padre Gian Franco Scarpitta, "In marcia verso noi stessi"

In marcia verso noi stessi
padre Gian Franco Scarpitta  
III Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (22/01/2017)
Vangelo: Mt 4,12-23
Nella parola del profeta Isaia Dio promette che una "luce rifulgente" risolleverà la Galilea delle genti,
incentrata sulle città di Giuda e di Neftali, dandole consolazione e gioia dopo anni di umiliazione. Dalla "terra di morte" e dalle tenebre finalmente il popolo di questa regione vedrà la "luce", quindi il suo riscatto e la salvezza. Il brano si riferisce alla futura nascita del re Ezechia, che apporterà in Israele una restaurazione politica e una novità, tuttavia il passo è stato interpretato come messianico e per ciò stesso si protrae verso una prospettiva avveniristica del tutto promettente: verrà il Messia tanto atteso dalle genti e diraderà l'oscurità suddetta in cui i popoli sono precipitati. Altrove Isaia preannuncia la stessa promessa invitando alla gioia nella novità di vita: "Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce" (Is 60, 1); si tratta della "luce delle nazioni" con cui sempre Isaia prefigura il Cristo (Is 49, 6) e che si identifica di fatto con il Signore Gesù Verbo Incarnato, che si propone come lume e riferimento perenne dell'umanità, qualificando se stesso come luce del mondo e manifestando di volere "che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4). Il Messia di cui si parla è quindi il Cristo, preannunciato dai profeti e apparso come "luce del mondo", nel quale si ritrovano come uno solo tutti i popoli della terra, la cui parola sostiene e innalza gli uomini dando orientamento. Non è un caso che Matteo stia facendo iniziare il ministero di Gesù nella città di Cafarnao. Ciò avviene effettivaIn marcia mente perché Giovanni Battista è stato appena arrestato, cosa che fa scegliere a Gesù di non soffermarsi in Nazareth scegliendo altra città; ciò nonostante l'evangelista nota anche la realizzazione di un'antica profezia per la quale il Salvatore doveva cominciare la sua missione proprio lì, nella Galilea delle genti, territorio avverso, ostile eppure luogo di esordio della vita pubblica del Messia. Il ministero di Gesù comincia in una situazione poco rassicurante in fatto di fede, perché incontra un popolo refrattario e di tendenza paganeggiante, nel quale dovrà incidere e presso il quale la sua parola dovrà avere risonanza. Il primo messaggio di Gesù è allora l'invito perentorio alla conversione: "Convertitevi e credete al Vangelo", che costituisce in fondo l'inizio del Vangelo stesso propriamente detto. Gesù in quella nazione avversa e ostile, palesa l'invito al cambiamento e alla radicale trasformazione di se stessi, la conversione appunto e anche se tale annuncio non avrà immediatamente il riscontro sperato, esso lascerà tuttavia un'impronta indelebile nella coscienza dei destinatari. Il popolo inconsapevolmente cerca un orientamento e Gesù si fa "luce" delle nazioni per essere orientamento pieno e costruttivo e rivela che il reale cammino da perseguire per giungere al traguardo finale dopo i vari traguardi immediati è la corsa verso noi stessi. Noi siamo anzi il primo traguardo da raggiungere, soprattutto quando si tratti di mutare aspettativa per accrescere il vantaggio spirituale nostro e altrui. Occorre insomma rivedere la nostra vita, il nostro atteggiamento, analizzarci e adoperarci per progredire costantemente. Occorre convertirsi. Con questo termine così denso e impegnativo si vuole indicare la radicale trasformazione di noi stessi, il mutamento della forma mentis, delle personali impostazioni, delle concezioni di pensiero e la fuga dal peccato e dalla malizia che alberga dentro di noi. "Convertitevi e credete al vangelo" è un messaggio perentorio che pone condizioni, perché ci illustra che non sarà mai possibile avere fede e stabilità se innanzitutto non ci si converte, appunto non si cambiano punti di vista personali mutando i nostri orientamenti secondo Dio.
Convertirsi, cioè convincersi dell''amore di Dio che ci raggiunge per primo in Cristo, affascinarsi del suo mistero, lasciarci coinvolgere da esso e vivere la piena familiarità con Dio equivale a trasformare radicalmente noi stessi nei pensieri, nelle parole e nelle concezioni personali per abbandonare ogni effimeratezza che ci distolga da Dio ed è la condizione essenziale del credere; di conseguenza è alla base dell'umiltà che sfocia nella carità cristiana e nella concretezza delle opere di bene. L'esortazione è anche invito alla fiducia nello stesso Gesù Cristo da ritenersi unico Maestro e Signore e a porsi incondizionatamente alla sua sequela e infatti proprio Matteo descrive la decisione e l'incondizionatezza con cui questi umili pescatori abbandonano ciascuno i propri progetti e le proprie aspirazioni per immettersi in un itinerario di vita inaspettato e del tutto nuovo e sconosciuto, che loro comunque intraprendono senza riserve e con fiducia assoluta.
Conversione e fede aprono tutte le porte alla realizzazione di qualsiasi progetto vocazionale e facilitano la messa in atto della volontà di Dio sulla nostra vita, perché imprimono nella stessa vita cristiana apportando tutto il consolidamento dell'amore che abbiamo ricevuto in dono, trasformandoci a beneficio degli altri oltre che a nostro vantaggio. Conversione e fede schiudono le porte alla sequela libera e incondizionata verso Colui che noi riteniamo attendibile essendo stato egli per primo a concederci fiducia e la sequela si tramuta nella realizzazione di appropriati progetti.
Ed è per questo che l'inizio del vangelo (Convertitevi e credete) deve diventare assoluta dimensione primaria della nostra vita.

Fonte:http://www.qumran2.net/

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