JUAN J. BARTOLOME sdb,LectioDivina "Non potete servire a due padroni... Ma io vi dico..."

26 febbraio 2017 | 8a Domenica - Tempo Ordinario A | Lectio Divina
Lectio Divina : : Mt 6,24-34 
Non potete servire a due padroni... Ma io vi dico...
Lectio Divina Mt 6,24-34
Le esigenze che il regno di Dio impone a chi lo aspetta sono estremamente radicali. Dopo avere
avvertito che una vita di pietà non può alimentare ipocrisia (Mt 6,1-18) e reclamato disinteresse per i beni terreni (Mt 6,19-21), Gesù esorta ad un servizio a Dio senza timore (Mt 6,24) ed a liberarsi dell'angoscia per la propria sopravvivenza (Mt 6,25-34). Il Dio di Gesù non permette che l'amore che spera dai suoi sia diviso, né che i suoi discepoli vivano con niente: rendergli culto impone di smettere di servire il denaro e di preoccuparsi di lui. Dio, pensa Gesù, può esigere tale amore, perché si è impegnato a rendere fecondo il futuro di chi lo serve totalmente. Chi opta per Dio si libera di dover pensare al suo mantenimento: ha messo nelle sue mani il suo futuro e ciò lo libera dalla fatica di dovere soddisfare le proprie necessità, benché non finisca del tutto con esse. Solo chi serve Dio con esclusività ha messo vita e futuro in buone mani. Vive, dunque, fiducioso.

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
24 "Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
25 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
26 Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
28 E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
31 Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?".
32 Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
33 Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
34 Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena"."
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il passaggio può produrre tanto una profonda consolazione come sembrarci un inutile romanticismo. Dopo avere raccomandato un atteggiamento di disinteresse verso i beni che si hanno, Gesù passa ora a proporre la liberazione dell'angoscia di non possedere le cose necessarie: chi ha Dio come signore, può vivere senza affanni. Affannarsi per conservare quello che si ha o per ottenere quello che non si è riuscito ancora ad avere è vivere come se Dio non esistesse.
Non è molto riuscita la struttura formale. Il famoso "logion" dei due padroni (Lc 16,13; EvTom 74) esprime con una riuscita formulazione un risaputo fatto di vita: è impossibile servire in realtà contemporaneamente due signori; la questione non sta nell'essere servo di qualcuno - chi non lo è? - bensì pretendere di vivere sotto una doppia sottomissione. Ed è realmente curioso che qui, nell'applicazione della similitudine (Mt 6,24d), rimangano identificati i due signori: Dio ed il Denaro, con la maiuscola. E' tanto antidivino coltivare denaro che impedisce di dare culto al Dio vero.
Quanto segue viene proposto come conseguenza, benché giustamente non lo sia. Gesù pensa che solo un servizio esclusivo a Dio può liberare il credente dall'inquietudine che produce il non contare sulle cose necessarie per vivere. In realtà, la frequenza del verbo preoccuparsi è significativa (Mt 6,25.27.28.31.34): riflette il motivo centrale dell'esortazione che qui è qualcosa di più che una semplice istruzione. Il tono impositivo che danno gli imperativi e le negazioni è ovvio.
La pericope che abbonda in parole e formule interrelazionali, p. es., vita/alimento; corpo/vestito, presenta tre parti, che iniziano con le tre non preoccupatevi (Mt 6,25.31.34). La prima è stata sviluppata da due illustrazioni in parallelo (Mt 6,26.28-30) che vanno separate per una constatazione negativa (Mt 6,27). La seconda ripete l'esortazione, aggiungendo il comportamento del pagano e la conoscenza di Dio come nuovo appoggio (Mt 6,31-32); si conclude contrapponendo all'angoscia per i beni che ci mancano la ricerca del regno e la sua giustizia (Mt 6,33). La terza, molto breve, apporta un'altra motivazione al contesto immediato. L'accumulazione di domande retoriche (Mt 6,25.27.30) cerca di provocare alla riflessione, motivando così l'esortazione. La contemplazione della natura come parola di Dio che parla a chi l'ascolta è un motivo sapienziale, molto a tono con la predicazione di Gesù di Nazareth.
2 - MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Che sia impossibile servire bene contemporaneamente due padroni, anche noi l'affermiamo frequentemente; ma che il servizio di Dio non sia compatibile col culto al denaro è qualcosa di difficile da accettare, anche per noi che diciamo di seguire Gesù più da vicino. Che Dio provvede ai suoi fu la convinzione di Gesù ed uno dei temi più costanti della sua predicazione; ma che, non dobbiamo preoccuparci per vivere, contraddice la nostra esperienza giornaliera: anche se non ci inquietiamo per il domani perché abbiamo di che vivere oggi!; che cosa è la vita, se non una lotta per l'esistenza?. Ci si domanda, dunque, se la posizione di Gesù, sul monte delle beatitudini, - o Dio o il denaro - risulta oggi utile, pratica: che cosa tireremmo fuori, se ci dedicassimo a metterla in pratica?; o che pensiamo ancora che è, semplicemente, possibile servire solo Dio e smettere di preoccuparsi per tutto quello che necessitiamo nella vita?: crediamo in realtà che è praticabile quanto Gesù ci chiede oggi?
In una società come quella nostra, dove il culto al denaro si è trasformato in un'occupazione smisurata, è più che logico che discutiamo la radicalità della posizione di Gesù; viviamo tanto immersi in una cultura del denaro che non riusciamo nemmeno a capire che possa generare conflitto il fare denaro e servire Dio. E' che, da un punto di vista storico, la capitalizzazione della vita umana è andata di pari passo allo sviluppo culturale e politico, sociale ed umano della nostra civiltà: generare ricchezze ed estendere il proprio possesso è, senza dubbio, un risultato dell'umanità. Ma non è meno certo che la religione è servizio a Dio, e l'economia è servizio al denaro: oggi il culto al Dio vero è rimasto accantonato nella sfera della cosa privata, riservato alla propria intimità, mentre il culto del denaro si è trasformato nella preoccupazione dominante, quando non diventa occupazione prioritaria, nella nostra società. Poche volte si è visto un tale affanno per fare denaro con un disinteresse tanto pronunciato per Dio: quanto più importanza sociale attribuiamo al denaro, tanto meno ci importa Dio.

