FIGLIE DELLA CHIESA,LectioDivina "Non preoccupatevi del domani

VIII Domenica del Tempo Ordinario
Antifona d'ingresso
Il Signore è mio sostegno, 
mi ha liberato e mi ha portato al largo,

è stato lui la mia salvezza,
perché mi vuol bene. (Sal 18,19-20)

Colletta
Concedi, Signore,
che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà
nella giustizia e nella pace,
e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia
al tuo servizio.

Oppure:
Padre santo,
che vedi e provvedi a tutte le creature,
sostienici con la forza del tuo Spirito,
perché in mezzo alle fatiche
e alle preoccupazioni di ogni giorno
non ci lasciamo dominare dall’avidità e dall’egoismo,
ma operiamo con piena fiducia
per la libertà e la giustizia del tuo regno.

PRIMA LETTURA (Is 49,14-15)
Io non ti dimenticherò mai.

Dal libro del profeta Isaìa

Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato,
il Signore mi ha dimenticato».
Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se costoro si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 61)
Rit: Solo in Dio riposa l’anima mia.

Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia salvezza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: mai potrò vacillare. Rit:

Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia speranza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: non potrò vacillare. Rit:

In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio.
Confida in lui, o popolo, in ogni tempo;
davanti a lui aprite il vostro cuore. Rit:

SECONDA LETTURA (1Cor 4,1-5)
Il Signore manifesterà le intenzioni dei cuori.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele.
A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!
Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

Canto al Vangelo (Cf Eb 4,12)
Alleluia, alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Alleluia.

VANGELO (Mt 6,24-34)
Non preoccupatevi del domani.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Preghiera sulle offerte
O Dio, da te provengono questi doni
e tu li accetti in segno del nostro servizio sacerdotale;
fa’ che l’offerta che ascrivi a nostro merito
ci ottenga il premio della gioia eterna.

Antifona di comunione
Voglio cantare a Dio per il bene che mi ha fatto,
voglio lodare il nome del Signore Altissimo. (Sal 11,6)

Oppure:
“Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
sino alla fine del mondo”,
dice il Signore. (Mt 28,20)

Oppure:
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia
e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”. (Mt 6,33)

Preghiera dopo la comunione
Padre misericordioso, il pane eucaristico
che ci fa tuoi commensali in questo mondo,
ci ottenga la perfetta comunione con te nella vita eterna.

Lectio
Con questa VIII Domenica concludiamo la prima parte del tempo ordinario e, sulla scia delle Domeniche precedenti, ci lasciamo istruire dagli insegnamenti di Gesù, pronti ad intraprendere l’ormai prossima ardua battaglia della Quaresima, dove l’anima vivrà l’eterno vivificante scontro tra se stessa e il deserto, il silenzio.
L’evangelista Matteo conferisce una portata programmatica all’odierna predicazione di Gesù che trova spazio nel discorso della montagna, nel succedersi coinciso, martellante, strutturato in maniera sapienziale, di una serie di detti, di insegnamenti, quasi a voler trasmettere l’urgenza di tramandare un testamento spirituale, che parli di giustizia, di regno dei cieli; quasi a voler salvare l’uomo, a volerne rinnovare il cuore, agganciandolo ad una dottrina nuova, non più quella antica del giudaismo. Per questo Matteo pone sul monte Gesù stesso come esegeta, il quale annuncia: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,16). L’evangelista è consapevole che, per riorganizzare quella piccola Chiesa, deve ripartire da un insegnamento chiaro, che parli di una netta presa di posizione per Dio, che inviti a porre in Lui la propria speranza presente e futura.
Questo avviene anche eliminando ogni pretesa di giudizio, sia su se stessi che su gli altri. Le dichiarazioni di Paolo nella lettera ai Corinzi sono molto chiare. Non importa da quale tribunale umano si verrà giudicati; esiste il giudizio di Dio che trascende i pensieri degli uomini e che è un giudizio equo perché supera le categorie umane del giusto e dell’ingiusto. Non è chiesto neppure di giudicare se stessi, perché anche questo giudizio non sarebbe pienamente veritiero. Solo la Parola di Dio può giudicare e fare luce, “svelare i segreti delle tenebre, manifestare le intenzioni dei cuori” (1Cor 4,5) perché è lei che “è viva ed efficace” (Eb 4,12). Ciò che viene chiesto è di essere fedeli nelle cose che Dio ha chiesto di amministrare, oggi, incarnando lo stile del servo, come viene anche indicato dall’apostolo Pietro: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4,10). È il vivere la quotidianità con fedeltà agli impegni, ai misteri di Dio, agli altri, che metterà in pace il nostro cuore, senza che esso possa rimproverarci nulla.
Dall’assunzione di questo atteggiamento nasce la serenità preannunciata nella prima lettura dal Secondo Isaia, attraverso lo svelamento del volto materno e tenero di Dio, che si prende cura del proprio figlio, che lo ama al punto da commuoversi nelle viscere, nel suo grembo di madre; infatti il termine utilizzato è l’ebraico “rahamim”, ovvero “viscere materne”. Come una mamma è segnata nelle viscere dalla presenza del figlio, così nelle viscere di Dio resta inciso il passaggio dell’uomo. “Mai” è l’avverbio utilizzato. “Mai” significa che l’abbandono non rientra nelle categorie di Dio. Nemmeno sulla croce quando Cristo grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”, nemmeno lì Dio abbandona e abita quel grido straziante. Dio sta nella promessa scalfita sulla croce, nuovo grembo da cui nasce la vita, che quella morte non è la fine di tutto. “Sempre” è l’avverbio di Dio e significa che Lui c’è e che teneramente mi offre il suo grembo, le sue ginocchia, su cui poggiare il mio capo. Sempre. Non mai.
A chi si pone davvero in Ascolto, il Vangelo odierno apre un orizzonte di grande serenità. Stempera il bisogno di controllo che spesso gli uomini hanno sulla propria vita, richiedendo il coraggio di non aver paura e l’umiltà di fidarsi di Colui che orienta le esistenze.

