CARLA SPRINZELES, Commento VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Commento su Levitico 19,1-2.17-18; Matteo 5,38-48
Carla Sprinzeles  
VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/02/2017)
Vangelo: Mt 5,38-48 
Oggi si prosegue il discorso di Gesù sul monte delle beatitudini, nel regno che Gesù è venuto a
inaugurare, il credente è chiamato a manifestare una qualità d'amore che è incompatibile con qualunque forma di violenza. Per questo la proibizione di Gesù non si limita alla violenza fisica, ma si estende a quella verbale, morale e religiosa. "Chiunque si adira con il proprio fratello..."
In una comunità dove, con la scelta delle beatitudini, ognuno è chiamato a essere il responsabile della felicità dell'altro, la riconciliazione con i fratelli è pratica abituale che precede e condiziona il rapporto con il Signore. Occorre disinnescare sul nascere la collera prima che questa degeneri, l'ira uccide l'amore, degenera nel litigio e sfocia nella rottura con l'altro. Gesù avvisa che chi esclude l'altro dalla propria vita, esclude se stesso dal regno di Dio.
Questo ci deve far riflettere, noi a volte siamo molto superficiali e pensiamo di poter creare dei muri nel rapporto con qualcuno e mantenere i rapporti con Dio, mentre Gesù è venuto a dirci che questo è incompatibile.
LEVITICO 19, 1-2. 17-18
La prima lettura è tratta dal cap. 19 del Levitico, che è stato redatto dalla tradizione sacerdotale per il giudaismo dopo l'esilio.
Il versetto, che anticipa la novità del Vangelo è: "Amerai il tuo prossimo come te stesso."
Ricordiamoci che il prossimo per Israele è considerato solo l'appartenente a Israele, mentre per Gesù è allargato a tutti. Il comandamento di Gesù andrà ancora oltre: "Amatevi, come io ho amato voi!"
Nel brano del Levitico dice: "Siate santi, perché io, il Signore sono santo".
Questa santità vissuta comporta: non covare odio nel cuore; non serbare rancore e non vendicarsi; amare il prossimo come se stessi!
Come abbiamo detto il prossimo, il fratello è il figlio del tuo popolo, dunque, dentro l'orizzonte del clan, della razza.
Per essere precisi, si può riconoscere una porta aperta al forestiero, quando parla della vendemmia e della mietitura della messe, dice di non mietere ai margini del campo e di lasciare qualcosa per il povero e per il forestiero.
Anzi aggiunge di non opprimere il forestiero e di amarlo come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d'Egitto.
Il forestiero non è un nemico, certamente.
Gesù andrà oltre con i suoi "ma io vi dico..."
Il "prossimo" di Levitico 19 era già esteso a non consanguinei.
La povertà fa scoprire molta più fraternità e prossimità di quanto non raggiungano le leggi civili del mondo della ricchezza.
MATTEO 5, 38-48
Oggi il vangelo ci propone un tema di grande attualità: quello della giustizia e della violenza come risposta a un torto subito. Quale persona non ha un sopruso piccolo o grande da rivendicare?
Proprio mettendo in contrasto l'amore evangelico con la fame di vendetta che c'è nel mondo, il discorso di Gesù indica la strada che devono percorrere i cristiani, l'esempio che devono offrire i discepoli di Gesù con la loro vita.
Una delle antitesi più note, presente nel brano evangelico, è quella conosciuta con il detto "porgere l'altra guancia".
"Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Io invece vi dico di non resistere al male; anzi se uno ti colpisce alla guancia destra, porgigli la sinistra".
Gesù si collega all'antica legge del taglione, che tendeva a limitare la vendetta, che purtroppo ancora oggi tende ad essere illimitata.
Cerchiamo di capire cosa ci vuole dire Gesù, dicendo di porgere l'altra guancia.
Studi fatti sull'aggressività degli animali, dicono che quando un animale sta per essere vinto nella lotta con un altro, prima di essere ucciso si corica e offre alla vista dell'avversario le sue prti più deboli, l'altro allora si allontana senza più fargli del male.
Il Signore ci consiglia forse di imitare l'istinto degli animali per salvarci la pelle? Oppure di usare la tattica del muro di gomma al fine di evitare la spirale della violenza?
C'è qualcosa di più in queste parole?
"Amate i vostri nemici...perché siate figli del vostro Padre celeste".
Porgere l'altra guancia non è quindi una reazione all'autodifesa, bensì l'atto più squisitamente umano che possa esistere: è offrirsi al nemico per contenere la sua negatività, è farsi amico del persecutore per impedire alla sua distruttività di rovinarlo. Così ha fatto Gesù durante la sua passione, davanti a Pilato o ai giudei.
Così si comporta Gesù attraverso i suoi discepoli d'oggi, che accolgono e compatiscono senza giudicare.
"Essere perfetti com'è perfetto il Padre nostro celeste" consiste nel guardare l'altro andando oltre la sua reazione negativa, per leggrvi una chiamata, un bisogno, una sofferenza.
E' più facile, più immediato controbbattere all'offesa, ma in fin dei conti è più conveniente comportarci da figli del Padre celeste.
Rispondere con disprezzo o arroganza a un insulto allarga la distanza, l'incomunicabilità, mentre darsi il tempo di elaborare il bisogno di controbattere a tono permette di giungere a "porgere l'altra guancia", cioè di concedere all'altro di vuotare il sacco senza sentirsi giudicato.
La paura ci fa reagire ma, dice Giovanni nella sua prima lettera, "l'amore perfetto scaccia il timore". Il violento ha paura e si imbatte in un'altra paura, cresce la sua angoscia, la quale si traduce in brutalità sempre più distruttiva e dunque sempre più generatrice d'angoscia.
Accogliere l'altro così com'è, contenerlo con la comprensione, è esporsi ai suoi colpi, ma per rivelargli di quale amore è avvolto, per farlo rientrare nella dinamica del non giudizio, così da abbandonare lentamente ogni difesa e scoprire la bellezza della relazione liberata dalla paura.
Amici, quello che ci indica Gesù non è facile ma porta alla serenità, fermiamoci un attimo prima di reagire e chiediamogli aiuto perché anche noi diventiamo come lui capaci ad amare i nemici e riuscire a vedere nell'altro che ci fa del male una persona che sta male e ha paura.

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