Don Marco Ceccarelli, Commento VIII Domenica Tempo Ordinario “A”

VIII Domenica Tempo Ordinario “A” – 26 Febbraio 2017
I Lettura: Is 49,14-15
II Lettura: 1Cor 4,1-5
Vangelo: Mt 6,24-34
- Testi di riferimento: 1Re 3,13; Sal 4,9; 55,23; 127,2; 131,2; Sal 37,25; 55,23; 104,27-28; Sap 7,11;
Mt 7,9-11; 10,19; 19,29; 25,21.23; Lc 10,41-42; 11,23; 12,42-46; 16,1-8.10-11; Gv 5,44; Rm 2,29;
6,16; 1Cor 3,5; 7,32-34; 2Cor 6,4.14-16; 11,23; Ef 4,17; Fil 4,6; 1Tm 4,17-19; Tt 1,7; Eb 13,5-6;
Gc 4,4.13-15; 1Pt 4,10; 5,7
1. Il brano della seconda lettura di questa domenica segue immediatamente quello della domenica

precedente e ha come oggetto centrale il ministero apostolico all’interno della comunità. Chiunque
siano i “ministri” che guidano la comunità (v. 1; cfr. 1Cor 3,5) essi sono soltanto amministratori per
conto di Dio che è il vero pastore e al quale tutta la Chiesa e ogni singolo suo membro appartiene.
Lui sarà il giudice, al momento opportuno, di quanto i suoi amministratori hanno operato, e riguardo
alla fedeltà che essi hanno avuto nel loro ministero (v. 2). Davanti a Dio tutto diventerà palese
(v. 5). Diventeranno palesi le profonde intenzioni con cui, al di là anche degli apparenti positivi risultati,
essi hanno operato, se cercando cioè gli interessi di Cristo o i propri (Fil 2,21). Tenere presente
questo, custodire cioè la certezza del giudizio divino (che non è necessariamente soltanto
quello finale, a conclusione della nostra esistenza terrena), diventa quindi l’atteggiamento fondamentale
con cui i ministri della Chiesa e ogni singolo cristiano sono chiamati ad agire. Ciò significa
che esiste una provvidenza, un’azione di Dio nella storia umana. Dio non è soltanto esistente e presente;
è anche attivo. Dio agisce nella storia, magari non secondo i nostri tempi o le nostre urgenze.
Ma a suo tempo agisce; e agisce con giustizia. Il giudizio di Dio si manifesterà nel mettere in luce i
segreti delle tenebre, le intenzioni profonde. E questa certezza non è affatto motivo di angoscia; al
contrario, è fonte di pace. Perché, se non possiamo presumere in assoluto di essere dalla parte del
giusto anche quando facciamo le cose con rettitudine di coscienza – perché comunque anche la nostra
coscienza è sempre un po’ difettosa – la certezza della provvidenza divina ci permette di mantenere
una serenità di fondo anche nei momenti di prova. Che gli altri ci siano pro o contro, che parlino
bene o male di noi, la rettitudine alla fine il giudizio di Dio manifesterà la realtà delle cose in
tutta la loro chiarezza.
2. Il Vangelo.
- I due padroni (v. 24). Il tema dell’amministratore appare in un certo senso anche nel brano di
Vangelo odierno, con la metafora dei due padroni. L’esempio è eloquente, anche se nel campo della
fede sembra spesso trascurato. È impossibile servire, cioè “dare culto”, a due padroni che danno
contemporaneamente direttive diverse. Se si tentasse di farlo si diventerebbe schizofrenici. Tradotto
in termini religiosi, non si può servire Dio e “mammona”. Questo termine etimologicamente significa
“ciò in cui si confida”, “ciò che dà sicurezza”; e viene applicato agli idoli, rappresentati in questo
caso dai beni materiali. L’affermazione di Gesù nega la possibilità di qualsiasi convivenza fra il
culto al Signore e quello agli idoli. Il culto implica necessariamente l’obbedienza. Nella nostra vita
quotidiana noi obbediamo ad una serie di esigenze che non vengono da Dio. Pensiamo sia possibile
conciliare la ricerca del guadagno, della carriera, della buona fama, dell’assenza di conflitti, di quello
che a me pare giusto, della salvaguardia dei rapporti affettivi familiari, ecc., con il culto a Dio.
Poniamo la nostra fiducia, la nostra sicurezza in quelle cose; guai se ci venissero a mancare! E vogliamo
allo stesso tempo anche essere amici di Dio: non si sa mai! Ma in realtà questo non è possibile,
perché le due realtà esigono una obbedienza contrapposta. Obbedire all’idolo del denaro, per
esempio, significa prendere decisioni in base al guadagno, ad un futuro più sicuro, procurandosi
magari assicurazioni, accumuli di beni, ecc.; e questo contrasta con l’obbedienza a Dio che invece
dice di non preoccuparsi per il domani, di tenersi lontani dall’avarizia e dalla cupidigia, di preoccu-
parsi piuttosto di appartenere alla Chiesa e della vita eterna. Gli idoli hanno delle esigenze diverse
da Dio. Le realtà umane esigono un comportamento diverso da quello che si addice ai figli di Dio
(cfr. 1Cor 7,32-35). I figli di Dio vivono liberi dalle preoccupazioni legate alle realtà materiali perché
hanno posto la loro fiducia in Dio.
- La preoccupazione. Come facevamo notare nella domenica precedente, il cuore del discorso della
