padre Alvise Bellinato"Pietre nascoste e luci visibili "

Pietre nascoste e luci visibili  
V Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/02/2014)
Vangelo: Mt 5,13-16 
COMMENTO ALLE LETTURE a cura di padre Alvise Bellinato
Al tempo di Gesù c'era un modo curioso di salare i cibi.
Si mettevano delle pietre saline all'interno della pentola e durante il processo di cottura le pietre
rilasciavano lentamente il sale che contenevano, dando sapore al cibo.
Una pietra poteva essere usata varie volte, ma alla fine, dopo aver dato tutto il sale, diventava "scarica" e doveva essere buttata via. Siccome l'apparenza esteriore della pietra carica di sale, prima dell'uso, e scarica di sale dopo l'uso, era la stessa, si rendeva necessario eliminarla, per non correre il rischio di confonderla con le altre. Era meglio, quindi "gettarla in mezzo alla strada" e tenere in cucina solo le pietre ancora "cariche".
Tanto per fare un esempio, potremmo dire che un'esperienza simile può capitare, oggi, agli uomini che si fanno la barba con il rasoio. Dopo un paio di usi, la lametta perde il filo. Il rasoio, esteriormente, sembra sempre lo stesso, come se nulla fosse cambiato, ma quando lo si porta al viso, ci si accorge che non taglia... Meglio prendere la lametta e gettarla via, per non confonderla con le altre, che invece hanno il filo buono.
Questo esempio delle pietre salate, che se perdono il sapore "a null'altro servono che ad essere gettate via e calpestate dalla gente" ci offre un insegnamento curioso e profondo: trasferito alla realtà concreta della vita di ciascuno di noi ci fa capire una cosa importante.
Non è l'aspetto esteriore che conta, ma l'essere "carichi" o "scarichi" di sale, che determina la qualità della nostra vita cristiana.
In altre parole: non conta l'esteriorità (che può ingannare), e nemmeno ciò che diciamo (magari con autorevolezza) o gli atteggiamenti che assumiamo, come nemmeno il ruolo (magari importante o altolocato) che possiamo avere nella comunità, per poterci definire seguaci di Gesù.
Esiste un altro requisito, imprescindibile e fondamentale: la nostra presenza deve "salare" la realtà attorno a noi, deve portare sapore e diffondere gusto. Solo questa sarà la prova sicura che in noi è presente il Signore, solo questa sarà la testimonianza che convince e coinvolge chi ci sta attorno.
Il sociologo e giornalista Francesco Alberoni ha dedicato una serie di articoli ad analizzare come ciascuno di noi proietti sempre qualcosa di se stesso nell'ambiente che frequenta e nelle relazioni che instaura. A volte basta guardare il luogo di lavoro di una persona, o le sue amicizie, o la sua casa, per capire che tipo di "sale" essa emette. A volte basta entrare in una azienda per capire da piccoli dettagli se l'imprenditore che ne è a capo è una persona meschina o generosa.
L'insegnamento di Gesù sulle pietre che hanno perso il sapore ci mette davanti ad una scelta importante: solo se sapremo portare sapore buono dove viviamo, potremo dire di essere suoi discepoli. In caso contrario saremo solo persone che recitano un ruolo, magari bello o nobile, ma che è destinato a non cambiare nulla nella sostanza.
Anche altre parabole di Gesù ritornano sullo stesso tema: pensiamo a quella del lievito. Anche nel caso del lievito contano gli effetti, cioè i frutti: se la massa di acqua e farina cresce, questo significa che il lievito ha fatto il suo dovere. In caso contrario non serve a nulla: meglio gettarlo.
Oggi sentiamo una grande necessità di testimoniare innanzitutto con il sapore, cioè con uno stile di vita capace di comunicare senso profondo, suscitare interrogativi, aiutare chi ci sta intorno a recuperare la speranza. In questo processo spesso le parole non contano molto. Oggi è come se Gesù ci dicesse: anche se la pietra non parla, ciò che conta è che porti sapore e cambi ciò che sta attorno ad essa.
La seconda parabola che ci viene offerta per la riflessione personale è quella della luce.
Il giorno del battesimo ciascuno di noi ha ricevuto una candela accesa: "Ricevi la luce di Cristo".
È la luce della fede che deve accompagnarci per tutta la vita, fino alla morte.
Si dice che Giovanni Paolo II, avesse chiesto che al momento della sua morte fosse accesa una candela e gliela fosse messa in mano, recitando il credo.
Nel momento del passaggio alla vita eterna, ci presentiamo a Dio con la fede che ha segnato l'inizio del nostro pellegrinaggio terreno.
Gesù nel Vangelo di oggi ci ricorda che dobbiamo far risplendere senza paura la luce che abbiamo ricevuto diventando figli di Dio. Si tratta della luce concreta delle nostre azioni, della nostra testimonianza cristiana di amore a Dio e ai fratelli, dell'osservanza gioiosa della legge di Dio. In una parola: si tratta di essere fedeli all'impegno (rinunce e promesse) che abbiamo assunto nel Battesimo, e tutto questo affinché "gli uomini vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli".
Forse il Vangelo di oggi ci aiuta anche a capire un po' meglio la prima delle sette invocazioni del Padre Nostro. "Sia santificato il tuo nome".
Se pensavamo che questa invocazione si riferisse alla abolizione delle bestemmie e alla promozione di un movimento di lode del nome Santo di Dio allora non abbiamo inteso bene il senso originale e profondo di questa richiesta così importante e che ci chiama in causa personalmente più delle altre sei.
La Bibbia interconfessionale in lingua corrente traduce "Sia santificato il tuo nome" in un altro modo: "Fa' che tutti ti riconoscano come Dio". Sembrerebbe un concetto molto diverso da "Sia santificato il tuo nome", in realtà è lo stesso. Chiediamo al Padre che, attraverso le nostre opere buone e la testimonianza della nostra luce che splende, tante persone possano dire a Dio "Tu sei Santo e tu sei grande!".
Nel Padre nostro chiediamo a Dio che non ci accada una terribile sventura: che qualcuno maledica il nome di Dio per colpa nostra, cioè per causa della nostra cattiva testimonianza o di qualche scandalo da noi suscitato.
La vocazione cristiana è un "essere posti sul monte", è una chiamata a "splendere sul lampadario" e non un comodo ripiegamento a favore del nascondimento o del mimetismo sociale.
Essere cristiani ed essere testimoni è la stessa cosa. Non si può essere veramente cristiani senza testimoniare, sottraendosi alla chiamata che Gesù ci fa a diventare sale e luce.
Ciascuno lo può fare a modo proprio. C'è chi lo può fare come le pietre dentro la pentola, cioè nascostamente, e chi invece è chiamato a farlo pubblicamente. Ciascuno ha la propria chiamata, ma dobbiamo tutti salare e illuminare.
Preghiamo affinché il Signore ci illumini e ci "sali" in modo che ciascuno di noi possa trovare il proprio stile, unico e irripetibile, di testimoniare l'amore di Dio ai fratelli.

Fonte:http://www.qumran2.net/