Ciò non è, in modo alcuno, casuale: il culto al denaro che oggi si tributa tra noi è segno ed effetto della perdita di rilevanza di Dio. Noi che continuiamo ancora a sperare dovremmo dare buon esempio di ciò ed agire di conseguenza: non si può credere in Dio e fare denaro a qualunque costo; chi mette la sua fortuna nel fare fortuna, questa non tarderà a trasformarsi in maledizione per il prossimo e, a volte, anche per coloro che la cercano. Quello che Gesù ha chiarito, è l'assoluta incompatibilità tra il culto a Dio e il culto al denaro. Con sorpresa dei suoi uditori, oggi come ieri, Gesù è convinto che la ricchezza umana è rivale di Dio: chi si crede proprietario di qualcosa difficilmente accetterà di essere servo di qualcuno; il ricco, non riconoscendosi debitore di nessuno, ignora i diritti del suo Dio e li sottovaluta più facilmente; per potere saldare i suoi debiti col prossimo, il benestante si libera di riconoscerlo come prossimo. In fondo, con la sua alternativa senza concessioni, Gesù propone a coloro che desiderano essere sudditi del Regno, il servizio di Dio come unico modo di vivere, mentre lo si aspetta. Gesù voleva che quanti vivono anelando il regno di Dio, vivano già come se Dio fosse il loro unico bene: solo vale il servizio del Signore che è nostro Bene supremo.