24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
L’uomo libero è colui che non è servo, né degli uomini né delle cose. È colui che non ha padroni. Prestiamo, però, attenzione. Non è bandita la ricchezza ma, affinché l’uomo diventi davvero libero, deve mutare la relazione tra lui e la ricchezza. Il salmista offre un giusto consiglio: “Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore” (Sal 61,11). Cosa fare della ricchezza dunque? Come utilizzarla? Nel Talmud si racconta un dialogo tra il governatore romano Rufo e un prigioniero, il rabbino Aqivà. Rufo chiede al rabbino: “Se il vostro Dio ama i poveri, perché non procura loro il sostentamento?”. Risponde Aqivà: “Perché noi, per mezzo loro, si possa essere salvati dal decreto della Gehenna” (TB Baba Bathra 10a). Alla luce di ciò analizziamo il termine ricchezza, traendolo dal greco “μαμωνᾷσ”, rivestendolo di un significato neutrale in quanto non è accompagnato da alcun aggettivo qualificante, anche se molti commentatori prediligono l’accezione negativa traducendolo in “ricchezza ingiusta”. La ricchezza, lungi dall’essere vista come peccaminosa, può diventare il nostro modo di rispondere ai bisogni del mondo, rendendoci intermediari e corresponsabili, nel nome e per conto di Dio, della salvezza degli altri. Bisogna permettere un capovolgimento: dal servire la ricchezza al servirsi della ricchezza. Si delinea così l’identità del cristiano impegnato, servo sì, ma non di un padrone, piuttosto di un Padre, nella misura in cui il suo servizio è un atto d’amore incondizionato.

25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
“Non preoccupatevi” è il ritornello cadenzato che detta un tempo “andante rasserenante” a questo brano. “Non preoccupatevi”. Mi fermo e respiro.
Gesù fa riferimento ai bisogni primari: il mangiare, il bere, il vestirsi. Dobbiamo “occuparci” di queste cose, non dobbiamo “pre-occuparci”, dare ad esse più della necessaria e sufficiente importanza. Il “pre” distoglie dal godere pienamente la vita, ancorandoci solo alla terra. Si ripete la storia di Marta e Maria, torna lo stesso verbo, lo stesso moto del cuore: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,41-42).

26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano.
A compensare i “non preoccupatevi” che attraversano il brano, i versetti seguenti ci sollecitano con due imperativi positivi: “Guardate gli uccelli del cielo”, “osservate come crescono i gigli del campo”. Fermatevi. Guardate le cose belle. Respirate. Non restate curvati sulla terra. Guardate il cielo, guardate i fiori, le cose semplici, individuate il positivo. Ringraziate per ciò che avete. Non affannatevi. Perché contate più di tanta bellezza!

