Don Gianni MAZZALI sdb"SPLENDERE DI OPERE BUONE"

05 febbraio 2017 | 5a Domenica - Tempo Ordinario A | Omelia
SPLENDERE DI OPERE BUONE
Ci sono bisogni a cui porgere attenzione, ci sono vuoti da colmare, ferite da curare, ingiustizie e
violenze da denunciare e alle cui vittime portare sollievo, ma spesso ci troviamo in difficoltà a discernere il vero dal falso, a venire incontro alle vere povertà, a non essere vittime della falsità e dell'inganno. E' determinante e segno di onestà non crearci degli alibi, non addurre motivazioni ovvie per chiuderci in noi stessi, per evitare l'altro e non misurarci con le reali fatiche di tanta parte dell'umanità. A complicare il quadro si aggiungono gli inganni frequenti, i raggiri alla buona fede, le frodi. C'è da restare confusi, interdetti e talmente amareggiati al punto che ci sembra così arduo fare del bene. Ci soccorre nel nostro travaglio la Parola di Dio che intende illuminare la nostra esperienza spesso così contraddittoria e confusa. Possiamo essere luce se il bene che è in noi e che ci è trasmesso da Dio si manifesta in gesti di amore quotidiani che risanano anche le nostre ferite.

DIO CI E' ACCANTO

La pagina del terzo autore del libro del profeta Isaia che ci viene proposta oggi è allo stesso tempo concreta e profonda. La concretezza consiste nel fatto che il profeta affronta di petto i problemi del popolo tornato dall'esilio. Si stanno ricostruendo i pilastri della società: la legge, il culto, il tempio, la proprietà. E si constata che la liberazione dall'esilio non corrisponde ad una società in cui si realizza la giustizia, in cui c'è benessere per tutti, in cui sono debellate la violenza e la sopraffazione. Il profeta preferisce fare una denuncia indiretta dei mali sociali ed essere propositivo: "Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all'affamato, se sazierai l'afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce". Nella ricostruzione, sottolinea il profeta, ci si deve preoccupare di costruire una società basata sulla giustizia, sulla comunità che, prima dell'edificio materiale, è il vero luogo dove abita Dio, sulla lotta alle cause dell'ingiustizia, della miseria, della sopraffazione. E il profeta scandaglia il profondo, oltre gli aspetti sociali del vivere: la luce e la gloria di Dio sono accanto a chi lotta per il bene, per la giustizia. La fede in Dio non è una sovrastruttura, al punto da diventare una alienazione: "Non consiste forse il, digiuno che voglio nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo?".
La voce del profeta parla al nostro cuore e alla nostra mente e orienta l'espressione autentica della nostra fede. Diversamente da quanto spesso oggi si sottolinea dissociando la costruzione della società dalla fede in Dio, il cuore della Bibbia ci dice che nella consuetudine con Dio, nel dialogo sincero con lui troviamo le motivazioni e la forza per un costante e quotidiano impegno per costruire una società più giusta, per venire incontro ai bisogni sempre urgenti. La fede ci incalza e denuncia ogni sopruso contro la dignità dell'uomo, perché nel Cristo noi contempliamo l'uomo nuovo, l'umanità delle beatitudini.

LA LUCE DELL'AMORE

Quanto Gesù ci dice nella breve pagina di oggi, viene subito dopo le Beatitudini. Dalla nuova legge i discepoli di Gesù ricevono il dinamismo e l'efficacia della testimonianza espressa dal Signore con due immagini molto concrete: il sale e la luce. L'azione del sale è in primo luogo, nella cultura di Gesù, ordinata alla conservazione dei cibi. L'azione del sale riguarda l'identità e la genuinità di ciò che viene conservato. Il contrario è la corruzione, la degenerazione, la morte.
L'amore in primo luogo conserva, mantiene, impedisce la degenerazione del "marcire". Come discepoli di Cristo non possiamo accettare che il bene marcisca e si rafforzi il male. Si richiede da noi di misurarci positivamente nella lotta per il bene. Ed è così che si è luce, uscendo allo scoperto, sconfiggendo il rispetto umano, il qualunquismo, vivendo nella luce di Cristo e trasmettendola nell'amore esplicito verso Dio e nel servizio del prossimo: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli".

DEBOLEZZA E FORZA

Purtroppo la nostra testimonianza e la nostra rettitudine sono indebolite dalla nostra fragilità, dalle nostre incoerenze, dal nostro peccato. Ne siamo, ahimè, consapevoli, resistiamo alla tentazione di gettare la spugna, di abdicare, magari con amarezza, al dono e alla sfida della fede. Paolo ci viene incontro in questo disagio esistenziale che talvolta ci allontana da Dio e ci riduce alla latitanza: "Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione". E' spesso la nostra situazione e chi non crede non si perita di rinfacciarci le nostre incoerenze, le nostre contraddizioni. Se dipendesse solo da noi, dovremmo desistere, gettare la spugna. Ma Paolo, nonostante la sua titubanza e le sue paure, è rimasto fedele a Gesù, ha continuato a rendergli testimonianza e ci incoraggia, ci invita, ci stimola perché la nostra fede non sia "fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio".

"La peggior povertà
non è di chi non abbia abbastanza,
ma di chi sempre desideri
più che non ha".

(Arturo Graf)

Don Gianni MAZZALI sdb
Fonte:http://www.donbosco-torino.it/

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