullo sfondo c’è la memoria della festosa visita della regina di Saba al re Salomone e della sontuosità dei suoi doni: «La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, arrivò a Gerusalemme con un corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d’oro in grande quantità e di pietre preziose» (1Re 10,1-2). Questa magnificenza è sembrata agli scrittori biblici come un presagio dell’era messianica: Gerusalemme avrebbe visto affluire verso di sé le ricchezze dei popoli pagani. Leggiamo infatti in Isaia: «Tutti verranno portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore» (Is 60,6). Non c’è dubbio che Matteo abbia visto, nell’offerta dei magi, il compimento delle profezie messianiche: Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, a cui va l’adorazione dei popoli. L’offerta dell’oro e dell’incenso hanno questo significato: sono il riconoscimento della sua regalità messianica e della sua divinità. L’incenso si offriva infatti davanti al Santo, nel tempio di Gerusalemme. E l’offerta della mirra? Ricordiamo che Nicodemo, che era andato da Pilato a chiedere il corpo di Gesù, «portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe». Lui e Giuseppe d’Arimatea «presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme con aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura» (Gv 19,39-40). La mirra ci ricorda allora che il vero battesimo di Gesù è un battesimo nella morte. Gesù si immerge nelle acque oscure della morte per riscattare tutti coloro che erano prigionieri della morte. Lui è sceso non solo nelle acque del Giordano, ma è sprofondato nell’abisso per accogliere tra le sue braccia tutti i morti e consegnarli alla misericordia del Padre.

Cos’è allora la festa dell’Epifania, unita alla festa del Battesimo del Signore?
E’ la festa degli stranieri, degli immigrati, dei senza diritti, dei lontani. E’ la festa di noi che eravamo estranei alle promesse di Dio e alla sua Alleanza. Eravamo goìm, non-popolo, e ora grazie alla sua misericordia, ci è stato concesso di prendere posto nel cuore del popolo eletto. Non siamo però noi a portare doni. Il dono ci viene offerto da Gesù, il Figlio di Dio che si fa Emmanuele, Dio con noi. Lo spiega molto bene l’apostolo Paolo: «Ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia» (Ef 2,13-14).
Diciamolo chiaramente. Celebrare l’Epifania non è mettere delle statuine in più nel presepio, ma sciogliere i nodi che ci impediscono di incontrare gli altri; è abbattere i muri dell’inimicizia e dell’ostilità; è non considerare più nessuno come straniero. Il dono dell’unità di tutto il genere umano, annunciato dalla nascita di Gesù, e accolto dai pastori e dai magi, vale molto di più di tutto il nostro oro e argento.
Così cantiamo in un’antifona dei primi vesperi del battesimo di Gesù: «Ecco, ti ho posto come luce delle genti, affinché tu sia la mia salvezza fino all’estremità della terra».

Permettete solo una piccola nota sul brano del vangelo del Battesimo di Gesù (Mt 3 13-17).
Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?».
Questa umile protesta caratterizza certamente la figura del Battista. Ma vi è pure un altro elemento che possiamo fare nostro.
«Tu vieni da me?» Gesù viene per ciascuno di noi e noi possiamo accoglierlo con le medesime parole di Giovanni. Questo grido, che sgorga da una fede spesso ferita e fragile, dovremo lanciarlo ogni giorno, pentiti, gioiosi, riconoscenti.
Ogni giorno il Signore ci trascina nel suo battesimo per immergerci in un oceano di misericordia.

Giorgio Scatto
Fonte:MONASTERO MARANGO, CAORLE (VE)

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