montagna sta nel rapporto dei discepoli con il Padre. Nel brano odierno appare per ben sei volte il
verbo “essere preoccupati” (merimnao); un verbo che in Mt lo si ritrova di nuovo soltanto in 10,19
per raccomandare sempre ai discepoli di non preoccuparsi di quello che diranno perché sarà lo Spirito
del Padre che parlerà in loro (10,20). Dunque l’assenza di preoccupazione dei discepoli si deve
al fatto che essi hanno Dio come loro Padre. E questo è abbastanza ovvio! Se uno ha Dio come Padre
di cosa si dovrebbe preoccupare? Soltanto di “cercare il regno di Dio e la sua giustizia” (6,33),
cioè di vivere all’interno di quel regno di Dio che Cristo ha portato e del quale fanno parte i suoi discepoli.
La cosa veramente preoccupante sarebbe perdere tale regno. Infatti esso si può perdere anche
dopo esservi entrati. Ma nella misura in cui il discepolo permane nel regno allora la sua figliolanza
divina lo rassicura che il Padre provvederà a lui. Un po’ più avanti Gesù afferma che nessuno
di noi darebbe una pietra al figlio che gli chiede una pane, o una serpe se gli chiede un pesce (7,7-
8). Allora la bontà infinitamente superiore di Dio esclude la possibilità che Egli possa dare a noi,
suoi figli, altro che cose buone (7,9). Chi sa questo, chi ha cioè la fede – perché la fede, dice san
Paolo, è la certezza che lo Spirito Santo mette dentro di noi che siamo figli di Dio (Rm 8,16) – è
tranquillo e sereno come un bambino nelle braccia della madre (Sal 131,2; collegamento con la
prima lettura). Ma attenzione: l’assenza di preoccupazione non significa assenza di tribolazione.
Ogni giorno infatti ha i suoi “mali” (6,34). Il cristiano vive immerso nelle stesse tribolazioni e pene
di qualsiasi altra persona. La certezza di essere figlio di Dio gli permette però di non cadere nel panico,
nello smarrimento, che lo porterebbe poi ad andare a servire gli idoli per avere la vita. Il cristiano,
il figlio di Dio, colui che è entrato a far parte del regno di Dio, si rivolge al Padre per il pane
quotidiano (6,11) e lascia nelle Sue mani il domani, perché sa che di Lui si può fidare. Può andare a
dormire sereno (Sal 4,9; Pr 3,24) perché sa che nulla può separarlo dall’amore di Dio (Rm 8,38-39).
- La provvidenza. Il brano odierno non usa una parola esplicita per “provvidenza”, ma l’idea è chiara:
«Il Padre vostro celeste li nutre» (v. 26); «Dio veste l’erba del campo» (v. 30). Quello che succede
sulla terra in relazione alla sussistenza quotidiana viene da Dio. “Tanto più” è vero per i suoi
figli. E tuttavia spesso non sembra che Dio si dia pensiero per le necessità umane. Persone che tribolano
per sopravvivere o anche muoiono di fame non mancano. Il discorso ci porterebbe lontano,
dovendo prendere in esame anche quanto concerne la libertà umana. Ma il punto dell’insegnamento
di Gesù sta nella fede che i figli sono chiamati ad avere nel Padre. Dio, nonostante la libertà umana
che può causare tribolazioni ai propri fratelli, rimane presente e attivo nella storia dei suoi figli. Il
rapporto di figliolanza fra i cristiani e Dio è tale che niente lo può interrompere. La famosa domanda
di Sal 8,5: «Cos’è l’uomo che ti ricordi di lui, il figlio d’uomo che ti prendi curi di lui?», si applica
in modo eminente ai figli di Dio. Il rapporto con Dio non viene mai interrotto. «Le anime dei
giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà» (Sap 3,1). L’uomo, nella sua cattiveria,
può fare del male e anche togliere la vita. Ma nemmeno la morte può interrompere l’appartenenza al
Padre. I figli di Dio rimangono con Lui per sempre.
P.S.
Qualche sempliciotto afferma: Se non mi devo preoccupare allora non mi alzo presto alla mattina,
non vado a lavorare, non cerco lavoro, non mi do da fare per procurami il cibo con il lavoro delle
mie mani, ecc.; aspetto che mi venga tutto da Dio. Ma:
1) L’assenza di preoccupazione non implica l’assenza di occupazione, ma soltanto l’assenza di inquietudine
interiore legata a tale occupazione. E non è certamente un comando, ma semplicemente
l’esortazione di un Padre che vorrebbe vedere i suoi figli sereni. «Ognuno mangi il proprio pane lavorando
in pace»: 2Ts 3,12.
2) Nel linguaggio biblico il “non … ma …” significa: “Non preoccupatevi tanto di questo (per
esempio del cibo e del vestito), ma piuttosto di quest’altro (in questo caso del regno di Dio)”. Il secondo
elemento è quello decisivo. «A che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero se poi
perde la propria vita» (Mt 16,26). Fermo restando che fra Dio e gli idoli non ci può assolutamente
essere alcuna commistione (2Cor 6,14-16)

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it

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