29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
“Gente di poca fede”: è l’acme di un climax ascendente di richiami all’uomo. Dio apostrofa l’uomo perché vuole fargli prendere consapevolezza di quanto sia un essere amato. Bene ci dice il libro dei Proverbi: “il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (3,12). E ancora negli Atti degli apostoli si legge: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo” (3,19). L’amore è la condizione di ogni suo agire.
Sotto un altro punto di vista qui il“pre” è segno della tracotanza, dell’orgoglio dell’uomo, (della sua ὕβϱις, direbbero gli antichi greci), del suo istinto a non voler abbandonare l’ansia di tenere tutto sotto controllo. È segno di una mancata umiltà che spinge a confidare più nelle proprie forze anziché nell’azione di Dio. Di conseguenza, quando gli eventi non si svolgono secondo quanto programmato, ecco la paura, l’angoscia. Ecco che si diventa come i discepoli nel mare in tempesta. Terrorizzati, angosciati, irrigiditi. Eppure sulla loro stessa barca c’era Gesù!

31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Questa chiusa riprende le immagini del mangiare, del bere, del vestire con cui Gesù aveva iniziato questa parte del suo discorso. È chiaro, lineare, Gesù. Non vuole lasciare dubbi. L’espressione “andare in cerca”, riferita ai pagani, deriva dal verbo ἐπιζητέω che significa ricercare, bramare, sentire la mancanza ed esprime dunque una sfumatura ancora più forte del precedente “preoccuparsi”. Gesù lascia questa brama ai pagani. Vuole sradicarla dai suoi affinché essi si affidino ad un Padre che provvede il cibo al tempo opportuno, non magicamente, ma predisponendo gli eventi di modo che nulla manchi a loro.

33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.
Come si cercano il regno di Dio e la sua giustizia? Amando ogni giorno ciò che custodiamo. Il cosmo, gli eventi, tutto si inchina davanti alla nostra ricerca appassionata dell’Amore. Non è astrattezza o un’immagine effimera e lontana nel tempo e nello spazio, ma è storia quotidiana dell’uomo che decide di donare e donarsi in abbondanza, senza calcolare ricavi e perdite di questo suo essere dono.
Chiediamo la grazia di comprendere, credere e vivere ciò che quotidianamente, nella Celebrazione Eucaristica, durante il rito di comunione, il sacerdote invoca anche per noi: “Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni; e con l'aiuto della tua misericordia, vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”. Questa verità cammini dentro il nostro cuore e ci faccia cantare col salmista:
“Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia speranza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: non potrò vacillare.
In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio.
Confida in lui, o popolo, in ogni tempo;
davanti a lui aprite il vostro cuore”
(Sal 61)

