DON PaoloScquizzato«Non potete servire Dio e la ricchezza»

OMELIA 8a Domenica Tempo Ordinario. Anno A
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno
e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. 25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena». (Mt 6, 24-34)

«Non potete servire Dio e la ricchezza» (v. 24b). O da una parte o dall’altra dice Gesù, la ‘terza via’  non è data. La traduzione precedente al posto di ‘ricchezza’ riportava ‘mammona’, più vicino alla parola greca originaria.
Mammona è la traslitterazione del termine greco mamōnās, che a sua volta rende l’aramaico mamonà, ossia un idolo in cui porre la propria fiducia, perché capace di arrecare sicurezza, successo e potere. È interessante che nella lingua consonantica ebraica questa parola abbia le medesime consonanti di amen (mn), termine riscontrabile nella nostra liturgia, col significato di assenso e adesione: “così sia”, “è certamente così”, “ne sono certo”.
Per cui Gesù in questo brano mi sta facendo questa domanda: nella  tua vita, per cosa riservi il tuo amen? A chi ti affidi, su cosa fondi la tua felicità, il senso del tuo vivere? A ‘mammona’, ossia a ciò che sei riuscito ad accumulare, alla carriera, al potere? O dici il tuo amen a quel Bene che ama i suoi figli alla follia, poiché l’hai riconosciuto unica fonte di ogni altro bene?
Gesù è qui a dirmi che non ci si può affidare contemporaneamente ad un bene e al Bene. Molti suoi contemporanei, alquanto dediti alle cose di Dio, ci riuscivano benissimo. Erano gli scribi, i sacerdoti e i  farisei, abilissimi a cantare i salmi e contare i soldi.
Ma di questa eletta schiera, in fondo ci dice il Vangelo, ci facciamo parte un po’ tutti.
Da un lato si curano con attenzione gli interessi personali, ci si pone con le spalle al sicuro, perché coi tempi che corrono “non si sa mai”.  Dall’altra un occhio al cielo è bene tenerlo. Ecco dunque la religione, uno spazio sacro dove si battezzano figli, si partecipa ogni tanto alla Messa, e nelle situazioni più difficili magari si eleva al cielo qualche preghiera…
Il fatto è che con la bocca e la ‘pratica’ crediamo in Dio, ma non facciamo ancora esperienza di fede, ossia non permettiamo a Dio di credere in noi.
Ci si ostina a vivere per Dio, ma la salvezza è piuttosto permettere a Dio di essere la nostra vita, di manifestarci il suo amore, di essere Padre nei nostri confronti, perché l’unico grande sogno di Dio è proprio questo: riversare il suo amore nei propri figli.
La religione è pensare di poter fare qualcosa per Dio, la fede è affidarsi all’opera di Dio in me, e quindi pura accoglienza.

Pare ci sia in giro molta voracità religiosa, ma poca esperienza di fede, esperienza dell’opera di Dio nella propria vita. Per questo Gesù insiste: se ti affidi a ‘mammona’, non permetti a Dio di prendersi cura di te. Un vaso pieno di qualsiasi materiale, fosse anche oro puro, non può essere riempito. Se hai già il tuo piccolo idolo da adorare, non potrai sperimentare l’amore di un Padre che dona il suo amore per amor tuo.
La nostra unica ricchezza è dunque la nostra povertà, il nostro vuoto interiore, perché in questo spazio – non religioso – sperimenteremo chi è veramente quel Dio che viene in aiuto alla nostra debolezza.
La prima beatitudine, «beati i poveri» (Mt 5, 1), sottolinea proprio questo: quando non avrai più nessuna sicurezza, affetto, oggetto a cui aggrapparti e da cui sperare vita, allora proverai cosa vuol dire ricevere vita dal Vivente e saprai finalmente chi è Dio per te.

Fonte:https://www.paoloscquizzato.it/