CARLA SPRINZELES,Commento VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Commento su Siracide 15,15-20; Matteo 5,17-37
Carla Sprinzeles  
VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (12/02/2017)
Vangelo: Mt 5,17-37 
Le letture di oggi, diverse tra loro, portano un insegnamento: la sapienza, che non è dei dominatori di
questo mondo è rimasta nascosta e ci viene rivelata con la morte di Gesù Cristo.
Di che sapienza si tratta?
Nel Vangelo che ascolteremo si parla di una morale della coscienza, che sostituisce la morale della legge: "fu detto, ma io vi dico". Gesù allude alla morale dei farisei, che Egli condanna perché riguarda un comportamento esterno, una morale esteriore che non sempre corrispondeva a una spontaneità interiore.
La parola "coscienza" nella Scrittura indica il "cuore", il centro dell'essere, il punto di unificazione delle molte facoltà dello spirito umano. La morale del Vangelo è la morale del cuore. E' ciò che viene dal di dentro che contamina l'uomo, non ciò che viene dal di fuori.
Se osserviamo le leggi senza che nemmeno una scintilla di amore si alzi dal nostro profondo, questo non arriva dal centro del nostro essere, è una morale esteriore. La morale evangelica è rivolta soprattutto al pricipale precetto dell'amore, che riguarda il prossimo e in particolare il prossimo che per qualche motivo ce l'ha con noi. Il vero tempio è l'uomo vivente, il vero culto a Dio è l'amore per il prossimo bisognoso.
SIRACIDE 15, 15-20
Nella prima lettura leggiamo un brano del Siracide, che ci ricorda che Dio ci ha creati liberi: "Ho messo davanti a te la vita e la morte. Come tu sceglierai così avverrà."
Per la comprensione di questo brano occorre aver presente una formula teologica e un dato di fede, che gli scritti dell'Antico testamento usano ribadire con preferenza: Dio ha fatto l'uomo alla maniera con cui il vasaio lavora la creta. Con essa possono essere riprodotti vasi destinati ad uso differente, nobile o vogare.
In questo testo si ribadisce che di fronte al bene o al male - "al fuoco o all'acqua, alla vita o alla morte" - l'uomo è chiamato a scegliere responsabilmente. Pertanto, egli non dica: "Mi son ribellato, per colpa del Signore...Egli mi ha sviato...; perché non ha bisogno di un peccatore!"
Il peccato dunque non sta propriamente nella ribellione a un piano misterioso di Dio, come già fosse predeterminato inflessibilmente per ogni uomo: colpa dell'uomo è sottrarsi alla scelta del bene, e così aderire irresponsabilmente a ciò che allontana da Dio. Ma nel nostro testo sapienziale l'esercizio della libertà non è presentato come una opzione tra due oggetti equidistanti e che lasciano per così dire, freddi e indifferenti.
Orientarsi verso il bene è aprirsi a Dio, scoprendone il volto e cercando lui, la sua sapienza e onnipotenza. Scegliere il male è anche andare verso un bene minore, piccolo come un idolo! La responsabilità personale non coincide con atti di scelta tra due beni equidistanti, aventi il medesimo peso. In tutto il nostro brano biblico, c'è sempre una terza presenza: Dio, che non si impone, ma che è interessato all'uomo e alle scelte positive che egli fa. La scelta dell'idolo è una scelta che si ritorce in servitù amara.
MATTEO 5, 17-37
Il testo del Vangelo riassume la proposta di Gesù di alcune "antitesi": non si tratta però di creare un contrasto o addirittura una contraddizione tra legge e vangelo, ma di cogliere quella "giustizia maggiore" che Gesù indica ai suoi discepoli come forma della "nuova alleanza" che porta a compimento l'antica.
La Legge scritta, la Torah che Gesù è venuto a portare a compimento è stata fino all'incarnazione del Verbo, la mediazione usata da Dio per raggiungere l'uomo e rivelargli la sua condizione divina. Perché una legge?
L'animale è determinato dai suoi istinti e non ha quindi bisogno di un'altra norma. L'uomo invece, essendo libero, trova davanti a sé mille possibilità di gestire la sua vita. Quale scegliere?
La Torah viene a supplire la sua ignoranza, finché il bene non è ancora così evidente per lui da attirarlo irresistibilmente e permettergli di diventare testimone e interprete dell'amore infinito del Padre per il prossimo.
La Legge è la "siepe" - dicono i rabbini - che impedisce all'umanità di cadere nel burrone della violenza; è piantata da Dio attorno a ciascuno di noi, per proteggerci. L'essere umano è, infatti, infinitamente prezioso per Dio, perché in lui si condensa tutta l'umanità che lo ha preceduto.
Ciascuno è carico della positività e della negatività ereditate e presenti nei suoi genitori al momento del suo concepimento - è questa situazione che è chiamata il "peccato originale" - ed è gravato anche dalle sofferenze e dalle gioie prodotte dall'intreccio delle relazioni vissute dalla sua nascita in poi. Uccidere l'altro quindi è uccidere non solo un'immagine irripetibile del Creatore ma è troncare anche il bene che quest'esistenza avrebbe potuto realizzare. Ma Gesù va ancora oltre: insultare una persona equivale a ucciderla!
Come pensare che sarebbe un'esagerazione orientale nella bocca di colui che ci raccomanda un parlare che sia "sì, sì, e no, no"? Una bambina mortificata dallo sbottare in risate delle compagne di scuola, quando, piccola contadina, era entrata per la prima volta a scuola in città con il suo vestito più bello, diventò anni dopo una terrorista celebre.
Umiliare l'altro non è forse rischiare di ammazzare la sua capacità di scegliere il bene?
Gesù sembra molto severo quando assimila il desiderio all'atto, eppure ogni bramosia di usare l'altro come strumento di piacere o di comodo, ogni scandalo che cattura il desiderio altrui per fuorviarlo verso un male, è una violenza.
Diventa allora evidente che la prima cosa da fare, prima ancora di rendere un culto a Dio, è ricucire i rapporti con il prossimo, è coltivare la relazione!
Siamo persone libere, usiamo bene la nostra libertà, e centriamo la nostra vita nel curare le nostre relazioni, i rapporti con gli altri, le amicizie, le persone a noi più vicine: diffondiamo l'amore del Padre ai suoi figli!

Fonte:http://www.qumran2.net/

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