Appendice
Possesso e uso delle ricchezze
Disprezza le ricchezze, se vuoi possedere le ricchezze; sii povero, se vuoi essere ricco. Tali sono infatti gli inattesi beni di Dio, egli vuole che non per tuo studio, bensì per sua grazia, tu diventi ricco. Lascia a me - egli dice - codeste cose: tu cura le cose dello spirito, per apprendere la mia potenza: fuggi dal giogo e dalla schiavitù delle ricchezze. Fintanto che le tratterrai in tal modo, sarai povero: allorché invece le disprezzerai, sarai doppiamente ricco; e perché ti perverranno da ogni dove, e perché nulla ti mancherà di quanto invece sono carenti i più. Non è infatti il possedere a dismisura che fa ricco, bensì il non mancare di troppe cose. Perciò, quando c`è l`indigenza, il re in nulla differisce dal povero: la povertà infatti è questo aver bisogno degli altri: proprio per questa ragione il re sia povero, poiché‚ necessita del servizio dei sudditi. Non così per chi è stato crocifisso: di nessuno ha bisogno; al vinto sono sufficienti le proprie mani: "Alle mie necessità, infatti" - egli dice -, "ed a quelle di coloro che sono con me, hanno provveduto queste mie mani" (At 20,34). Queste cose dice chi, altrove, afferma: "Quasi come chi non ha nulla, e tutto possiede" (2Cor 6,10); proprio lui che a Listra ritenevano che fosse un dio. Se vuoi conseguire le cose del mondo, cerca il cielo se vuoi fruire delle cose presenti, disprezzale: senza equivoci, infatti, dice [Gesù]: "Cercate prima di tutto il regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta" (Mt 6,33). Perché ti soffermi sulle piccole cose? Perché resti a bocca aperta davanti a cose di nessun valore? Fino a quando sarai povero e mendico? Guarda il cielo pensa alle ricchezze di lassù: fatti beffe dell`oro, apprendi quale sia il suo vero uso. Nella vita presente - che scorre come rena -, fruiamo soltanto di esso, perciò quasi goccia in paragone all`immensità dell`abisso, di tanto si differenziano le cose presenti in raffronto alle future. Qui non si tratta di possesso, ma di uso, e non neppure possesso in senso proprio: Come mai, infatti, al momento del tuo estremo respiro, che tu lo voglia o no, altri ricevono tutto, e questi a loro volta danno ad altri, che poi daranno ad altri ancora? Tutti in effetti siamo di passaggio, e il padrone di casa è necessariamente più privilegiato del servo: spesso peraltro, morto quegli, il servo rimane, e si gode la casa molto più a lungo di lui. Ma se questi con mercede, anche quello in precedenza con mercede: costruì infatti, mettendo pietra su pietra con grande fatica e impegno. Solo al Verbo appartengono i domini: infatti nella verità della cosa tutti siamo padroni degli altri. Sono nostre solo quelle cose che abbiamo mandato lassù innanzi a noi: quelle che sono quaggiù, non sono nostre bensì dei viventi; anzi ci lasciano quando siamo ancora vivi. Sono nostre soltanto quelle cose che sono opere d`un`anima nobile quale l`elemosina, la benignità.
Queste cose son dette esterne anche tra gli stranieri: infatti sono fuori di noi. Dunque facciamo in modo che stiano dentro. Non possiamo infatti partire da qui portandoci dietro le ricchezze, però possiamo emigrare portando con noi l`elemosina: anzi, a dire il vero, la mandiamo innanzi, per prepararci un abitacolo nella dimora eterna. (Giovanni Crisostomo, In Epist. I ad Timoth. 3)

Esiste per verità anche un altro senso del termine e non lo passerò sotto silenzio. "Mammona ingiusta" sono tutte le ricchezze mondane, da qualsiasi fonte provengano. In qualunque modo infatti vengano accumulate, sono mammona ingiusta, sono cioè ricchezze ingiuste. Che vuol dire: "Sono ricchezze ingiuste"? È il denaro che l'ingiustizia chiama ricchezza. Se infatti cerchi le vere ricchezze queste sono diverse. Tali ricchezze possedeva in abbondanza Giobbe, pur essendo spogliato d'ogni bene, quando ne aveva pieno il cuore proteso verso Dio e offriva le sue lodi a Dio come gemme preziosissime pur avendo perduto tutti i suoi beni. Da quale scrigno le tirava fuori, se non aveva più nulla? Ecco le vere ricchezze. Quanto alle altre ricchezze è l'ingiustizia a chiamarle così. Se tu hai ricchezze terrene, non le biasimo; ti è venuta un'eredità, tuo padre era ricco e ha lasciato a te i suoi beni. Se te le sei procacciate onestamente, se hai la casa piena del provento delle tue giuste fatiche, non ti biasimo. Tuttavia anche così non chiamarle ricchezze; poiché, se le chiamerai ricchezze, vuol dire che le ami e, se le amerai, perirai con esse. Mandale in rovina per non andare tu stesso in rovina; donale per acquistarle, spargile come seme per poterle mietere. Non devi chiamarle ricchezze, perché non sono vere: sono piene di povertà e sempre soggette a rovesci. Che razza di ricchezza è quella a causa della quale hai paura dei briganti, a causa della quale temi che un tuo servo ti uccida e te la rubi e fugga? Se fosse vera ricchezza, ti darebbe sicurezza. (Agostino, Discorso 113)