Questa posizione di Gesù, benché radicale ed estrema, è logica conseguenza della sua fede. La contrapposizione tra Dio ed il denaro è imperativa solo per chi vive sotto la logica del Regno, aspettando la sua prossima venuta è sicuro di poter mantenere la sua speranza nonostante senta il potere del denaro e la sua seduzione. Solamente avendo Dio nel cuore ed il suo volere, il suo regno, tra le mani, il discepolo di Gesù si allontana efficacemente dall'indebitarsi sotto il dominio del denaro, perdendo la sua libertà. Ciò non implica necessariamente che il cristiano debba rinunciare ai suoi beni; benché Gesù lo proponesse ad alcuni, non l'impose mai a nessuno. Pensava, certamente, che la rinuncia alla ricchezza non è un consiglio per pochi, essendo una esigenza permanente per tutti, ma unicamente nel caso in cui rimanere col denaro portasse a rimanere senza Dio; quando il possesso di qualcosa, qualunque essa sia, mettesse in pericolo il possesso di Dio, tutto è rinunciabile; niente deve valere di più tanto quanto il nostro Dio: nessun bene è tanto buono come il nostro Padre.

Non è che la ricchezza sia brutta, è che non è sufficientemente buona comparata con Dio. Gesù sa bene che i beni, tutti, sono buoni; ma sa anche che possono trasformarsi in ostacolo per ottenere Dio; conosce l'enorme capacità che ha il denaro di alienare Dio. Per quel motivo, solo ad alcuni chiese che lasciassero quanto avevano e lo mettessero a disposizione dei più necessitosi; ma esigette da tutti quelli che lo seguivano che preferissero prima Dio ai loro averi; senza fermarsi a contare quanto possediamo, Gesù aspetta da noi che non ci lasciamo possedere dai nostri beni per poter donarci Dio come patrimonio. Solo chi capisce che Dio è il suo bene supremo, il suo miglior capitale, può affrontare il giorno di domani senza angoscia. Ed è per questo motivo che Gesù, dopo avere esigito il servizio a Dio, libero dalla schiavitù del denaro, promette ai suoi le attenzioni di Dio.

Chi ha Dio come Padre non deve lasciarsi dominare da quanto ha o da quanto basta per poter vivere: vivere come figlio libera dalla preoccupazione per la propria esistenza. Non è per avere di più, per conservare meglio, per disporre di maggiori capitali, che ci assicuriamo il giorno di domani: Dio dà ai suoi amici il pane, mentre dormono. Le attenzioni che Dio elargisce giorno dopo giorno nella sua creazione, agli uccelli del cielo e ai gigli del campo, l'immaginazione di come li veste, la negherà ai figli? Precisamente perché è buono, migliore di quanto possiamo immaginarci, ci sorprenderà tutti i giorni dandoci tutti i beni che ci mancano: niente può mancare a chi possiede Dio. L'angoscia davanti al domani sorge nel cuore di chi non sa che Dio ha cura di lui come fa un padre.

Chi oggi desidera mettersi davanti al denaro, e davanti al suo culto, come lo fece Gesù, non potrà accontentarsi col ripetere le sue parole: per riaffermare la frontale incompatibilità che c'è tra il Dio di Gesù ed il denaro, dovrà mettersi al servizio dell'unico Signore che merita la vita. E per riuscirvi, dovrà vedere dove e come si realizza oggi quel servizio ed affrontare la sfida di optare per il signore preferito. Non porsi il dilemma sarebbe tentare la cosa impossibile, continuare la sottomissione a due padroni: il Dio di Gesù non sopporta mezzi servi. In definitiva, dunque, dipenderà dall'atteggiamento vitale che abbiamo noi discepoli di Cristo di fronte al denaro ed al possesso, oggi come ieri, che la posizione di Gesù appaia davanti ai nostri contemporanei come degna di fede. Serve ben poco che torniamo oggi a ripetere il dilemma, se non lo viviamo giorno per giorno: se noi che lo accettiamo, non lo facciamo credibile nella nostra vita, coloro che verranno dopo di noi crederanno la cosa impossibile.

Non lo dimentichiamo: nella nostra relazione giornaliera col denaro e la ricchezza il cristiano si gioca oggi il regno di Dio e rimane compromessa la credibilità di Gesù di fronte al mondo. Per salvare ambedue, il cristiano deve vivere di tale forma che risulti evidente a tutti che ha preferito servire Dio in esclusiva e vive senza fatica un presente anche se non dispone di tutto.

Juan Jose BARTOLOME SDB
Fonte:  www.donbosco-torino.it

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