padre Gian Franco Scarpitta "Poveri tutti, miseri nessuno"

Poveri tutti, miseri nessuno
padre Gian Franco Scarpitta  
IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (29/01/2017)
Vangelo: Mt 5,1-12
"Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate
l'umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell'ira del Signore." Sofonia si rivolge a coloro con i quali può usare un adeguato metro di confidenza, per i quali si schiera e che sono oggetto della sua amicizia e della sua predilezione: i poveri. In tutto l'Antico Testamento la vicinanza di Dio verso questa categoria sociale di persone è ricorrente, come frequente è l'amore che Egli mostra nei loro confronti, soprattutto perché la condizione in cui versano i meno abbienti favorisce la sensibilità e l'apertura del cuore, favorendo il dispiegarsi della fede autentica. Chi è povero, ossia privo di mezzi, dipende dalla Provvidenza quanto al suo sostentamento materiale, riconosce che Dio è all'origine di ogni bene e che qualsiasi avere è dono della misericordia e della grazia. Chi vive di stenti lottando per la sopravvivenza ha modo di raffrontare la propria condizione con quella degli altri e di considerare che "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto"(Gb 1, 21), che tutto potrebbe esserci sottratto da un momento all'altro, che non apparteniamo a noi stessi e che ogni cosa dipende dalla sua misteriosa volontà. Di conseguenza, il povero è in grado di accogliere maggiormente il dono della fede, vivendo orientato verso Dio più di tutti gli altri e disposto a camminare nelle sue vie. E' risaputo del resto che, specialmente nei paesi sottosviluppati, coloro che soffrono l'indigenza sono soliti aiutare chi sta peggio di loro. In sintesi, chi è povero è davvero uomo di fede, a meno che non svolga la "professione" di misero per profittare dell'altrui generosità. Per questo motivo Dio favorisce sempre i miseri e li sostiene contro le ingiustizie e anche nella suddetta circostanza intende indirizzarli a vivere sempre la giustizia e l'umiltà perché proprio loro saranno, fra tutti, coloro che si salveranno dall'imminente pericolo che sarà rappresentato (per i tempi in cui si scrive) dall'avvento dell'esilio babilonese. In tutti i casi, Dio sarà il loro approdo sicuro, così come lo è stato nella sua incarnazione, quando il Messia è stato inviato a "recare un lieto annuncio ai poveri"(Is 61, 2). Lo stesso Signore assumendo la nostra carne, ha assunto con essa la condizione di inopia e di carenza estrema, affinché la sua povertà diventasse ricchezza per noi e vivendo quale povero fra i poveri, anche cosiderando la miseria morale in cui versano i peccatori.
Romano Penna osserva che, seppure tutte le beatitudini evangeliche hanno la loro rilevanza, la prima che viene declamata nel discorso della montagna (per Luca discorso della pianura) è la più caratterizzante, quella cioè che fonda tutte le virtù successive. Chi infatti "povero in spirito" è in grado di essere mite, puro cuore, penitente, ricercatore di giustizia, portatore di pace... In ciascuna delle beatitudini che vengono esaltate vi è una condizione di attuale disagio legata ad una promessa futura di ricompensa e in tutte si sottende al contempo la giusta approvazione da parte di Dio. "Beato" (makarios) significa in effetti "benedetto", oppure "prospero", "felice" perché al momento viene approvato da Dio e successivamente otterrà il meritato vantaggio per l'accoglienza di una determinata immolazione sacrificata. Il termine non è nuovo, poiché il Salmista cita già come beato "colui che non segue il consiglio degli empi"(Sal 1, 1). La "povertà di spirito" è la condizione determinante per essere "felici" e "benedetti" in ogni circostanza. Con essa non si intende deprezzare l'esistenza di facoltosi personaggi di prestigio economico che possono anzi rappresentare anche un beneficio divino. Persone particolarmente abbienti e ricchi possidenti, quali industriali e proprietari terrieri, possono infatti costituire un vantaggio per l'intera società e per lo sviluppo del Paese, poiché tante loro attività si sono mostrate spesso determinanti per la crescita economica e l'incremento del prodotto interno lordo e soprattutto per la lotta alla disoccupazione e alla precarietà sul lavoro. Se non esistessero imprenditori, commercianti, industriali non si avrebbero prospettive d'impiego per tanti giovani e per tante famiglie e di conseguenza non possiamo che considerare una benedizione di Dio la presenza di uomini particolarmente "ricchi". La povertà di spirito comporta piuttosto uno stile di vita distaccato dai beni di consumo, dalla lussuria, dalla cupidigia lussureggiante indipendentemente da quanto si possa possedere. Il povero in spirito è colui che non ha attaccato il cuore alle cose materiali, che considera i beni semplicemente dei mezzi e non dei fini visti in se stessi, che prende le distanze dalla brama e dall'egoistico interesse contentandosi di uno stile di vita dignitoso eppure semplice e dimesso. E soprattutto che è disposto a condividere le proprie risorse con chi è privo del necessario. Si è poveri in spirito quando si è capaci di semplicità e di umiltà a prescindere dai beni materiali e quando si è liberi dalla schiavitù che questi comportano quando procacciati oltre misura. Nella povertà spirituale si è "felici" e "beati" perché si sperimenta che c'è molta più gioia nel dare che nel ricevere (At 20, 35) e si è così nelle condizioni di ottenere gli stessi meriti di tutti quei poveri e indigenti che sono oggetto di amore e predilezione di Dio, cioè i miseri. Chi possiede deve condividere e proprio la povertà di spirito è occasione privilegiata di condivisione. Essa comporta che noi ci doniamo nella consapevolezza di aver ricevuto il dono di Dio e di essere noi stessi un dono di Dio per gli altri e che proprio nell'entusiasmo del dare siamo capaci di bontà, di umiltà, sopportazione e mitezza, prodigandoci per il bene e per la pace attorno a noi. Poveri tutti, miseri nessuno.

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