Considerate i gigli dei campi...
Ma quale spettacolo è quello di un campo in pieno rigoglio, quale profumo, quale attrattiva, quale soddisfazione per i contadini! Come potremmo spiegarlo degnamente con le nostre parole? Ma abbiamo la testimonianza della Scrittura dalla quale vediamo paragonata la bellezza della campagna alla benedizione e alla grazia dei santi, quando Isacco dice: "L`odore di mio figlio è l`odore d`un campo rigoglioso" (Gen 27,27). Perché descrivere le viole dal cupo colore purpureo, i candidi gigli, le rose vermiglie, le campagne tinte ora di fiori color d`oro ora variopinti ora color giallo zafferano, nelle quali non sapresti se rechi maggior diletto il colore dei fiori o il loro profumo penetrante? Gli occhi si pascono di questa gradevole visione e intorno ampiamente si sparge il profumo che ci riempie del suo piacevole effluvio. Perciò giustamente il Signore dice: "E la bellezza del campo è con me (Sal 49,11). E` con lui, perché ne è l`autore: quale altro artefice infatti avrebbe potuto esprimere una così grande bellezza nelle singole creature? "Considerate i gigli del campo" (Mt 6,28), quale sia il candore dei loro petali, come questi, l`uno stretto all`altro, si rizzino dal basso verso l`alto in modo da riprodurre la forma d`un calice, come nell`interno di questo risplenda quasi un bagliore d`oro che, difeso tutt`intorno dalla protezione dei petali, non è esposto ad alcuna offesa. Se si cogliesse questo fiore e si sfogliassero i suoi petali, quale mano di artista sarebbe così abile da ridargli la forma del giglio? Nessuno saprebbe imitare la natura con tanta perfezione da presumere di ricostituire questo fiore, cui il Signore diede un riconoscimento così eccezionale da dire: "Nemmeno Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno di questi" (Mt 6,29). Un sovrano ricchissimo e sapientissimo è giudicato da meno della bellezza di questo fiore. (Ambrogio, Hexamer. 3, 36)

Fidarsi della sapienza di Dio
Gesù Cristo non ci ha invitato a considerare il volo degli uccelli, nè ci ha proposto di imitarli nel volo, il che non è possibile agli uomini; ma ci ha mostrato come essi si nutrono senza alcuna preoccupazione, cosa che anche noi possiamo fare se lo vogliamo. L`esempio dei santi, che hanno confermato questo precetto con le opere, ne è una prova. Ebbene, è ammirevole la saggezza del legislatore divino che, pur potendo proporre l`esempio di tanti eccellenti uomini, come Mosè, Elia, Giovanni Battista e tanti altri, che non si sono per niente affannati per procurarsi il cibo, preferisce ricordare l`esempio degli uccelli, allo scopo di toccare i suoi ascoltatori in modo più forte ed efficace. Se avesse parlato di quei giusti, essi avrebbero ben potuto rispondere di non avere ancora raggiunto la loro virtù. Ma tacendo di questi e proponendo invece l`esempio degli uccelli, essi non possono addurre nessuna scusa. Anche in questo punto, egli segue la traccia della legge antica. Il Vecchio Testamento, infatti, suggerisce agli uomini l`esempio dell`ape, della formica, della tortora e della rondine (cf. Sir 11,31). E non è del resto un mediocre motivo di gloria per l`uomo poter acquisire con la libera scelta della volontà ciò che questi animali compiono, spinti dall`istinto naturale. Se Dio, dunque, si prende tanta cura per questi animali che egli ha creato per noi, quanto più se ne prenderà per noi stessi? Se veglia sui servi, quanto più veglierà sul padrone?
Ecco perché, dopo averci invitati a osservare gli uccelli dell`aria, non aggiunge che essi non si occupano di traffici e di altri commerci che sono riprovati; dice che essi "non seminano né mietono" (Mt 6,26). Ma come? - voi mi direte - non si dovrà dunque più seminare? Cristo non proibisce di seminare, ma dice -ripeto - che non dobbiamo affannarci anche per quanto ci è necessario. Non ci vieta di lavorare, ma non vuole che siamo senza fiducia e che ci maceriamo nell`inquietudine e nelle preoccupazioni. Ci comanda infatti di nutrirci: ma non vuole che tale pensiero ci tormenti e crei difficoltà allo spirito. Già molto tempo prima, David aveva sottolineato questa verità, anche se un po` enigmaticamente, affermando: "Tu apri la mano e colmi di favore ogni vivente" (Sal 144,16); e altrove: "Colui che dà il loro cibo alle bestie, e ai piccoli corvi ciò che domandano (Sal 146,9). Ma quale uomo è mai esistito - voi mi direte - che sia stato esente da queste preoccupazioni? Ebbene, vi rispondo, non vi ricordate di tutti quei giusti che vi ho nominato poco fa? Non vi ricordate, insieme a loro, che anche Giacobbe, il patriarca, uscì nudo dal suo paese e disse: "Se il Signore mi dà pane per mangiare e abiti per coprirmi..." (Gen 28,20)? E con queste parole egli mostrava chiaramente di non essere preoccupato, ma che chiedeva e si aspettava tutto da Dio. Nello stesso modo si comportarono con fortezza gli apostoli, che abbandonarono ogni loro bene e non si diedero pensiero di niente. Abbiamo visto poi quelle cinquemila persone e poi le altre tremila, che ottennero il cibo da Dio, senza darsi alcun affanno (cf. At 2,41).
Se dopo tutti questi argomenti e tutti questi esempi, non siete ancora capaci di sciogliere le dure catene che vi legano, liberatevi dall`affanno almeno riconoscendone l`inutilità. "Chi di voi", infatti, "con l`affannarsi può aggiungere alla sua età una spanna"? (Mt 6,27) - aggiunge Cristo. Vedete come egli si serve ora di un paragone chiaro e comprensibile, per far capire una verità oscura e nascosta. Pur dandovi da fare - egli dice - voi non potete far crescere neppure un poco il vostro corpo; ebbene, allo stesso modo non potete neppure con tutte le preoccupazioni e gli affanni assicurarvi il cibo. Con queste parole Gesù ci fa vedere con estrema chiarezza che non è affatto la nostra cura, ma soltanto la provvidenza di Dio che compie tutto, anche in quelle cose in cui sembra che noi abbiamo parte attiva. Se Dio infatti ci abbandonasse, nessuna cosa più sussisterebbe e periremmo tutti inevitabilmente con i nostri affanni, le nostre inquietudini e le nostre fatiche. (Giovanni Crisostomo, In Matth. 21, 3)

