fr. Massimo Rossi, Commento I DOMENICA DI QUARESIMA – 5 marzo 2017


I DOMENICA DI QUARESIMA – 5 marzo 2017
Gn 2,7-9;3,1-7;  Sal 50/51;  Rm 5,12-19;  Mt 4,1-11
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato, concedi al tuo popolo di
intraprendere con la forza della tua parola il cammino quaresimale, per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito.
“Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi.”
“Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.”.
“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo…”.
4 giorni or sono abbiamo celebrato l’inizio della Quaresima, ricevendo le ceneri:  questo simbolo possiede diversi significati, ai quali alludono le due formule (a scelta) che il ministro recita imponendo la cenere sul capo dei fedeli; la prima, di sapore veterotestamentario, allude al secondo racconto della creazione dell’uomo, contenuto nel Libro della Genesi – a proposito, lo sapevate che (nella Genesi), di racconti della creazione ce ne sono due? –: “Ricorda che sei polvere, e polvere ritornerai.”; la seconda formula invece è attinta dal Vangelo di Marco; più precisamente si tratta delle prime parole pronunciate dal Signore: “Convertiti e credi al Vangelo!”.
Personalmente preferisco la seconda formula.
Il racconto di Adamo ed Eva, un po’ – tanto! – immaginifico e fantasioso, contiene aspetti fondamentali per la Rivelazione, per nulla immaginifici e fantasiosi.
Tali aspetti fondamentali non sono solo negativi, intendiamoci; tuttavia l’inizio della Quaresima suggerisce una riflessione particolare sulla trasgressione del comando di Dio, da parte dei (nostri) progenitori, e sulle conseguenze per l’intera umanità.
Trasgredire i comandi dell’autorità genitoriale è questione assai delicata, sulla quale la psicoanalisi ha scritto fiumi di parole:  con buona pace di mamma e papà, la prima parola che il neonato pronuncia, appena intuisce …com’è la vita, non è ‘mamma’, o ‘papà’, ma ‘NO’, un bel NO tondo tondo!
La parabola della nostra esistenza è raccontata nei primi due capitoli della Genesi:  Adamo ed Eva siamo noi, ciascuno di noi: noi che viviamo i primi mesi, pochi mesi, pochissimi, in totale dipendenza dai pensieri, dalle parole, dai gesti dei nostri genitori… E poi, improvvisamente, ‘NO’! e questo è solo l’inizio… Arriva la stagione dell’adolescenza: euforie improvvise e devastanti come temporali estivi, stupidere, tristezze a sorpresa, voglia di far niente, nervi a fior di pelle, ormoni che sfuggono al controllo – il sesso, questo sconosciuto! –… e soprattutto, l’impulso alla trasgressione.
A pensarci bene, c’è una differenza sostanziale, rispetto alla stagione infantile…
L’adolescente, il suo ‘NO’, non te lo dice in faccia, quasi mai;  il tredicenne, quattordicenne, diciassettenne, ventenne,…. il suo ‘NO’ te lo fa capire, preferisce dirtelo di nascosto… non a parole, ma con i fatti.
Il rifiuto adolescenziale di stare nei ranghi, il rifiuto della disciplina in genere, dei principi oggettivi, di ogni codice di comportamento ricevuto, interpretato e patito come imposizione (esterna) indebita, che limita la propria libertà e il diritto all’autodeterminazione, suscita desideri di trasgredire.  È così in famiglia; ma è così anche a scuola, in parrocchia…   Questa situazione delicata, complessa e fonte di sofferenza, prima che per i genitori, per il figlio, può ‘culminare’ in un gesto simbolico di trasgressione, che il ragazzo identifica come LA TRASGRESSIONE…  un vero e proprio rito di passaggio:  compiuto il quale, il giovane non sarà più come prima;  niente sarà più come prima.  Nella maggior parte dei casi, il soggetto ritorna, per così dire, nei ranghi; ma questa volta, per scelta sua, non per costrizione esterna. La legge ricevuta, la norma eteronoma, viene elaborata, assimilata e diventa legge autonoma, legge interiore, che guida l’agire morale.
Ecco, descritto in supersintesi, il cammino di maturazione della persona…  un cammino lungo, non privo di cadute, di errori,…  Strada facendo, la persona riporta delle ferite, che resteranno come cicatrici nella storia personale, e attraverso le quali, (il soggetto) imparerà a vivere.
Una volta si diceva: “Sbagliando si impara!”;  oggi si dice “Se non ti uccide, fortifica!”.
Anche a questo allude il racconto del peccato originale, che sappiamo, finisce male…  con l’abbandono dell’Eden da parte dell’uomo e della donna.  Vi prego di considerare questo epilogo non tanto e non solo come una punizione di Dio, ma come la conseguenza logica di una scelta compiuta dai due protagonisti:  in altre parole, non ha più senso rimanere in una situazione, le cui condizioni sono conosciute, quando tali condizioni non si condividono più. Tantovale andarsene.
Ed ecco i guasti provocati dal peccato d’origine:
la fiducia (nudità) si trasforma in paura, vergogna, sospetto, diffidenza, un virus letale che manda in cancrena la comunione tra l’uomo e la donna;
la complicità affettiva tra i partners, la solidarietà si trasforma in accusa reciproca e scarico di responsabilità;
la fatica e il dolore segnano il lavoro dell’uomo e la maternità della donna;
la relazione tra uomo e donna, segnata dal peccato, è minacciata dall’istinto cieco e ingovernabile, dalla tentazione di possedere e  di dominare.
Nostro malgrado, anche la relazione con Dio ne esce compromessa: dall’Amico che passeggiava con la prima coppia nel giardino, Dio diventa prima un rivale, poi un giudice che fa paura, anche se alla fine, per iniziativa Sua, Dio si mette ancora a servizio dell’uomo e della donna, confeziona per loro delle tuniche – nasce il senso del pudore – e promette la vittoria sul male.
Sappiamo che la promessa si è realizzata nella persona di Cristo.
Per partecipare dei frutti che Cristo ci ha guadagnato con la sua Passione, è necessario entrare in relazione con Lui, sottoscrivendo le condizioni che Lui stesso ha posto: queste condizioni sono elencate nei capitoli 5, 6 e 7 dal Vangelo di Matteo, il famoso discorso della montagna, o delle Beatitudini.  Ricordo il ‘refren’: “Avete inteso che fu detto… Ma io vi dico…”, che scandisce le tali condizioni.  Solo obbedendo ai comandi del Signore, noi conosceremo la verità e la verità ci farà liberi (cfr. Gv 8,32).   Può sembrare paradossale, ma paradossale non è!
La relazione con il Cristo non è infatti (una relazione) di schiavitù, ma di amicizia.
L’amicizia non autorizza a dire e fare tutto quello che si vuole, “…tanto l’amico capirà, l’amico deve capire! altrimenti che amico è?”.  Ebbene sì, anche l’amicizia ha le sue regole. Forse un adolescente che si affaccia alla vita affettiva non le conosce ancora… ci siamo passati tutti…
Proprio per questo il Signore identifica il legame tra Lui e i suoi discepoli, con l’amicizia, la quale libera l’amore, non nonostante l’obbedienza, ma proprio grazie all’obbedienza alle regole che il Signore stesso ha promulgato e firmato con il sangue.
E questa obbedienza si chiama fedeltà.

Fonte:http://www.paroledicarne.it

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