(11 luglio 1942)
[…] Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio. (E. Hillesum, Diario 1941-1943)

2404 «L’uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri». La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti. (Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte terza – La vita in Cristo, Sezione seconda - I dieci Comandamenti, Capitolo secondo- «Amerai il prossimo tuo come te stesso», Articolo 7 – Il settimo comandamento)

Cari fratelli e sorelle!
Nella Liturgia odierna riecheggia una delle parole più toccanti della Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo ce l’ha donata mediante la penna del cosiddetto “secondo Isaia”, il quale, per consolare Gerusalemme abbattuta dalle sventure, così si esprime: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Questo invito alla fiducia nell’indefettibile amore di Dio viene accostato alla pagina, altrettanto suggestiva, del Vangelo di Matteo, in cui Gesù esorta i suoi discepoli a confidare nella provvidenza del Padre celeste, il quale nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, e conosce ogni nostra necessità (cfr 6,24-34). Così si esprime il Maestro: “Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno”.
Di fronte alla situazione di tante persone, vicine e lontane, che vivono in miseria, questo discorso di Gesù potrebbe apparire poco realistico, se non evasivo. In realtà, il Signore vuole far capire con chiarezza che non si può servire a due padroni: Dio e la ricchezza. Chi crede in Dio, Padre pieno d’amore per i suoi figli, mette al primo posto la ricerca del suo Regno, della sua volontà. E ciò è proprio il contrario del fatalismo o di un ingenuo irenismo. La fede nella Provvidenza, infatti, non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani. E’ chiaro che questo insegnamento di Gesù, pur rimanendo sempre vero e valido per tutti, viene praticato in modi diversi a seconda delle diverse vocazioni: un frate francescano potrà seguirlo in maniera più radicale, mentre un padre di famiglia dovrà tener conto dei propri doveri verso la moglie e i figli. In ogni caso, però, il cristiano si distingue per l’assoluta fiducia nel Padre celeste, come è stato per Gesù. E’ proprio la relazione con Dio Padre che dà senso a tutta la vita di Cristo, alle sue parole, ai suoi gesti di salvezza, fino alla sua passione, morte e risurrezione. Gesù ci ha dimostrato che cosa significa vivere con i piedi ben piantati per terra, attenti alle concrete situazioni del prossimo, e al tempo stesso tenendo sempre il cuore in Cielo, immerso nella misericordia di Dio.
Cari amici, alla luce della Parola di Dio di questa domenica, vi invito ad invocare la Vergine Maria con il titolo di Madre della divina Provvidenza. A lei affidiamo la nostra vita, il cammino della Chiesa, le vicende della storia. In particolare, invochiamo la sua intercessione perché tutti impariamo a vivere secondo uno stile più semplice e sobrio, nella quotidiana operosità e nel rispetto del creato, che Dio ha affidato alla nostra custodia. (Papa Benedetto XVI, Angelus del 27 febbraio 2011)


Fonte:http://www.figliedellachiesa.org/